La Sardegna è in guerra?

I fatti di Parigi scuotono gli animi molto più dei 220 civili russi morti nell’incidente aereo sul Sinai e dei 40 libanesi uccisi dall’attentato del Daesh a Beirut. Bisogna prenderlo per quello che è: una dimostrazione lampante di come sia facile fare figli e figliastri anche davanti all’orrore più inaccettabile.

Forse è inevitabile. Le appartenenze non sono sovrastrutture astratte o puri feticci ideologici. Non tutte. La relazione di prossimità garantite da usi, consumi, linguaggi, forme di socializzazione condivisi fondano la percezione di noi stessi nel mondo. Più un fatto accade vicino a noi, o a persone e cose vicine a noi, più lo avvertiamo come nostro. Bisognerebbe interrogarsi su quanto poco siamo davvero cittadini del mondo e su quali siano i presupposti di fatto, culturali ed emotivi di tale limitazione. Ed anche su quali ne siano le conseguenze.

Interrogarsi è tanto più urgente, quanto più le drammatiche vicende di questi tempi vengono sfruttate dall’establishment europeo (ma direi dall’establishment mondiale) a proprio vantaggio. Se non fosse che i complottismi sono spesso fuorvianti e semplificano eccessivamente la realtà, ci sarebbe da sospettare della fretta con cui la Francia ha chiamato alla guerra non solo i cittadini francesi ma tutta l’Europa (o meglio, l’Unione Europea).

Del resto sono molti anni che questo copione si ripete. Almeno dall’invasione del Kwait da parte di Saddam Hussein, nel 1990. Da lì in poi è stata un’escalation. Non lineare e con diversi incidenti di percorso, ma l’abbruttimento generalizzato, la rapacità dei padroni del mondo, le diseguaglianze, le guerre e le carneficine sono cresciuti e si sono autoalimentati nel tempo, senza sostanziali pause. Le uniche pause sono quelle che il sistema dell’informazione ci ha elargito, scegliendo di non mettere in primo piano certe vicende, certi sviluppi, certi eventi e di metterne in primo piano altri.

Manipolare la cosiddetta opinione pubblica è sempre molto facile. Fare leva sull’emotività è un vecchio trucco dei capipopolo e dei leader politici di ogni epoca, almeno dall’Età del bronzo. Ma è un gioco in cui a perderci sono per lo più sempre gli stessi: i gruppi socialmente più deboli, i subalterni, i marginali, le minoranze. Categorie che in situazioni estreme si allargano fino a ricomprendere fette molto larghe della popolazione e persino interi popoli. Pensare che le democrazie occidentali siano esenti da tali prassi di dominio è davvero ingenuo.

Sulla situazione odierna hanno scritto cose vere e illuminanti Fulvio Scaglione e Girolamo De Michele (per restare in ambito italofono). Non possiamo ritenerci assolti e nemmeno giustificati nella nostra comoda credulità. Poi però bisogna anche ragionare sul “che fare?”. De Michele ci prova, annettendo particolari significati alle lotte popolari da condurre nei posti stessi in cui viviamo. Per esempio sul diritto all’abitazione, linea di faglia effettivamente sintomatica e strategica, a pensarci bene, ma tenuta accuratamente velata dal sistema dell’informazione generalista e dalla politica. Così come sono lotte determinanti tutte quelle relative ai diritti, tanto nell’ambito lavorativo, quanto in quello dell’istruzione, della mobilità, dell’accesso alle informazioni e ai mezzi di comunicazione, dell’acqua come bene comune, ecc.

Non si può ragionare per compartimenti stagni, però, né affidarsi troppo a chiavi di lettura ideologiche, sia pure in termini emancipativi. Si rischia di costruirsi un angolo di comfort (fittizio) in cui sentirci a nostro agio mentre tutto intorno precipita verso il caos. Invece bisogna essere dentro al caos e tentare di recuperare spazi di senso, di vita, di fecondità senza rinnegare la complessità del mondo, anche nel suo aspetto spaventoso e doloroso.

In pochi ancora connettono quello che succede in queste ore, dopo i fatti di Parigi, con altre vicende attualmente in corso. Anche in Sardegna. L’evocato restringimento della sfera delle libertà civili non è un fenomeno contingente emerso come reazione emotiva sbagliata a eventi drammatici. Non è un esito improvviso, ma segue un copione già in scena da tempo. Mutano le forme, si incrudiscono i metodi, si drammatizzano le retoriche impiegate, ma la tendenza è già in corso, su vari piani.

Pensiamo alla reazione compatta dell’establishment europeo ed extraeuropeo alle vicende politiche scozzesi e catalane di quest’ultimo periodo. Apparentemente non c’entrano nulla con gli attentati in Francia. Invece, a ben guardare, il nesso è evidente. E riguarda proprio il “che fare?”. Una delle carte da giocare in Europa, in questi tempi bui, è il recupero della pluralità culturale e la legittimazione dei percorsi democratici in atto. Un processo di ridefinizione delle relazioni interne tra popoli in senso democratico, partecipato, centrato sulla vita reale dei cittadini e non su algoritmi finanziari, su principi solidi di convivenza pacifica, di condivisione, di inclusività. Processo che potrebbe costituire una delle migliori risposte possibili all’incrudimento e alla fascistizzazione della sfera politica. Una risposta vitale ai nazionalismi egoistici, xenofobi e violenti a cui ci stiamo riducendo.

Naturalmente, mettendo in discussione assetti di potere e di interessi consolidati, tali percorsi vengono stigmatizzati e contrastati in modo forte, senza lesinare sui mezzi. Proprio perché democratici ed emancipativi. I vari personaggi alla Salvini o alla Marine Le Pen, viceversa, sono tollerati e accreditati in modo sistematico dall’apparato politico e mediatico dominante. Non è un caso. Contro i percorsi di autodeterminazione popolare e sociale in atto non si ricorre ancora apertamente alla forza, perché l’acqua non è arrivata alla giusta temperatura, secondo il famoso principio della rana bollita. Ma chissà che non ci si arrivi presto. La Spagna neofranchista potrebbe essere un buon banco di prova per la politica europea reazionaria del prossimo futuro.

Se guardiamo a cosa ciò significhi per la Sardegna, non c’è da stare allegri. Lo stato italiano, per come è fatta la sua classe dominante e per la sua storia, non è esattamente l’interlocutore che ci si augurerebbe di avere, in un percorso di autodeterminazione. Un piccolo assaggio lo abbiamo avuto nella gestione delle manifestazioni contro l’esercitazione NATO Trident Juncture. Le autorità di ordine pubblico hanno fatto di tutto per rendere conflittuali i toni e i termini concreti di tale vertenza. Le provocazioni (per esempio da parte del questore di Cagliari Gagliardi, personaggio da tenere d’occhio) sono state palesi; la contrapposizione ostile verso manifestazioni democratiche, pacifiche e del tutto legittime è stata evidente.

Adesso queste stesse autorità di polizia si pongono in prima fila come difensori della nostra sicurezza. A Cagliari arrivano i reparti speciali antiterrorismo. La Sardegna ancora una volta usata come esperimento dal vivo per pratiche in fase di studio e di possibile allargamento. Il tutto mentre anche in Italia (dove attentati non ce ne sono stati) esponenti delle istituzioni evocano con molta nonchalance la prossima restrizione della sfera dei diritti civili, sostenuti da editoriali e commenti del mainstream mediatico a volte sfacciatamente orientati, a volte sottilmente reticenti, ma sempre organici a questa deriva.

Possiamo aspettarci qualcosa di buono? Direi di no. La nostra politica è assente e quando c’è fa danni. Le ultime esternazioni del presidente Pigliaru a proposito di Europa federale sarebbero comiche, per la loro pochezza politica, se non suonassero grottescamente fuori luogo in queste ore. Non basta più ripetere a pappagallo le due scemenze suggerite dai suoi punti di riferimento teorici e istituzionali. Pigliaru è evidentemente ingaggiato (o in cerca di ingaggio) nell’establishment tecnocratico, antidemocratico e reazionario europeo. Quello stesso che flirta con Arabia Saudita e Qatar – sostenitori del Daesh – metre dichiara di voler fare guerra al Daesh (magari comprandone il petrolio e vendendogli armi, nel frattempo). E non dimentichiamo che il Qatar è l’interlocutore economico privilegiato della stessa giunta Pigliaru. Inappropriato? A dir poco! Non è certamente di questo che abbiamo bisogno.

La Sardegna è esposta come non mai a conseguenze drammatiche. Non tanto perché possibile oggetto di attentati: quelli del Daesh manco sanno che esistiamo ed eventualmente il Qatar farà in modo che ci risparmino, almeno finché gli serviamo. Spero poi che nessuno creda davvero che i Russi abbiano intenzione e interesse a scatenare una guerra aperta (come suggerito dalla messinscena della esercitazione Trident): non amo Putin, ma non è certo da lì che ci arriva la minaccia più concreta. In definitiva, tutto l’apparato di sicurezza ostentato in queste ore, in una terra che è già occupata militarmente e sottoposta a un controllo di polizia costante e capillare, non serve a niente. Oppure serve a qualcosa di pessimo.

Questo “pessimo” in preparazione ha a che fare con questioni economiche, con la gestione delle risorse, con gli interessi geostrategici degli stati forti dell’area. La Sardegna è utile in termini pratici (per esempio, è una specie di grande batteria elettrica che alimenta il sistema produttivo italiano) e in termini strategici. Ha risorse da saccheggiare, territorio da colonizzare in forme fantasiose e sempre remunerative (per chi lo colonizza), bellezze da destinare al diporto di ricchi e potenti del mondo, luoghi adatti a ospitare esercitazioni militari e sperimentazioni industriali nonché a smaltire o anche solo accogliere schifezze di ogni sorta. C’è l’ostacolo della popolazione locale, certo. E qui le pratiche per disfarsene sono già in fase di attuazione. Chiaramente in questa prospettiva non si possono tollerare resistenze popolari, proposte politiche estranee ai disegni dei centri di potere coinvolti, scelte democratiche realmente liberanti. Per ora tutto questo è stato contenuto, a fatica ma efficacemente, con mezzi tutto sommato non troppo traumatici. In futuro, vedremo. Intanto si preparano.

I buoni motivi per reagire a questo schifo ci sono tutti. In Sardegna e ovunque. Cedere alle sirene autoritarie ci esporrà al peggio. Il che vale anche per molti che invocano misure speciali contro “gli immigrati” o contro “gli islamici”, anche tra gli indipendentisti sardi. Evidentemente ha ragione Carlo M. Cipolla quando ci mette in guardia contro gli stupidi. Gli stupidi sono sempre i migliori alleati dei furbi e dei potenti. Il rischio che tale connubio, di questi tempi, si riveli devastante è alto.

La priorità è resistere all’ondata manipolatoria in corso. È difficile. Ma mai come in queste ore la soluzione meno popolare, ma più giusta e dignitosa, è la diserzione. Bisogna coltivarla e contagiarla. Bisogna resistere, riflettere, alimentare le relazioni virtuose, accrescere la condivisione, il senso del giusto, la bellezza e la dignità. Sono le migliori armi di cui disponiamo  e non sono spuntate come potremmo essere indotti a pensare, specie se non restiamo soli.

2 responses

  1. Il suo discorso è un minestrone senza capo ne coda condito dalle solite banalità tipiche degli indipendentisti; è curioso come si spendano così tante parole per simili questioni e quanto poche invece di autocritica per le inefficienze, ruberie, egoismi e mediocrità varia che riguardano la gestione della Sardegna e quindi da parte di coloro che la vivono, a tutti i livelli:
    a partire dalla Regione fino al più picco paesino, che sono la vera causa dei malesseri di questa Regione.
    La saluto cordialemente

    • La ringrazio per aver risollevato la qualità di questo blog – che evidentemente non frequenta – con le sue acute e pertinenti osservazioni. Ne farò tesoro.

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