Io non sono razzista, ma…

Io non odio i razzisti. Mi fanno schifo. Perché spendere un sentimento forte e raro come l’odio per un fenomeno che merita solo disprezzo? E mi fanno ancora più schifo i razzisti senza memoria, senza coscienza di se stessi. In primis i razzisti sardi, ossimoro vivente e paradossale, esempio di quanto possa cadere nel ridicolo l’essere umano, persino nel contesto di tragedie epocali.

Chi il razzismo lo alimenta per trarne vantaggio, invece, più che ribrezzo produce la precisa coscienza del pericolo imminente. Quella non è gente semplicemente stupida, inconsapevolmente dannosa, bensì rappresenta una manifestazione maligna delle peggiori tendenze della nostra specie.

A voler fare i pignoli, potremmo distinguere dal razzismo la xenofobia. Il primo consiste in dichiarazioni, atteggiamenti e azioni violente e malevole indirizzate verso un gruppo umano, etichettato come perfettamente circoscrivibile e reputato inferiore e meritevole di ogni male in quanto tale, per il solo fatto di esistere. La xenofobia è una faccenda diversa, perché attiene a una sfera istintiva profonda, che può avere una sua radice biologica e/o culturale: la diffidenza – che può diventare paura – verso l’estraneo. Ma anche qui, c’è chi cavalca l’ignoranza e il sentimento di precarietà di molte persone per trarne consensi, la legittimazione popolare alla propria ricerca di potere personale. Perché anche la xenofobia è stupida e sbagliata. Storicamente e biologicamente stupida e sbagliata.

Entrambi, la xenofobia come il razzismo, sono un ottimo instrumentum regni, un facile mezzo di dominio. Niente di più vantaggioso che mettere intere categorie di cittadini impoveriti e progressivamente privati dei loro diritti contro chi è ancora più povero e di diritti non ne ha affatto. Niente di più a buon mercato che additare un “loro” esterno contrapposto a un “noi” da salvaguardare nella sua pretesa integrità (economica, sociale e morale), anche se questo “noi” alla fine coincide con la sfera degli interessi materiali di una minoranza dominante.

Purtroppo le reazioni emotive delle persone sono troppo facilmente manipolabili. Lo abbiamo visto pochi giorni fa con la diffusione sistematica della foto del povero bambino kurdo morto in mare. Chissà se si è trattato di una campagna sapientemente orchestrata; certo è che la circostanza è stata sfruttata abilmente da diversi governi, ognuno per i suoi scopi (quasi mai edificanti). Gli stessi governi che a difendere Kobane (città di provenienza del piccolo Aylan) non ci hanno pensato manco per sbaglio.

Ma ci sono anche altri esempi di reazioni emotive di massa. Le immagini e il video della giornalista ungherese, al confine con la Serbia, impegnata a sgambettare padri con bambini in fuga, non ha mancato di risvegliare l’indignazione generale. E, dal lato opposto, in Sardegna, l’aggressione al giornalista Antonello Lai da parte di un gruppetto di bellimbusti, in un campo Rom, ha dato la stura ai decerebrati nostrani, sempre pronti a imbracciare armi pesanti o guidare ruspe quando c’è di mezzo “lo zingaro”, o comunque lo straniero povero, sporco, magari nero.

La cosa emblematica è che a volte le reazioni ai due episodi, benchè di segno opposto, si sovrappongono quanto a durezza e uso disinvolto di epiteti ingiuriosi, di minacce tremende. Qui c’è un altro esito macroscopico della manipolazione in corso: l’accettazione della violenza e della sopraffazione come strumento corrente nelle relazioni umane. Ad un certo punto scompare la causa scatenante e rimane solo la deriva violenta. Poco conta che per ora il fenomeno si sfoghi prevalentemente sui social media o nei commenti agli articoli online dei giornali. L’assuefazione a dosi sempre più massicce di malevolenza e di brutalità sta crescendo.

Non rendercene conto è già grave. Non basta sentirsi assolti dagli atteggiamenti più vistosamente violenti solo perché non ne siamo noi direttamente gli autori. Basta anche solo il fatto di non reagire a tali atteggiamenti, la mancanza di rigetto, l’accoglienza sia pure passiva che concediamo loro nei nostri spazi di discussione e nelle nostre relazioni, via internet o meno che siano.

Razzismo, xenofobia, risentimento, violenza stanno pervadendo anche spazi che fino a qualche tempo fa erano ad essi preclusi. Stanno inquinando il dibattito pubblico, anche in Sardegna, anche quello relativo alla nostra autodeterminazione. Sono sempre di più e sempre meno timidi i sedicenti indipendentisti che si lasciano andare a dichiarazioni razziste. Il che vale anche nei casi meno riconoscibili, quando ad esempio si identifica il nemico nell’Italia o negli Italiani, così, come soggetti collettivi indistinti, con una generalizzazione grossolana. Questo è precisamente razzismo, lo stesso che abbiamo subito e continuiamo a subire noi stessi, in quanto sardi. Ed è l’anticamera della peggiore deriva nazionalista e reazionaria.

È un modo stupido, puerile, di affrontare le cose. Ed è del tutto controproducente. Dovremmo sapere che da quella parte non arriverà mai nulla di emancipativo, di realmente liberatorio. Caso mai l’esatto contrario.

Ignoranza, precarietà (vera o percepita che sia) e manipolazione sistematica non danno mai esiti buoni per chi il potere lo subisce. E in Sardegna dovremmo saperne qualcosa. Invece continuiamo a cedere terreno di fronte al male, poco metafisico e molto concreto, che ci sta distruggendo. Così, anziché essere un possibile esempio virtuoso di riscatto collettivo, anziché proporci al mondo come possibili pionieri di un modello diverso ma efficace di convivenza, ci facciamo abbindolare come sciocchi da stratagemmi nemmeno troppo sofisticati, mentre chi decide per noi ci prepara un futuro ancora più terribile del già difficile presente. E lo fa col nostro consenso o nella nostra indifferenza.

Finché ci saranno Sardi che ritengano di essere minacciati più dai Rom che dagli inceneritori, più dai poveri in fuga che dal land grabbing, più dalla fantomatica ideologia “gender” che dalla subalternità economica e culturale, più dagli Italiani (come “razza”, come “nazione nemica”) che dalla propria dannosissima classe dominante, la strada della nostra salvezza collettiva sarà drammaticamente ostruita. E questo vale per molte altre popolazioni europee e mediterranee e direi per tutta l’umanità.

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