Hanno ammazzato l’indipendentismo, l’indipendentismo è vivo! – di Ivo Murgia

Ricevo dall’amico Ivo Murgia e ospito volentieri un intervento che si inserisce nel dibattito in corso su autodeterminazione e indipendentismo. Con una postilla del 17 settembre.


Spiaggia del Poetto, Cagliari. Una distesa di ombrelloni e di asciugamani che pare infinita, molti turisti e tantissimi sardi. Impossibile non notare, anche per gli osservatori più distratti, la riproposizione quasi ostentata del simbolo dei Quattro Mori, la bandiera sarda. E sono ombrelloni, asciugamani, borse, giapponesine (infradito), magliette, gioielli, palloni, racchettoni, tatuaggi e perfino … birre! Una vera ossessione sembrerebbe, oltre che un business, ovviamente.

Si gioca sull’orgoglio sardo e sull’esposizione della bandiera per vendere degli oggetti, non sempre di qualità eccelsa, anzi a volte proprio scadente ma tant’è. Spesse volte amici non sardi hanno notato con me questa sovraesposizione. Ai più è sembrata normale, ad altri ha fatto sorridere. Ho spiegato loro che in realtà quello che vedevano era un sintomo, il sintomo di un rapporto conflittuale con la propria storia, un rapporto non sano. Dato da una mancata fruizione, sia scolastica che mediatica, che genera un senso di frustrazione e un bisogno, più o meno conscio, di identificazione, riconoscimento, esposizione e financo ostentazione.

Probabilmente se la storia sarda la studiassimo a scuola e la conoscessimo, non avremmo un bisogno continuo di dichiararci sardi in maniera così compulsiva. O forse sì e non ci sarebbe nulla di male, per quel che mi riguarda. Un sano orgoglio patrio non ha mai fatto male a nessuno. Sempre loro, gli amici stranieri, hanno ben chiara la distinzione tra un sardo e un italiano, dei quali notano le inevitabili differenze, che però paiono sfuggire a certi sardi.

A volte amici continentali mi hanno fatto notare che ‘Voi sardi avete un grande senso dell’identità’ e anche lì ho dovuto ridimensionare la cosa, cercando di inquadrarla nella nostra storia passata e recente, non potendo negare comunque, per dirla con una boutade, che non c’è concerto dove non sventoli la bandiera dei Quattro Mori e lì di sicuro, per tutti, sotto quel simbolo, c’è un sardo. La qual cosa impressiona parecchio i non sardi, specialmente i continentali che ribadiscono che ‘Da noi non è così’.

Insomma, in un modo o nell’altro, anche chi non è uno specialista delle questioni politiche sarde, percepisce una vibrazione, un bisogno, un sentimento o come dicono i poeti something in the air. Fateci caso, io personalmente non mi sento di dar loro torto, anzi. Evidentemente un bisogno di sardità, di conoscenza, identificazione, riconoscimento e fruizione serena e gioiosa del proprio essere c’è, è innegabile.

Magari in alcuni contesti si manifesta in maniera un po’ rustica, a volte facilona, ruspante senza una ben chiara connotazione o base storico-culturale definita, eppure, com’è come non è, il fenomeno serpeggia più o meno clandestinamente nella società sarda. E questo è un bene. D’altronde media italiani e stranieri, assolutamente imparziali dunque, hanno rilevato che il 45% dei sardi si dichiara favorevole all’indipendenza, che scherza scherza è la stessa percentuale catalana. Mica poco, anche se non ancora abbastanza. 

A un altro livello, le teorizzazioni culturali e politiche dell’indipendentismo degli ultimi diciamo 20 anni, sono riuscite a imporre i loro temi fondanti all’ordine del giorno dell’agenda politica sarda. Come già scritto da Omar Onnis, quelli che erano temi indipendentisti solo pochi anni fa sono oggi ripresi, anche furbescamente e sfacciatamente, un po’ da tutti, anche da soggetti a dir poco discutibili che hanno evidentemente fiutato il trend. Nei loro programmi e nelle loro dichiarazioni, non manca mai un riferimento alla lingua sarda, alle servitù militari, ai trasporti etc. Questo deve essere sicuramente ascritto all’azione indipendentista, che ha sdoganato queste tematiche, e che deve considerarlo un proprio successo storico e politico.

Dall’altra parte mentre l’indipendentismo rielabora, propone, discute, mette in crisi se stesso e i suoi miti, correndo anche il rischio di parlarsi addosso a volte, le succursali del potere italiano ripropongono all’infinito modelli fallimentari pensati da qualcun altro per altri contesti e altre genti. Sterili rimasticature della farina di sacchi altrui che poco hanno a che fare con le nostre esigenze, quando non sono drammaticamente deleterie.

La soluzione alternativa alle teorizzazioni indipendentiste sarebbe continuare così, lasciar fare agli stessi che fino ad oggi hanno adottato quelle misure che ci hanno portato allo sfascio attuale, sperando che in un futuro non meglio precisato possano fare meglio, in base a quale congiuntura astrale non è dato sapere. Di tutto potranno essere accusati gli indipendentisti, ma dato che fino ad ora non hanno mai governato la Sardegna, almeno di questo sfascio non hanno colpa.

Tutto bene dunque? Tutt’altro, le questioni sul campo non sono poche e manco di facile soluzione.

Intanto le formazioni politiche indipendentiste patiscono un consenso elettorale bassissimo, salve rare eccezioni, anche recenti, per lo più in ragione della loro frammentazione. La frammentazione in sé non sarebbe un male se tutti i partiti fossero al 10%, ma dato che la cosa non è, purtroppo, questo rimane un grave limite. Numerosissime sono state le scissioni, gli screzi e i personalismi che hanno incancrenito la situazione e portato alla proliferazione di micropartiti personali che spesso si attestano sullo ‘zero virgola’.

Pur essendo necessario garantire un’adeguata rappresentatività del variegato mondo indipendentista, che va dall’estrema sinistra alla destra liberale, appare chiara e ormai ineludibile la necessità di darsi una strutturazione il più possibile fluida nella quale convergere, lasciando con generosità i singoli egoismi. Questa deve essere plurale, racchiudere molte anime, essere capace di gestire le differenze, riunire gli sforzi e finalmente capitalizzare quel sentimento popolare che circola in seno alla società sarda.

Non è possibile pensare che alla più piccola differenza teorica o pratica si vada automaticamente a una scissione e alla creazione di un nuovo partitino personale, le correnti vanno gestite in un contesto moderno e adulto. Non si scappa dalle proprie responsabilità sbattendo la porta e rinfacciando la lesa maestà a chi per una volta si è permesso di non essere d’accordo con noi. Così si comportano i bambini, gli immaturi e gli egocentrici, tutte tipologie di persone che in questo momento non servono all’indipendentismo.

Serve invece un bagno di umiltà. Non tutti possono essere leader, qualcuno deve fare il gregario. C’è bisogno di tutti, dalla manovalanza più spicciola ma fondamentale, al lavoro dal basso sul territorio, creando reti e relazioni, a, certamente, una faccia spendibile per il grande pubblico. Questa deve essere rassicurante, convincente, accogliente, possibilmente giovane e moderna, che sappia comunicare con naturalezza i nostri contenuti, quelli che abbiamo saputo elaborare in questi anni e che ora tutti ci rubacchiano senza vergogna.

Sono disposti i vecchi leader, i vecchi leoni dell’indipendentismo, a fare un passo indietro per il bene comune? Il loro lavoro non andrà perduto, è un dono prezioso per chi verrà dopo di noi, a loro va il nostro più sentito ringraziamento ma è anche tempo di fare un ultimo sforzo e un passo successivo nel nostro cammino.

Sappiamo trovare quattro o cinque punti sui quali siamo tutti d’accordo e sui quali decidiamo di lavorare, di impegnarci, lasciando a una parte le nostre differenze interne? Quelle ci sono dappertutto e ci saranno sempre, vedasi i partiti italiani, ma non ci devono impedire di vedere oltre il nostro singolo obiettivo personale o di gruppo di adepti. Per le differenze ci sarà sempre tempo, ora ci aspetta un cammino comune tutto da costruire.

Il materiale umano mi pare ci sia, lentamente dal basso, nelle università, nei circoli e nei comitati una nuova generazione di giovani si sta formando e sta iniziando a produrre, a darsi da fare, a organizzare e farsi vedere. Il futuro è loro, è nostro compito incoraggiarli, sostenerli, aiutarli e accompagnarli nel loro percorso di crescita. Non stiamo rinunciando a qualcosa per noi stessi, stiamo costruendo una casa comune tutti insieme e per tutti i sardi. Sapremo fare questo? A noi indipendentisti, e a tutti i sardi di buona volontà, il compito di raccogliere la sfida. Chi taglierà il traguardo per primo non ha importanza, l’importante sarà arrivarci tutti insieme.

Postilla

Non posso non rallegrarmi del fatto che il dibattito indipendentista stia continuando e sia così fruttuoso! Come dice Pier Franco Devias nel suo contributo, ho volutamente toccato due temi tra i più dibattuti nell’ambito indipendentista col preciso scopo di sentire le varie proposte sul tappetto. Per ragioni di brevità ho solo accennato a questi due aspetti e colgo ora l’occasione per precisare meglio, anche in seguito ai numerosi messaggi arrivatimi.

Riguardo all’unione su alcuni punti programmatici, il mio riferimento specifico era al progetto Sardegna Possibile, più che a quelli citati da Pier Franco. In quel caso si è costituita una coalizione elettorale aperta anche ai non-dipendentisti, come li si è voluti chiamare, ma in generale a forze progressiste e in alcuni casi a forze dichiaratamente non indipendentiste. Evidentemente i punti programmatici sui quali si è trovato un accordo hanno funzionato e hanno avuto abbastanza presa anche per queste forze. La costituzione di tre liste era mirata proprio a questo, ad aprirsi a forze non indipendentiste e alla società civile per compiere insieme un percorso, un cammino su alcuni punti condivisi, nel rispetto delle reciproche differenze e delle varie storie personali. L’unione, l’aggregazione, l’apertura, i punti programmatici da raggiungere insieme in un progetto allargato, si riferivano esplicitamente a quel modello, al quale, come molti sapranno, ho partecipato in prima persona. E per quello che mi riguarda è da considerarsi un’esperienza positiva, a meno che non si voglia considerare un fallimento prendere 76.000 voti in poco più di sei mesi partendo da zero.

Certo, si dirà, ma comunque non siete entrati in consiglio e non vale neanche la storiella della legge elettorale liberticida, perché quella la conoscevate e c’era da tenerne conto. Va bene, ma se per entrare in consiglio bisognava sottostare al ricatto di candidarsi con centro destra e centro sinistra italiani, pena l’esclusione dal palazzo, allora rivendico con orgoglio l’esserci sottratti a questo ricatto di bassa lega.

Riguardo al discorso dei leader, rimango della convinzione che sia necessario un’immagine nuova dell’indipendentismo sardo. Pur riconoscendo il valore storico di certi passaggi, propedeutici a questa nuova fase, mi pare indispensabile la continua ridefinizione della sua teoria e della sua prassi in base ai continui mutamenti dalla società sarda attuale. I modelli di riferimento cambiano velocemente ed esiste l’esigenza di porsi in maniera dinamica, fresca, aperta, moderna, con un appeal anche per le fasce giovanili e proponendosi in modo convincente anche per chi indipendentista non lo è ancora. Gli esempi internazionali non mancano e anche se ogni popolo ha il dovere di trovare il proprio cammino, le storie altrui possono sempre insegnarci qualcosa. Visto che siamo in vena di nomi e cognomi, esperienze come quella del comitato universitario Scida mi paiono molto significative in questo senso. Grazie a Dio non tutto è da buttare via, anzi. Questi germi della mutazione continua dell’indipendentismo già si intravedono, meglio, la mutazione è già in atto e ciò mi far ben sperare per il nostro futuro. E ora che il dibattito continui!

6 responses

  1. Non mi paret chi b’apat nudda de nou, su cuntzetu de casa comune est cussu de Angelo Caria, fata de gente non de sommatoria de partidos, SNI at sa casa comune comente programma dae semprere, comente logu fluidu, a colores, a condutzione colletiva, in gradu de faghere sistema pro aere sa fortza de cuncurrere a sa delega de sa natzione sarda pro dare unu gubernu a sa Sardigna diversu e disgiuntu dae cussu italianu. Unu pacu delusu pro s’abusu de “luoghi comuni” in particulare cussu dei vechi leader chi si diant devere faghere carachiri in piatza ca sunt impedende no isco a chie. Non pro nos paragonare ma a Gandhi, a Mandela, Chavez e a tantos ateros prus a curtzu , Jan Gui Talamoni, Eva Clotz nessune bi lis at mai pedidu. De ite bos preocupades, prima faghimus sa Casa Comune, bidimus s’impignu chi setzis in gradu de bi ponnere e a pustis si amus su tzertu chi no est unu fogu de patza ma de linna grussa amus a essere nois a bos mandare a innantis cun piaghere.

    • A l’ischis it’est, Bustia’. Su contu de s’autodeterminatzione in Sardigna est prus ladu e prus mannu de cale si siat partidu polìticu e de chie si siat de nois àteros. A bisu meu, non si nde diat depere faveddare nemancu. intre indipendentistas, de custas cosas. Tropu abba est colada a suta de sos pontes, tropu paràulas amus naradu, non semper bene isseberadas. Ma no est nemancu custu. Est chi custa chistione o benit a pitzu che a unu sentidu cumpartzidu, che a un’ideale de totus, o de medas Sardos, oppuru abarrat in sa cunditzione de una punna astrata e sos chi li ponent fatu si nche serrant a sa sola in unu agorru setàriu, bonu a nudda, si nono a mantènnere su status quo.

      Su chi amus fatu, pagu o tantu chi siat, at a abarrare bivu in sa memòria petzi si s’àndala de sa libertade nostra est su caminu de totus. Sos partidos e sos moimentos organizados indipendentistas rapresentant petzi a issos matessi, comomai. Est su sinzale chi carchi cosa l’amus isballiada, in custos annos.

      Chena nàrrere nudda in contu a sos sugetos chi non tenent sa cussèntzia neta. Bi nd’ant e meda puru in s’àmbitu indipendentista. Tocat de fàghere sos contos fintzas chin custas cosas.Non pro “mantènnere s’odiu” comente narat su ditzu, ma pro non che ruere torra in sas matessi trampas.

      Ca su mundu est andande de male in pèjus e sa Sardigna est currende unu perìgulu mannu a beru. Non faghet a istentare in tzarras bòidas e cosas de pagu gabale. E sas pessones bonas e intelligentes in Sardigna non sunt petzi sos chi si narant a sa sola de èssere indipendentistas.

      A bastare diat chin s’istòria de s’unidade indipendentista e roba goi. Nos serbit s’unidade de sos Sardos. Nessi de cuddos de bonu coro, onestos, traballadores, cumpetentes. Fintzas sos ch’istant in foras, sa diaspora nostra. Tocat de faveddare chin issos, prus chi chin sos àteros indipendentistas.

  2. Giusto, basta con i luoghi comuni. E soprattutto con i ritriti “i sardi sono pochi e mal uniti” e “chentu concas, chentu berrittas”. Invece, guarda un po’, i sardi sono almeno discretamente uniti (quasi alla bulgara, ma evitiamo di ricadere sul trito) nel chiedere si costituisca e si offra al voto un unico grande schieramento politico, pronto a difendere coerentemente quelli che i sardi ritengono i loro diritti di decidere sulle loro risorse e il loro sviluppo, sulla loro lingua e su una scuola che insegni anche la loro storia, le loro grammatiche e la loro letteratura. Sono così d’accordo, i sardi, che ormai ognuno muove la stessa richiesta con il proprio accorato appello. E poi tutti allo stesso modo finiscono per pensare che l’appello degli altri non è disinteressato, ha secondi fini, è quello di un narciso/protagonista/ambizioso/populista/demagogo cui della Sardegna e dei sardi importa nulla (o che ha della Sardegna come minimo un’idea inconciliabile con la propria); oppure che è l’appello velleitario di chi non ha concretezza/spessore/credito/séguito.
    Sì, è vero, il luogo comune alla fine sarà lo stesso, ma almeno mostriamo di essere capaci di variazioni sul tema.
    Mi spiace non risultare utile al faticoso e non scontato processo con questa amara ironia (diverse inconfessabili speranze in proposito saranno, appunto, velleitarie), ma la situazione reale, almeno fino a questo bello scambio di interventi (che subito si propone apprezzabilmente di evitare l’agorru setàriu), è anche peggiore: l’accordo tra tutti, come ben sappiamo (quanti almeno leggono qui e già si sono impegnati e magari sfiniti in questi distinguo), nemmeno raggiunge le generalità del suddetto schieramento politico, nemmeno il nome (fulcro di sospetti annessionismi e di animosi confronti tra ortodossismi): partito/movimento/coalizione sardista/autonomista/indipendentista/federalista/confederazionista/nazionalitario/sovranista/regionalista … Magari, tentando una mossa del cavallo (che salta il rapporto con Roma) o a spazzare l’area peninsulare con un tiro nella tribuna europea (bruciate forse, insieme ai tanti nomi storici, anche recenti apprezzabili invenzioni dell’indefinito, come l’accogliente Sardegna Possibile), un nome in più o uno in meno …: coalizione europeista sarda. La sigla, ora che lo vedo, verrebbe CES, dal suono inequivocabilmente popolare e nostro, esclamativo, … appena generoso nel prestare il fianco a facili battute su gabinetti più o meno politici e sul risultato dell’impresa (un nome quindi originale e scaramantico, da saper portare). Si dirà che non è dal nome che si comincia, vero; che un nome per sé è una scatola vuota, vero; ma è anche vero che presto a darsi un nome ci si arriva (e spesso, parrebbe, ci si incaglia). Comunque lo terrei lì, tra altri accoglienti ancora disponibili (questo con l’etichetta “l’ha proposto un cretino”: in certi passaggi, magari, aiuta).

    • Il disincanto è lecito e anche l’ironia. Però ne abbiamo avuti a vagonate, nel corso del tempo, e non sono mai serviti a niente. Invece sarebbe bello, una volta tanto, notare il cambio di passo nel confronto dialettico, nella discussione pubblica, ed anche la buona qualità delle argomentazioni.

      Sinceramente di partiti, coalizioni ed elezioni come unico livello del discorso politico non ne posso più. Quello è un livello decisamente sovrastrutturale. Il ragionamento condiviso, l’analisi della situazione e delle forze in campo, una proiezione pragmatica verso uno scenario nuovo sono tutte cose che devono venire prima. L’organizzazione in politica è fondamentale, ma non può essere fine a se stessa (come un po’ ingenuamente si è spesso creduto, nel campo indipendentista). E rimane la necessità di coinvolgere nel discorso della nostra autodeterminazione tutti quei soggetti, tutti quei gruppi di interesse e tutti gli intellettuali (in senso lato) che ne sono rimasti esclusi, o che oggi stazionano ai margini. È un discorso di egemonia culturale e di mobilitazione di un numero consistente di persone. Il lato teorico è stato fin troppo frequentato. Mi fa piacere che gli interventi che si stanno succedendo invece siano molto più pragmatici che astratti. Vuol dire che qualcosa l’abbiamo imparata. L’impazienza non serve, in queste faccende, anche se i problemi sono pressanti e di stazza notevole.

  3. Già, ironia e disincanto. Non occuperei ancora spazio se non perché in questi giorni mi sta capitando di seguire il dibattito qui sul momento dell’indipendentismo sardo e insieme gli scritti dell’assessore Paolo Maninchedda sul blog Sardegna e Libertà in cui denuncia che le leve democratiche sarde (l’accessibilità da parte della Giunta ai poteri locali, dello Stato ed Europei) sono boicottate da poteri dello Stato italiano e da altri poteri (economici) non istituzionali; denuncia che pare cadere nella indifferenza generale (siamo tutti uomini di mondo?).
    Come ho scritto all’assessore, per par condicio: mi piacerebbe (naif, ho detto a lui; consapevole di essere il cretino di cui sopra, dirò qui) mettere in comunicazione le intelligenze coinvolte, colpito dalla importanza delle due discussioni quanto dalla loro (per me stupefacente) reciproca distanza e autonomia (apparente incomunicabilità). Non ignoro che Maninchedda possa essere considerato da molti interessati al dibattito sull’indipendentismo come quello che con la sua scelta di impegno dall’interno del governo regionale si è posto di fatto lontano da quel campo. Io, sarà per i miei limiti di intelligenza politica, riesco a seguire con simpatia e speranze sia l’azione di lui (sua e del movimento politico che lo sostiene) che il fermento altrove e qui, rammaricandomi appunto che l’una e l’altro paiano non intercomunicanti nemmeno in un momento come questo, quando un assessore in carica giunge a preconizzare addirittura qualcosa di simile a una rivoluzione mentre chi sta intervenendo qui non sembra nemmeno udire questo boato (scelgo boato apposta per l’accezione libera). Leggo di ponderate prospettive ragionevolmente distanti nel tempo senza scorgere un battito di ciglia rispetto a quanto ora concretamente si starebbe opponendo, a detta di un Assessore che vorrebbe costruire da adesso sovranità per la Sardegna, all’azione della maggiore istituzione sarda (al lupo al lupo e fesso chi gli crede?). Vi saluterete, incrociandovi per qualche luogo di questa simil rivoluzione, solo allora? Non è vostra responsabilità comune cercare di raggiungere posizioni le più vicine possibili perché i sardi che tutti vorreste coinvolgere, gli stessi (indipendentisti e non-dipendentisti, si è pure detto), possano trovare quello che cercate di avvicinare e quello che vi si oppone più reale e credibile? Non è vostra responsabilità farlo da ieri? Allora sì, forse, qualcosa di simile a una rivoluzione. Altrimenti, appunto, sempre più legittimi (e, ahinoi, non diversamente inutili) ironia e disincanto.
    O sono fuori tema?

    • Non si possono assumere come realtà oggettiva le costruzioni retoriche di chicchessia. Il dibattito in corso ha il pregio, tra gli altri, di mettere in discussione vari punti che troppo spesso sono stati dati per scontati, e sta avvenendo con rispetto reciproco e spirito costruttivo, al di là delle posizioni del tutto o in parte dissenzienti.
      La diffidenza verso l’operazione sovranista non è dovuta ad antipatie personali o a pregiudizi ingiustificati, ma discende da una valutazione politica stringente. La collaborazione con le forze politiche italiane, agli occhi della stragrande maggioranza degli indipendentisti – e non solo – è sbagliata e perdente. Non basta a salvarla dalla sua intima natura opportunista uno storytelling autocelebrativo. È troppo evidente come sia costruito intorno a una pura tattica di autopromozione. Non solo, è anche lecito avere dei dubbi sulla reale cifra liberante, democratica, di tale operazione, evidentemente opaca nei metodi e venata di elitarismo e paternalismo. Non si costruiscono percorsi condivisi partendo dal presupposto di saperne sempre e comunque più degli altri e pretendendo di ergersi a leader indiscutibili.
      Queste sono alcune delle obiezioni più importanti alla scelta sovranista. Non sta scritto da nessuna parte che la si debba condividere. Non sta scritto nemmeno che vogliamo davvero tutti la stessa cosa, anzi è lecito dubitare anche di questo. Perciò, per quale motivo o a quale scopo pretendere che ci sia una coincidenza di percorsi o addirittura una confluenza in un unico soggetto? Per fare cosa? Sulla base di quali valori condivisi? Con quali obiettivi immediati, di medio e di lungo termine?
      Le differenze esistono e non si può far finta di no. Se si alimenta la discordia solo a scopo di autolegittimarsi chiaramente è un gioco a perdere (ma noto che i sovranisti su questo punto non hanno molti scrupoli). Se si rimarcano le distanze teoriche e pragmatiche, sulla base di dati politici e storici, si offre semplicemente un po’ di chiarezza ai cittadini. L’indipendenza, se si farà, non si farà a chiacchiere, questo è certo, ma nemmeno sostenendo e legittimando la nostra classe dominante, magari con lo scopo implicito di sostituirla o quanto meno di esservi cooptati.

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