Autodeterminazione, indipendenza, nazionalismo e tutto il resto: un dibattito necessario

Dato che se ne parla di tanto in tanto, e spesso in modo superficiale o a sproposito, meritano attenzione due recentissimi interventi pubblici sul tema dell’autodeterminazione e dell’indipendentismo. Uno è di Alessandro Mongili, l’altro di Nicolò Migheli.

Dichiaro subito che mi riconosco pienamente sia nell’orizzonte critico e valoriale sia nei contenuti dei due articoli. D’altra parte, entrambi più che sostenere tesi pongono problemi e domande.

Perché sono due testi importanti? Intanto perché fanno il punto su questioni spesso discusse sui social media in modo discontinuo e dispersivo, ma raramente sistematizzate. In questo caso invece sono collocate in un ordine discorsivo ben definito e collegate alla realtà storica della Sardegna contemporanea e del contesto internazionale in cui è giocoforza immersa, senza limitarsi ad affrontare i problemi sul piano meramente astratto.

In secondo luogo, contengono argomentazioni critiche serie, puntuali ma non malevole, non viziate dalla capziosità tipica – così tragicamente diffusa – che caratterizza gli interventi di troppi commentatori occasionali sulla questione dell’autodeterminazione e sull’indipendentismo sardo.

In terzo luogo, i due autori non sono due militanti indipendentisti, ma nemmeno due persone estranee al discorso affrontato, condizione vantaggiosa che consente di conoscere bene il tema senza però dover cedere ad autocensure di partito o a ostilità preconcette.

Uno dei problemi che rimangono sul tappeto, a monte o intorno alle questioni sollevate dai due articoli, è quello della platea a cui sono rivolti, dell’interlocutore che viene chiamato in causa. Apparentemente il target principale dovrebbero essere gli indipendentisti stessi, sia quelli iscritti ai pochi, residui gruppi organizzati, sia quelli senza tessera o senza appartenenza dichiarata.

A tutti costoro spero fischino le orecchie in modo brutale, affinché si sentano costretti a prendere posizione sui problemi sollevati, senza trincerarsi dietro pretese purezze esclusiviste, o rifugiarsi nel confortevole spazio di discussione interno, autoreferenziale, astrattamente normativo cui la militanza indipendentista è fin troppo abituata.

In questo senso, prendo come una necessaria provocazione la domanda (retorica) posta nel titolo da Alessandro Mongili. L’indipendentismo non è morto, evidentemente, dato che se ne rilanciano costantemente temi e questioni. Tuttavia non sta benissimo. Si trova oggi in una fase di transizione, come del resto ce ne sono state altre in passato. Bisognerebbe preliminarmente prenderne atto e togliere dal terreno gli ostacoli pretestuosi a una discussione libera e profonda. Noto invece che questo tipo di riflessioni suscita sempre un certo fastidio tra i vari leader o dirigenti indipendentisti (o quel che ne resta). È un tragico errore, che però alla fine danneggia più che altro chi lo commette.

Non c’è dubbio alcuno che il tempo dei movimenti e dei partiti di pura testimonianza sia finito. Il loro non è stato un ruolo secondario o inutile, beninteso. Al contrario, nel corso del tempo, dagli anni Settanta del secolo scorso e per tutto il primo decennio di quello nuovo, il fermento indipendentista è stato l’unico ingrediente nuovo e fecondo di un dibattito politico sardo altrimenti votato alla totale e mortifera subalternità.

Oggi come oggi non ci meravigliamo affatto che certe tematiche trovino spazio nell’agenda politica sarda, che se ne debba occupare e ne debba dare conto la politica istituzionale, che tali tematiche siano diffuse in termini trasversali in tutte o quasi le classi e le categorie sociali. Lasciamo perdere per un momento gli esiti concreti e i limiti oggettivi della politica istituzionale nostrana: è un fatto storicamente assodato che ormai servitù militari, questione trasporti, questioni culturali come quella linguistica o come la gestione e valorizzazione del nostro patrimonio storico-archeologico (per fare giusto qualche esempio) siano parte delle incombenze di cui anche i partiti italiani in Sardegna e i media ad essi organici devono occuparsi.

Non era così scontato solo un quindicennio fa. Su questo, la rottura direi quasi epistemologica prodotta dall’avvento sulla scena sarda di Renato Soru (nella sua prima fase, in particolare, fino al 2006), in contemporanea con un risveglio del pensiero e della prassi indipendentista, ha avuto il suo peso. Nel caso di Renato Soru, probabilmente anche al di là delle sue intenzioni, ma poco importa, su questo piano del discorso.

Oggi siamo in presenza di uno stallo, quello segnalato da A. Mongili, ed anche di evidenti rischi, come avverte N. Migheli. Stallo e rischi per altro evidenziati anche in questo blog. Il che forse significa che non si tratta di mere impressioni soggettive.

Lo stallo è dovuto all’incapacità da parte dell’ambito indipendentista di rispondere alle sollecitazioni storiche da esso stesso evocate e in qualche misura provocate. Sembra che proprio nel momento in cui finalmente si certifica una diffusione del sentimento – se non del pensiero – indipendentista, proprio le organizzazioni che ne hanno fatto uno dei propri obiettivi principali stentino a prenderne atto e a tenere il passo. Probabilmente una delle cause è quella segnalata da Alessandro Mongili:

[…] la politica dei piccoli gruppi va bene per testimoniare una fede, ma nelle sue dinamiche interne è omologa a quella delle camarille al potere, funziona anch’essa sulla base della fedeltà ai capi e capetti, e sulla cooptazione dei più fedeli. Dunque, è inefficace se la scala si fa più ampia.

Non c’è dubbio che questo sia uno dei nodi fondamentali. Un altro è la mancata elaborazione di una ideologia non tributaria verso il sardismo. I tentativi fatti si sono arenati sulla soglia di aporie teoriche e di scelte pragmatiche deleterie che hanno consentito ai vecchi e strutturali limiti del sardismo di rientrare dalla finestra quando si riteneva di averli cacciati via dalla porta.

Invece anche questo è un nodo fondamentale. Non aver elaborato compiutamente un terreno teorico distinto e alternativo rispetto a quello sardista costituisce un limite evidente. L’identitarismo esclusivista di tipo eminentemente nazionalista (anche laddove si dichiara di rifiutare il nazionalismo), la mancata scelta tra destra e sinistra, la rinuncia a riempire di contenuti positivi il non-sardismo, la mancata riflessione sul radicamento sociale dell’indipendentismo, il rifiuto o la scarsa capacità di affrontare temi non strettamente riconducibili alla tradizione sardista e neo-sardista, la mancata decostruzione del nostro mito identitario sono zavorre con cui l’indipendentismo contemporaneo deve fare i conti.

Non stupisce che nel complesso l’ambito indipendentista, ormai ridotto al lumicino quanto a formazioni organizzate e a peso politico, stia subendo una graduale ma rapida deriva destrorsa e nazionalista, a volte inconsapevole, a volte deliberata. La concorrenza tra soggetti al di sotto di ogni sospetto come Paolo Maninchedda o Mauro Pili per assicurarsi l’egemonia in questo spazio sono evidenti e non evocano certamente vitalità e propositività, quanto al più astuzia, opportunismo e sfacciataggine, non importa se rivestita di parole d’ordine apparentemente emancipative.

Anche la tentazione diffusa di seguire i passi del sovranismo è un sintomo di debolezza. Il sovranismo sardo è – palesemente – una pura tattica elettoralistica per assicurare a pochi individui posizioni di vantaggio, possibilità di crearsi clientele personali, voce in capitolo nei mercanteggiamenti a cui si è ridotta l’attività politica reale a livello istituzionale.

È dunque inevitabile che nel composito ambito indipendentista (quale che ne sia l’articolazione interna) si manifesti insofferenza per interventi come quelli in questione. È naturale. Specie per chi ha preso parte alla politica sarda degli ultimi anni, è forte la tentazione di negare che i problemi sollevati esistano. Lo dico anche in termini autocritici, senza far finta di non entrarci per nulla in queste faccende. Ma anche con la consapevolezza di aver contribuito (molto, poco, bene o male, poco importa, in questo frangente) a uno dei pochi tentativi concreti per rispondere nei fatti alle sollecitazioni storiche del nostro presente, qual era Sardegna Possibile. Detto ciò, non soffrendo di feticismi di sorta, cerco di pormi in termini laici anche sulle cose a cui ho preso parte direttamente, e qui si chiude l’inciso personale.

Ma ancora più grave è il silenzio, o la rimozione, di cui tali tematiche sono fatte oggetto da parte di chi, fuori dall’ambito indipendentista (inteso in senso stretto o anche in senso lato), pur interessandosi di politica in Sardegna o addirittura facendola (a qualsiasi livello), continua a non reputare la questione della nostra autodeterminazione come meritevole di essere discussa.

Su questo punto mi sento di essere intransigente. La questione della autodeterminazione della Sardegna non è una questione tra le tante, o un pour parler, o addirittura una fissazione da esaltati, bensì è LA QUESTIONE politica dei nostri anni. Dico dei nostri anni, perché in questa fase storica essa si pone come decisiva, per certi versi più che in altri momenti. Tralasciarla e abbandonarla alle prassi furbesche di capi e capetti, agli opportunisti sempre in cerca di un tavolo a cui accomodarsi, ai capipopolo improvvisati (magari esponenti di partiti italiani) che all’occorrenza si giovano – a sproposito – di qualche successo sportivo per darsi un tono, ai commentatori compulsivi da social network, ai pochi militanti rimasti è un errore strategico di cui, se perdura, pagheremo tutti le amare conseguenze.

Per questo è doveroso salutare con favore e con gratitudine riflessioni come quelle proposte da Alessandro Mongili e Nicolò Migheli. Tanto più nell’anniversario della manifestazione di Capo Frasca contro le servitù militari (la cui sterilità, da alcuni per altro pronosticata, bisogna pur constatare, possibilmente per trarne qualche lezione). Nessuno potrà liquidarle come di poco conto, male argomentate, viziate nella forma e nel contenuto. Al di là del fatto di essere d’accordo o meno, ci chiamano in causa e richiedono ulteriori riflessioni e – possibilmente – risposte generose e propositive.

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