La prevalenza dell’imbecille

Grande scalpore per le dichiarazioni attribuite a Umberto Eco in un articolo della Stampa, a proposito di internet. Secondo il semiologo e romanziere, internet avrebbe il torto di dare spazio a “legioni di imbecilli” altrimenti inoffensivi, consentendo loro di produrre disastri.

Questo è ciò che è passato su tutti i mass media e i social network che si sono occupati della notizia. Il che ha suscitato innumerevoli commenti, quasi sempre polemici verso Eco e i concetti da lui espressi. Nella maggior parte dei casi, avvalorandone la tesi.

Ora, che Eco sia un gran vanitoso lo sappiamo. Che di internet non capisca gran che, pure. Su internet da anni replica la medesima campagna diffamatoria, senza alcuna argomentazione solida e anzi incorrendo spesso e volentieri in fallacie logiche, con ragionamenti a dir poco capziosi. Anche questo è notorio (e in qualche caso stigmatizzato a dovere).

Tuttavia il tema centrale del suo ragionamento nel caso specifico non è affatto campato per aria e va affrontato come si conviene.

È vero che la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione e la loro maggiore pervasività ha moltiplicato in proporzione la quantità di notizie disponibili.

Allo stesso tempo la fruizione delle notizie è diventata più interattiva, consentendo ai riceventi di rispondere ai mittenti, generando un flusso in entrata e in uscita pressoché continuo, innescando un rapporto diverso tra produttori di informazione e fruitori.

La caduta del diaframma e dunque anche di una certa percezione di autorità tra i mezzi di informazione e i fruitori non è necessariamente un male. Così come non è necessariamente un male la possibilità di intervento della massa di lettori/fruitori dentro il flusso stesso delle informazioni. Su questo Eco avrebbe dovuto saper fare un ragionamento meno superficiale. Il male va cercato dov’è, alla sua fonte, non nei suoi effetti ultimi.

Se esistono legioni di imbecilli forse è dovuto alla natura umana. Del resto, dal momento che sono state scoperte e dimostrate le leggi fondamentali della stupidità umana non c’è proprio più nulla di cui stupirsi. Evidentemente il termine “imbecille” non è corretto e le sue connotazioni inducono in errore nella valutazione del fenomeno a cui Eco faceva riferimento.

Che è tutt’altro, ossia la mancanza di criterio nella selezione delle fonti e la credulità indotta nelle masse dalla così grande disponibilità di informazioni.

Dunque è un problema fondamentalmente educativo, culturale e sociale, non certo una faccenda dovuto in prima istanza a internet in quanto tale, né all’imbecillità diffusa (che può colpire anche i semiologi e i romanzieri, persino quando le due categorie coincidano nella stessa persona).

Se alla proliferazioni dei media non corrisponde un’adeguata educazione al loro uso, ne conseguirà necessariamente un effetto di maggiore ignoranza, che a sua volta ha una diretta applicazione manipolatoria sull’opinione pubblica, sull’armamentario mentale dei cittadini.

Il problema fondamentale è la diffusa mancanza di mezzi cognitivi, di filtri critici. Non è internet a creare gli “imbecilli”. Caso mai da loro una voce. Ma gli imbecilli esistono e la soluzione al problema non è fare in modo di non sentirli o leggerli, bensì di farne diminuire il numero.

Il problema è l’analfabetismo funzionale di due terzi dei cittadini adulti, la dispersione scolastica a livelli inaccettabili, il basso tasso di laureati, ed anche, su un altro verso, l’eccessiva specializzazione disciplinare (che è a sua volta una fonte rilevante di ignoranza e di imbecillità, se non controbilanciata da una formazione interdisciplinare di base, sistematica).

Tutti questi elementi sono poi riconducibili alla questione della divisione del lavoro, ai rapporti di produzione e di forza, e in definitiva a scelte politiche di fondo. E hanno una connessione forte col problema della diseguaglianza crescente. Che non è solo materiale, ma anche culturale, non solo relativa al reddito, ma anche all’accesso all’istruzione.

In questo come in altri ambiti il ruolo degli intellettuali è comunque rilevante. Perché è forse vero che sui social media qualsiasi “imbecille” ha lo stesso spazio di un premio Nobel, ma se non si nota la differenza io al posto del premio Nobel qualche domanda me la farei.

In ogni caso è doveroso porre il focus della questione sul problema vero, nodale, che è quello dell’istruzione, della capacità delle nostre società di riprodurre il sapere e di organizzarlo in termini emancipativi.

La socializzazione del sapere, la diffusione del senso critico sono obiettivi primari di qualsiasi sistema democratico di educazione e di istruzione. Non mi pare però che siano assunti come decisivi dalle classi egemoni contemporanee. Tutt’altro direi.

È qui dunque che deve esercitarsi lo sguardo dell’intellettuale avvisato, a meno che non sia puramente organico al sistema di potere vigente, come spesso avviene, oggi più che in passato.

In conclusione, suggerirei di prendere il buono che c’è nelle parole di Eco e di farne un uso proficuo, anche a dispetto suo, se necessario, come è giusto che sia.

Non c’è niente che possa essere detto a parole che non possa anche essere detto in modo chiaro, come sosteneva un tipo che la sapeva lunga (forse più di Eco).

Il primo dovere etico e politico di chi sa di più è di condividere quanto sa, seminarlo e farlo germogliare, attenuando così il tasso di imbecillità diffuso e generando anticorpi civili contro le varie forme di autoritarismo e di sfruttamento. Prima di tutto rivolgendosi agli ignari, a chi non sa, e persino agli imbecilli. Senza snobismi e senza crogiolarsi sulle proprie conquiste personali, che, al di fuori della rete di relazioni di cui ciascuno di noi è un nodo, non hanno alcun peso. Non c’è molto altro che possa dar senso a una intera vita come questo compito.

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