Economia, politica ed emancipazione

L’ultima edizione del Festival dell’economia di Trento, da poco conclusa, era dedicata alla mobilità sociale. Tema che inevitabilmente evoca il principio di eguaglianza e la sfera dei diritti civili.

Benché, al solito, si sia costruito un megabaraccone mainstream, con la massima attenzione a non mettere in discussione lo status quo, tale obiettivo, non per la prima volta, deve dichiararsi fallito.

Tanto il tema in sé, quanto i contenuti emersi nelle varie conferenze hanno evidenziato senza possibilità di dubbio una realtà storica inequivocabile.

Da una parte è stata richiamata, esposta e spiegata la deriva classista che ha investito il mondo dall’inizio della Grande crisi, quarant’anni fa, a oggi. Da un’altra se ne è rivelata la radice profondamente politica. Niente di quanto accade nella sfera economica è inevitabile o ha cause naturali su cui è impossibile intervenire.

I relatori, di primo o di primissimo piano, che hanno parlato a un pubblico quasi sempre molto numeroso e attento, non hanno fatto proclami, né propagandato facili ricette. Nessuno di loro però si è sottratto al dovere intellettuale della verità.

Non male per una circostanza tutta interna all’establishment politico-culturale trentino e italiano. Segno che la socializzazione della conoscenza è per sua natura un fatto sempre dirompente e sempre potenzialmente rivoluzionario.

Naturalmente le posizioni sono state diverse. C’è una articolazione interna nel discorso economico internazionale, che paga ancora un certo dazio all’ubriacatura ideologica neoliberista iniziata proprio a ridosso dell’inizio della Grande crisi, con l’esaltazione del pensiero di personaggi come Friedrich A. von Hayek o Milton Friedman.

Tuttavia il focus della discussione si è ormai spostato decisamente su un versante meno prepotentemente strumentale agli interessi del grande capitale e delle classi sociali privilegiate del pianeta.

La diseguaglianza crescente, la pessima gestione delle risorse, i problemi di natura ambientale sono ormai temi decisivi presso le maggiori istituzioni accademiche e governative.

Caso mai è da vedere fino a dove i vari osservatori si spingono nell’analisi di cause ed effetti del sistema economico dominante.

Qui per esempio c’è stato un momento dialettico significativo, laddove Joseph Stiglitz ha preso le distanze da Thomas Piketty a proposito della radice della disuguaglianza.

Stiglitz attribuisce a Piketty la tesi che gli scompensi del sistema economico vigente siano intrinseci al meccanismo del capitale, siano cioè non una patologia del capitalismo portata da elementi esterni ad esso ma propriamente gli effetti del suo stesso funzionamento.

Secondo Stiglitz invece si tratterebbe di un cattivo governo del capitalismo, che di suo non sarebbe così dannoso, se solo fosse compensato da altri fattori storici e in primis dalla sfera politica.

In realtà, per come la vedo io, il ragionamento di Stiglitz è capzioso fino all’autocontraddizione. Tenderei insomma a concordare con Piketty, almeno su questo punto generale.

Il meccanismo del capitale è intrinsecamente patogeno e, con la scala attuale dei fenomeni economici, sociali ed ecologici, minaccia di devastare il pianeta e di rendere la vita impossibile a molti milioni di esseri umani e ad altre specie viventi. Come del resto sta già avvenendo.

Sostenere che la responsabilità sia della politica non sposta affatto il peso di una constatazione storicamente verificata. Caso mai fa riemergere prepotentemente ciò che in questi ultimi trentacinque anni è stato messo sottotraccia, ossia che viviamo in un’epoca di capitalismo assoluto, senza contraltari, e che qui c’è il primo vero problema da affrontare.

Queste tematiche sono emerse senza alcun filtro ed anzi sul punto concreto degli effetti storici Stiglitz è stato sincero fino alla crudeltà, dipingendo icasticamente come sbagliate e pericolose le scelte economiche fatte dai governi nel corso degli ultimi trentacinque anni (in primis quello USA, compreso quello di Obama).

Ha spiegato molto bene in cosa consista l’effetto trickle-down (o effetto “sgocciolamento”), base di tutte le politiche neoliberiste (arricchiamo il più possibile i più ricchi, in modo che qualcosa caschi giù fino ai più poveri), demolendone assunti teorici e risultanze pratiche.

Verità storiche, dunque, e tuttavia non ancora storicizzate, non ancora elaborate e assemblate in una visione coerente, non ancora entrate nella narrazione generale dei mass media, nei testi scolastici, nelle varie agenzie formative e nei dispositivi tramite cui si forma l’armamentario mentale delle persone e il patrimonio di conoscenze condiviso.

Tanto meno tali verità sono state assunte a fondamento di una visione politica alternativa a quella dominante, di suo ancora del tutto ancorata alle panzane ideologiche neoliberiste.

Ne vediamo i risultati con i nostri occhi, in Europa (pensiamo al caso greco), in Italia (tra jobs act, buona scuola e neocesarismo rampante) e in Sardegna.

Sì, anche in Sardegna. Del resto l’attuale presidente della Regione è un fedele seguace delle teorie della Scuola di Chicago e si è formato nella temperie neoliberista dominante (almeno fino a qualche anno fa) nelle maggiori università occidentali. Oltre ad essere un anti-gramsciano dichiarato.

Il che produce una sudditanza patologica verso i grandi interessi consolidati e una miopia politica deleteria. Parlo di miopia e di sudditanza perché do per scontata la buona fede. Non sempre però è facile rimanere al di qua dei peggiori sospetti. Basti pensare all’insensatezza delle scelte politiche sarde in materia di trasporti, o in quella industriale ed energetica, o nel caso della gestione dei rifiuti.

Il succo del discorso è che, in Sardegna forse più che altrove, ci serve sapere di più e meglio e ci serve una maggiore socializzazione della conoscenza.

In questo – come più volte detto – l’apporto della nostra diaspora può risultare decisivo. Ma bisogna anche creare le condizioni perché essa dia il suo contributo in modo fattivo. Non rivelo alcun segreto dicendo che all’attuale politica sarda istituzionale questo tema risulti del tutto estraneo e persino sgradito. Ma tant’è.

Qualcosa possiamo cominciare a farla, in ogni caso. Per esempio lasciar perdere le stupidaggini sui migranti, i falsi allarmi su questioni secondarie, facili espedienti per distrarre un’opinione pubblica già debole di suo.

Mai come in questo momento è stato indispensabile svecchiare il discorso pubblico sardo, alimentare un dibattito politico che non sia fatto solo di costrutti retorici, tatticismi, guerre clientelari condotte sotto mentite spoglie, favori ai grandi centri di interesse politico ed economico spacciati per buone soluzioni produttive e sociali. Ci serve uno sguardo libero, pulito, maturo, indipendente.

Non so se ce la faremo, ma so che è una necessità storica a cui bisogna rispondere. E so che qualcuno ha già cominciato a farlo.

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