I fantasmi della Grande guerra e noi

Partiamo da un libro: WU MING 1, Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, Milano, Rizzoli, 2015.

Il testo era uscito in una versione breve in tre puntate sul settimanale Internazionale, nella primavera scorsa. È un’indagine condotta in modo particolarmente intelligente ed empatico su cosucce come la Grande guerra e la questione dei confini orientali dell’Italia, il loro riproporsi come fattori dell’attuale dibattito politico e culturale, i nazionalismi europei. Temi su cui negli ultimi vent’anni si è esercitato un lavorio profondo che ha fatto riemergere in Italia, al livello dei mass media mainstream e delle massime istituzioni statali, una narrazione patriottarda, nazionalista, centralista e molto spesso persino militarista. Per altro strutturalmente legata all’accentuarsi della virata antidemocratica e autoritaria del sistema di governo italiano, all’aumento delle diseguaglianze, al consolidarsi dello sfruttamento indiscriminato del lavoro, del territorio e delle risorse.

È una lettura molto consigliata. Direi in modo particolare ai Sardi. Per varie ragioni. Una emerge dalle parole che seguono (tratte dalle pagg. 36 e 37, il grassetto è mio):

In tutta Europa avanzano partiti e movimenti nazionalisti, populisti di destra, xenofobi, razzisti. Talora sono dichiaratamente fascisti/nazisti, ma il più delle volte sono criptofascisti, molto “tattici” o ipocriti nel definirsi. Spesso dicono di non essere “né di destra, né di sinistra”.

Questi movimenti sfruttano un’illusione molto diffusa, quella di poter trovare conforto e salvezza  nella restaurazione di sovranità passate, entità dai tratti più mitici che reali: piccole patrie e/o imperi di qualche belle époque  e/o tribù ancestrali vagheggiate nel buio della notte dei tempi.
La narrazione è quella classica della “Caduta”. Se le vecchie patrie sono in sofferenza, se i vecchi imperi sono crollati, è perché forze oscure hanno tramato per distruggerli.
La retorica è sempre antropomorfizzante, diretta non contro le logiche fallaci e distruttive del neoliberismo, ma contro alcuni personaggi. I cattivi, i villains, sono le “lobby transnazionali”, i vampiri del capitale finanziario “privo di radici”, la casta degli €urocrati, giù ruzzolando fino alla massoneria (il prezzemolo sta bene con tutto) e alla longa manus dei perfidi giudei. Tutti agenti della degenerazione, contrapposti a un Popolo dipinto come unico e indifferenziato, corpo sano per definizione, onesto e orgoglioso, le maniche sempre rimboccate.

Wu Ming 1 non scrive certo pensando alla Sardegna, al nostro mito identitario, al nostro processo di autodeterminazione. Eppure chiunque abbia un interesse sia pur critico per questi temi non può non sentire il richiamo di queste parole.

La narrazione della Grande guerra in Sardegna ha un sapore nostalgico ed edulcorato e fa parte integrante della poltiglia indigesta che ci è stata fatta ingoiare fin dalla culla. Il mito dei Sardi chiusi, testardi, magari violenti, però ospitali e generosi, pittoreschi e genuini. Ed eroici combattenti. Sa bida pro sa Patria, recita il motto sul gonfalone della Brigata Sassari. La patria in questione naturalmente è l’Italia. Cosa questa mitologia possa aver significato per gli stessi reduci dal conflitto lo sappiamo per via di eccellenti testimonianze.

Gramsci racconta degli incontri con i leader sardisti che accompagnavano la Brigata Sassari a Torino, in missione per sedare le occupazioni delle fabbriche, subito dopo la Prima guerra mondiale. I soldati sardi, per lo più di estrazione rurale, erano convinti che la loro fosse un’azione contro i “signori”: così erano stati loro rappresentati gli operai in sciopero. Il fatto che spesso gli operai delle industrie strategiche fossero stati esentati dall’arruolamento era del resto un ottimo motivo di risentimento. Opportunamente indirizzato, in questo caso. Gramsci, che non si capacitava di tale fraintendimento, non aveva tardato a riconoscerne la matrice nei discorsi dei leader sardisti, fautori di una sorta di nazionalismo minorizzato e populista, sgangherato ma evidentemente efficace.

Naturalmente non c’è solo questo nella storia della Grande guerra nella sua declinazione sarda. Purtroppo però anche a questo proposito bisogna segnalare un pericoloso vuoto storiografico, sia relativamente al periodo che la precedette, sia al suo svolgimento (nelle sue due facce: sul fronte e sull’isola) e sia al periodo immediatamente successivo (che sappiamo quanto sia stato rilevante). L’unico materiale di cui disponiamo, fin troppo largamente, è una letteratura agiografica e celebrativa o al più rivendicazionista dell’epopea sassarina, ben lungi dal rappresentare una ricostruzione serena, onesta e documentata di fatti, circostanze, processi sociali e culturali.

Ma queste sono storie di cento anni fa, si dirà. Va bene, ma dobbiamo pur constatare l’attuale e sempre sollecitato favore per la Brigata Sassari e la retorica militaresca, imperversante e compiaciuta a tutti i livelli; elementi discorsivi spesso utilizzati come armi di distrazione di massa, o come strumenti di egemonia culturale. L’elemento mitologico della Brigata Sassari fa parte integrante del nostro mito identitario. Su questo credo non possano esserci dubbi di sorta.

Il nostro mito identitario contemporaneo è un assemblaggio tecnicizzato utile a garantire la dipendenza e la subalternità della Sardegna, dentro un assetto di forze a cui noi partecipiamo come pedina sacrificabile. Lo ripeto qui per comodità, ma sono questioni su cui in questo blog si possono facilmente reperire approfondimenti, argomentazioni e pezze d’appoggio. Così come nel libro Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso. Gli esiti concreti, storici, della persistenza di tale mito sono evidenti.

A questo si aggiunge oggi il pericolo che la crescente consapevolezza della necessità di un processo di autodeterminazione sia pesantemente inquinata da interessi e orientamenti tutt’altro che emancipativi. Sfuggito al recinto della marginalità politica cui sembrava destinato fino a qualche anno fa, il problema della nostra emancipazione economica, culturale e politica è ormai un fattore del “gioco del trono” contemporaneo, sull’isola. La classe dominante sarda e i suoi padroni lo sanno perfettamente. Riuscire a incanalare tale fenomeno complesso, ancora non del tutto definito, dentro una cornice economicamente e socialmente conservatrice sarebbe l’ideale per poterne eliminare gli spunti più liberanti e magari cavalcarlo per promuovere la più classica delle rivoluzioni passive. Un pericolo a cui da queste parti si è accennato più volte.

Bisogna dunque stare attenti all’evidente spostamento verso destra dell’ambito indipendentista, sovranista, neo-sardista. È una deriva che ben si sposa con i movimenti in corso in tutta Europa, così come richiamati da WM1, e per questo ancor più preoccupante.

Certe narrazioni esaltate sul nostro glorioso passato nuragico (vero o presunto), le polemiche a volte morbose intorno ai Giganti di Mont’e Prama, l’insistenza su una mitopoiesi spacciata per riappropriazione della nostra “vera storia” (negata, nascosta, ecc.), ma sempre e solo in riferimento al nostro lontano passato, sono operazioni ben poco spontanee e che rimandano con troppa facilità ad analoghe istanze emerse qua e là sul continente. È tutto materiale da maneggiare con estrema cura e non senza averlo analizzato per bene.

Il che è anche un paradosso, dato che storicamente l’indipendentismo sardo ha avuto più a che fare con i processi di decolonizzazione, con gli indipendentismi mediterranei (prevalentemente di sinistra e antifascisti), con i movimenti per i diritti e per l’ambiente, che con i nazionalismi classici.

Vero è che certe passate comparsate ai raduni della Lega nord di alcuni esponenti piuttosto in vista dell’indipendentismo sardo lasciano intravvedere rapporti duraturi su quel fronte. Così come certa retorica pre-grillina con cui si intendeva presentare l’indipendentismo sardo “moderno” come “né di destra, né di sinistra”. In molti casi lo si diceva “da sinistra”. Ma non sempre e oggi sempre meno.

L’operazione di egemonizzazione destrorsa e reazionaria è tutt’altro che compiuta. Per scongiurarne la riuscita bisogna innalzare la soglia di attenzione e mantenere un forte senso critico su quel che si muove nello scenario politico sardo. Ricordando sempre che siamo nel bel mezzo di una fase storica estremamente difficile, alla quale si può partecipare o nella veste di un soggetto collettivo riconosciuto e dotato di propria voce in capitolo, oppure in quella del mero oggetto storico.

Questa seconda è la nostra condizione attuale, com’è evidente. Non ne usciremo traducendo la giusta e necessaria pulsione dei Sardi alla propria autodeterminazione in un papocchio vetero-nazionalista, nostalgico e reazionario. Il percorso della nostra indipendenza o sarà emancipante, rivoluzionario, dichiaratamente votato ai diritti civili, all’eguaglianza sostanziale, ai beni comuni, alla democrazia, alla relazione pacifica e proficua con gli altri popoli europei e mediterranei, o sarà solo l’ennesima occasione mancata. Se non un precipizio che ci condurrà dalla padella alla brace.

Direi di approfittare di uno sguardo esterno come quello offerto dal libro di WM1 per aggiornare la nostra riflessione sulla Sardegna di ieri e di oggi, sui suoi miti fondativi – specie quelli più evidentemente velenosi – e sulle sue prospettive, tenendo sempre conto di ciò che ci accade intorno e che ci tocca direttamente, che ci piaccia o no.

5 responses

  1. ”[La nostra Storia] È tutto materiale da maneggiare con estrema cura e non senza averlo analizzato per bene.” Totalmente d’accordo: occorreranno molto studio, costanza e coraggio.

  2. La questione sarda in relazione alla grande guerra ed al periodo successivo vista da Nordest è diversa infatti. Importante il libro di WM1 (e la tua lettura di esso) in questo senso. Qui i Granatieri di Sardegna, oltre ad essere coloro che sono stati mandati ad essere massacrati sul nostro Carso, sono stati coloro che con D’Annunzio hanno occupato Fiume, coloro che hanno cinto di filo spinato la città di Lubiana deportandone 10.000 abitanti circa durante l’occupazione della Slovenia nella seconda guerra. Non so quanto in Sardegna si abbia consapevolezza di questa cosa…

    • Granatieri di Sardegna e Brigata Sassari (sia pure nelle sue varie reincarnazioni) non sono la stessa cosa. Teniamo conto che il nome Sardegna, appioppato a reparti militari, fin dall’epoca spagnola non significa necessariamente “composto da Sardi”.
      Fatta questa precisazione, la risposta alla tua domanda è: no. In Sardegna si sa poco o nulla di molte cose, ma sull’impiego bellico o come forza di polizia dei contingenti sardi nei vari scenari (che non siano quelli soliti della Grande guerra, e comunque sempre sulla base dei resoconti ufficiali) non si sa pressoché nulla. Anche l’episodio di Torino che ho rievocato nel post, pur abbastanza accessibile se non altro perché legato alla figura di Gramsci, è del tutto misconosciuto.

      • Grazie delle delucidazioni. Personalmente mi sono occupato anche dell’internamento (anche) in Sardegna di civili della “Venezia Giulia” durante la prima guerra mondiale. In maggior parte pacifisti, antimilitaristi e anarchici.
        In Sardegna poi vennero mandati i reparti dell’esercito italiano formati da sloveni del litorale durante la seconda guerra mondiale: li chiamavano “Sardinci”.

        • Vi furono internati anche i militari provenienti dalle “terre irredente” che avevano combattuto per l’impero austro-ungarico nella I Guerra e i cosiddetti “austriacanti” (ossia tutti coloro che erano sospettati a torto o a ragione di stare dalla parte di Cecco Beppe). In Trentino se lo ricordano ancora, dato che i Trentini erano arruolati nell’esercito imperiale, per lo più sul fronte galiziano e molti di loro finirono all’Asinara.

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