Capitalismo e barbarie

Pare che il nostro confortevole e civile emosfero occidentale (espressione approssimativa quant’altre mai) sia minacciato dalle orde di barbari che già sconfinano dentro le nostre contrade. La civiltà occidentale è sotto attacco, i nostri valori sono in pericolo.

A guardare le cose dalla prospettiva delle persone reali, effettivamente il sentore di una vaga ma grande minaccia esiste ed è diffuso. Il senso della precarietà e la rinuncia ad aspettative di crescita e progresso sono condivisi da un numero già molto ampio e ancora in crescita di individui.

Che la maggioranza di noi, noi europei, noi occidentali, noi dominatori del pianeta, si sia persuasa di doversi difendere da una minaccia esterna è un capolavoro del Potere che andrà studiato nei futuri libri di storia e di politica.

Quel che noi attribuiamo alla civiltà occidentale come sua cifra distintiva, suo valore intrinseco e infungibile, è un insieme di parole chiave, rappresentazioni, elementi mitologici che però rispondono sempre meno alla realtà storica.

L’idea che l’Occidente (quale che sia la sua estensione geografica) sia contraddistinto da un superiore livello di civiltà, e dunque sia naturalmente meritevole di esercitare la propria supremazia sul pianeta, viene dritta dritta dall’Età moderna, attraverso i secoli delle prime colonizzazioni commerciali e l’Ottocento del colonialismo imperialista e razzista, passando per il Novecento delle guerre mondiali, degli stermini pianificati, delle discriminazioni etniche, politiche, culturali erette a sistema, della Guerra fredda, delle illusioni postbelliche e delle disillusioni recenti.

I rapporti di produzione, la divisione del lavoro a livello internazionale, il tipo di relazioni vigenti tanto tra soggetti economici, quanto tra soggetti politici, è il medesimo da cinque secoli, salvo aggiornarsi secondo la disponibilità di mezzi tecnici e secondo l’andamento della demografia e della disponibilità di risorse materiali.

Lo so, detta così suona decisamente – e semplicisticamente – marxista. Ma possiamo in coscienza negare che le dinamiche di fondo della convivenza umana si discostino da tale modello? Oggi abbiamo una nuova conferma della crescente diseguaglianza sociale sul pianeta. Un rapporto della ONG Oxfam precisa le distanze tra i pochi ricchissimi e le masse umane povere o in via di impoverimento su scala mondiale. Dati brutali che solo le alchimie della propaganda padronale contemporanea riescono a camuffare, a dissimulare, spesso a nascondere.

Su questo terreno mi pare che una delle poche voci lucide sia quella di Naomi Klein, quando connette gli allarmi ecologici (in particolare quello relativo al riscaldamento globale) con i fattori e i rapporti economici. Perché separare qualcosa che è in realtà intimamente collegato, istituire compartimenti stagni tra fattori che invece sono correlati, è già una sciocchezza. Se per di più lo si fa apposta per incrementare il tasso di ignoranza generale e per manipolare le coscienze, l’operazione si rivela per quella che è: un crimine.

Chiunque abbia a cuore una prospettiva politica di progesso e di emancipazione materiale e spirituale dell’umanità dovrebbe allontanare da sé la tentazione dell’astrattezza e fare i conti con i dati storici di cui disponiamo. Siamo in una fase di ristagno o probabilmente già di regresso conclamato. Non è la prima, nella storia dell’umanità. Però forse è la prima in cui il fattore antropico, l’impatto della nostra presenza sul pianeta, è il più rilevante.

Nascondersi che le forme della produzione e della distribuzione economica, lo sfruttamento delle risorse fisiche disponibili e le forme delle relazioni umane che da tali processi dipendono siano il vero nodo da sciogliere della nosta epoca o è un’ingenuità pericolosa o è un indizio di delinquenza. Tra i tagliagole del Daesh (o Isis che dir si voglia) e chi spaccia, guadagnandoci su, i cosiddetti derivati, devastando intere economie e la vita di milioni di persone, c’è solo una differenza nel modus operandi. Tra un criminale comune e un grande manager che specula sulle disgrazie di interi paesi dovrei davvero istituire dei distinguo morali? E a vantaggio di chi?

Ma oggi la percezione del vero pericolo è arrivata a una soglia talmente bassa che a difendere il sistema di dominio del capitale globale spesso troviamo in prima fila le sue stesse vittime. In molti casi abbindolate e condotte alla perdizione da qualche pifferaio magico, sapientemente selezionato da un sistema massmediatico fin troppo connivente con i padroni del mondo (quando il rapporto non sia di dipendenza diretta).

In Sardegna, per esempio, siamo schiacciati tra il presenzialismo mediatico degli esponenti della compagine di governo (presidente Pigliaru e assessori vari) e il presenzialismo mediatico di figure di apparente opposizione, abili a cavalcare qualsiasi tematica su cui scatenare l’ipersensibilità di ampi gruppi di cittadini, come Mauro Pili (indimenticato ricopiatore di dichiarazioni programmatiche lombarde).

Di cosa si occupano tutti costoro? Solo di accaparrarsi consenso raccontando balle. Non c’è partita strategica su cui la giunta dei professori sia riuscita in tre anni a non dimostrare la propria inadeguatezza (a dare per scontata la buona fede, che scontata non è). Cosa sta a cuore al deputato ex (?) berlusconiano ed ex presidente della RAS? Fondamentalmente l’archeologia, parrebbe. Ieri si è aggiunto il destino delle scorie nucleari italiane. Domani forse la lingua sarda, o i trasporti. O i trasporti archeologici in lingua sarda. Materie per altro degnissime, se prese in sé e per sé (e possibilmente con un minimo di cognizione di causa), che però diventano semplici specchietti per le allodole se manipolate in termini puramente demagogici.

Qualsiasi disorso politico che si dichiari votato all’emancipazione delle persone è privo di senso se non tocca le questioni reali, le relazioni economiche e sociali, il nostro complesso rapporto con l’ambiente in cui viviamo. Non basta fare appello alla nostra presunta identità, istigare alla violenza contro il capro espiatorio di turno (che siano i migranti o gli archeologi, la gravità della cosa cambia poco). E non basta nemmeno far finta di opporsi a chi governa al momento, se non si svelano e conseguentemente contrastano le scelte di fondo, gli orientamenti generali.

Che in realtà sono gli stessi, per tutti costoro. Una spietata lotta di classe di chi gode di posizioni di vantaggio ai danni di tutti gli altri, in una competizione che è senza regole, in cui vige la legge del più furbo e del più smaliziato. Quella stessa competizione che decenni di ideologia capitalista totalitaria hanno eretto a legge di natura ineludibile, contro ogni evidenza storica, antropologica, biologica.

Il nemico da combattere non sono quelli che stanno peggio di noi, né qualche spauracchio di comodo. Il nemico, se ce n’è uno, è chi detiene e controlla la maggior parte delle risorse del pianeta e lo fa nel totale disinteresse per il resto dell’umanità e per il pianeta stesso. Il nemico è chi predica divisione e conflitto su basi etniche e razziali. Il nemico è chi incentiva l’ignoranza e ne fa un valore. Il nemico è chi persegue la propria libertà ai danni di – e non insieme a – quella altrui. Il nemico è chi antepone il proprio credo (religioso, ideologico) alla vita stessa di altri esseri umani o di interi popoli. Il nemico è chi accumula e poi nasconde le informazioni per usarle a proprio esclusivo vantaggio. Il nemico è chi propala la bufala del “noi” in guerra contro un “altro da noi” astratto o ipotetico, ma comunque esterno, negando le differenze intrinseche in qualsiasi comunità umana, pur di preservare la propria condizione privilegiata.

Pensiamoci quando cianciamo a vanvera dei valori dell’Occidente minacciati dai migranti, o dai Rom, o dagli omosessuali, o da chissà chi altro. I valori dell’Occidente a cui pensate evidentemente non sono gli stessi per tutti. Molti che usano questa bandiera per farsi seguire dalle masse considerano alcuni valori pregnanti della nostra storia europea moderna (la laicità, le libertà civili, i diritti sociali, l’eguaglianza non solo formale ma anche sostanziale, la consapevolezza ecologica, il rispetto delle diversità, ecc.) una sciagura da scongiurare, non una conquista da difendere.

Questo discorso interseca e tocca tutte le istanze politiche contemporanee, anche quelle relative all’autodeterminazione dei popoli. Non comprenderlo e non regolarsi di conseguenza significa condannarsi a liberarsi forse, prima o poi, di una forma di dominio, ma solo per cadere immediatamente nelle grinfie di un dominio peggiore. E, col dominio, guadagnarsi una vita più povera e precaria di quella che si intendeva abbandonare. Non proprio una scelta intelligente, se davvero si persegue la propria e la altrui libertà.

 

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