Il razzismo al potere

Al fondo di gran parte dei nostri problemi materiali, in Sardegna, c’è un fattore storico di tipo culturale e sociale, che tendiamo a rimuovere dallo scenario. Per pudore, per paura, per vergogna. È il razzismo. Non quello nostro verso altri (odioso e detestabile, sempre e comunque), ma quello altrui verso di noi. Verso i Sardi intesi come genia perfettamente definita nei suoi tratti storico-culturali e considerata inferiore, mancante, necessariamente subalterna.

Tale fattore anima l’atteggiamento prevalente dell’establishment economico e politico italiano verso l’isola. Un esempio sono le dichiarazioni dei vari esponenti politici italiani periodicamente in tournée in Sardegna, o l’atteggiamento dei vari speculatori pronti a cogliere buone opportunità di saccheggio. Ma penso che come esempio valga meglio di tanti altri la campagna lanciata sui giornali sardi dal gruppo SARAS, nei mesi scorsi. Il senso e le conseguenze pratiche di quella campagna sono del tutto evidenti e una classe dirigente come si deve (dal mondo politico a quello intellettuale) avrebbe reagito in modo forte a tanta sfacciataggine. Invece no, come sappiamo.

La subalternità e la dipendenza della Sardegna non sono questioni aperte, ma dati di fatto storici, nella visione diffusa della classe dominante italiana. Se non si parte da questa dolorosa consapevolezza è difficilissimo capire scelte (o non scelte) che dal livello politico centrale si riverberano su di noi, spesso senza nemmeno avere coscienza delle conseguenze su questa porzione periferica e marginale dello stato italiano, altre volte con la palese intenzione di ribadirne la sudditanza passiva ad interessi esterni.

Al razzismo implicito o esplicito dell’establishment italiano si associa, rafforzandolo e rendendolo operativo in concreto, l’autorazzismo della nostra classe dominante, quell’aggregazione eterogenea di portatori di interesse locali dedita alla gestione e al controllo delle risorse e della situazione complessiva dell’isola. Una minoranza dei Sardi che si è assunta da qualche generazione il ruolo del kapo.

È facile riscontrare i segnali di tale autorazzismo in tutti gli ambiti strategici della nostra vita associata. La passivià rassegnata o addirittura l’accettazione pedissequa e grata con cui si accolgono le decisioni più deleterie per la Sardegna ne è la spia più luminosa. Naturalmente, i temi maggiormente sensibili a suggestioni identitarie sono i più bistrattati, spesso in modo grossolano. Pensiamo alla questione linguistica, mai troppo amata e oggi, con la giunta dei professori alla guida della Regione, tornata indietro di anni sulla strada della sua possibile risoluzione.

Del resto il pensiero diffuso della nostra stessa classe dominante è che i Sardi siano un problema, non una collettività portatrice di diritti e di una sua propria soggettività storica. Lo diceva Cappellacci ai suoi interlocutori telefonici, poi implicati in indagini rivelatrici. Ma ci stupiremmo se le stesse cose le sentissimo pronunciare a Francesco Pigliaru o a uno dei suoi assessori? Io francamente no.

Lamentarsi del razzismo verso i Sardi suona sempre patetico, a volte deresponsabilizzante. Per questo esiste un certo pudore a farne un tema di discussione. Ed è giusto essere molto prudenti in questo ambito. Il rischio di spostare l’asse del discorso da giuste rivendicazioni democratiche a una sorta di latente conflitto etnico senza senso (tipo Sardi vs. Italiani) esiste e va tenuto presente. Così come è consistente il rischio che la consapevolezza di questo fenomeno trasformi il nostro poderoso complesso di inferiorità in una ricerca di primazia, di riscatto storico, magari da riversare su lontane età dell’oro perdute. Sappiamo come succede, sono fenomeni che abbiamo costantemente sotto gli occhi.

Tuttavia bisognerà pur prendere atto dell’evidenza. I Sardi in Italia sono cittadini di serie B. Associare la nostra sorte al “resto del Mezzogiorno” come spesso si sente o si legge, anche da parte di esponenti del nostro mondo politico, non fa che peggiorare le cose, sia dal lato simbolico/comunicativo, sia da quello degli interventi concreti.

Diciamo dunque che la prima cosa da fare sarebbe precisare a noi stessi quale posto ci assegnamo nell’ambito dei popoli mediterranei ed europei, cosa ci aspettiamo dal nostro presente e dal nostro futuro e come contiamo di ottenerlo. Assecondare i pregiudizi consolidati nei nostri confronti fa molto comodo al nostro ceto dominante e a quello che domina l’Italia, ma è un pessimo affare per la stragrande maggioranza di noi. Pensiamoci, prima di ripetere a pappagallo qualcuna delle stupidaggini autorazziste di cui siamo così propensi a riempire i nostri discorsi.

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