Il dovere di dire no

La giunta regionale sarda è in fibrillazione su una faccenda apparentemente minima: il nuovo inceneritore di Tossilo, presso Macomer. Una questione locale, dai risvolti tecnici e operativi misteriosi per la maggior parte dei sardi, che invece si sta rivelando praticamente e simbolicamente decisiva.

Non è strano. Non c’è nulla di incomprensibile in questo. Rientra nella deriva di cui siamo prigionieri. A conferma di ciò, basti citare la campagna della SARAS, iniziata da tempo a colpi di paginate sui giornali. Una strategia comunicativa ben orchestrata, con cui si intende colpire favorevolmente la porzione di cittadinanza già sensibile al richiamo del posto di lavoro pur che sia (quasi sempre virtuale o provvisorio, ma questo passa facilmente in secondo piano) e contemporaneamente indebolire gli oppositori ai disegni aziendali. Oggi arrivano persino a citare a sproposito il papa, con un’operazione che definire senza scrupoli è un eufemismo.

C’è un nesso tra questione dell’inceneritore di Tossilo e propaganda SARAS? Direi di sì. Così come c’è tra entrambe e la propaganda a favore dei cardi e delle canne, da bruciare a Porto Torres e nel Sulcis. Così come come c’è tra tutto ciò e il land grabbing in atto sull’isola da anni, da parte di speculatori senza scrupoli in ambito energetico, favoriti da una legislazione compiacente e da una classe politica complice.

Da notare che in molti casi le popolazioni subiscono molteplici danni da queste operazioni (danni sociali, culturali, economici, ambientali), eppure – almeno in parte – ne sono anche sostenitrici. E a quella parte che si rivolgono gli strateghi comunicativi della SARAS, gli articoli finto-informativi e realmente propagandistici della stampa di regime nonché le squadre di commentatori e di troll assoldate da partiti e centri di interessi per imperversare sui social network. L’impoverimento economico, sociale e culturale dei sardi è del tutto funzionale all’accettazione di soluzioni assurde, pericolose e senza sbocchi attraverso l’uso del ricatto occupazionale e di una propaganda pervasiva e diversificata.

Che l’attuale giunta regionale sia del tutto organica a questo disegno di saccheggio e devastazione non deve stupire. Chi ha occhi per vedere e un cervello funzionante sapeva da tempo che il dipendentismo ostentato dalla compagine guidata da Francesco Pigliaru non è solo la manifestazione di una inconsapevolezza politica. Si tratta di scelte ben precise, assunte a ragion veduta, vuoi per adesione ideologica, vuoi per convenienza, vuoi per contraccambio. E in questo il centrosinistra sardo sovranista e renziano è persino più pericoloso del centrodestra godereccio e trafficone di Cappellacci e soci.

Come stiano le cose non è oggetto di possibile discussione. È evidente come stanno. C’è una chiara determinazione a fare della Sardegna un luogo povero e spopolato, privato di un tessuto produttivo, sociale e culturale sia pur minimo, una terra abitata da una popolazione residuale anziana e deprivata, alla mercé degli eventi, non più in grado di assumersi la responsabilità di se stessa. La Sardegna come puro oggetto storico, un disegno di lungo corso che in questi anni trova le condizioni più favorevoli alla propria realizzazione, proprio quando le risorse del pianeta stanno scemando, la popolazione umana sta aumentando e i margini di profitto sono in picchiata. Sbranare la nostra carcassa finché c’è qualcosa da spolpare è un’occasione troppo ghiotta e la nostra classe dominante è perfetta per garantire il successo dell’operazione.

Il discorso insomma, non attiene più alla legittima scelta tra alternative diverse e ugualmente praticabili. Attiene invece alla nostra tenuta etica davanti a tutto questo, attiene alla resistenza morale, sociale e politica di cui saremo capaci davanti a una miaccia di portata storica e di natura strutturale.  Minaccia a cui è doveroso dire un sonoro “no” collettivo, a dispetto della retorica del “sì” a qualsiasi cosa e a qualsiasi costo che vorrebbero farci ingoiare.

C’è chi in tutto questo ha tanto da guadagnare ma anche molto da farsi perdonare. Sono tutti quei sardi, spesso in ruoli pubblici o di impatto pubblico, molta parte del ceto accademico e intellettuale, delle professioni, dei funzionari pubblici, che sanno benissimo cosa sta succedendo ma preferiscono non prendere posizione o la prendono a favore di questo andazzo. Spesso sono loro i cultori del “sì” e gli osteggiatori del “no”. Sono anche i più abili saltatori sul carro del vincitore, i più solerti cantori delle gesta del padrone di turno e i più ostinati seminatori d’odio contro chiunque costituisca una minaccia allo status quo.

Stando così le cose, a maggior ragione sarà importante partecipare alla manifestazione che sabato 28, a Macomer, proverà a far sentire la voce della cittadinanza sia alla politica locale sia a quella regionale contro lo scempio in programma a Tossilo. La pazzia di spendere 40 milioni di soldi pubblici in un’operazione puramente speculativa, pericolosissima in termini ambientali ed economicamente dannosa (a parte il profitto privato di pochi) va fatta risaltare in tutta la sua portata.

Mai come in questa faccenda si mostra chiaramente il profilo concreto del dipendentismo eretto a sistema, la capacità di appoggiare e garantire la riuscita di qualsiasi porcheria che favorisca la propria parte o il proprio centro di interesse di riferimento a discapito di tutto il resto. Per questo si tratta di una battaglia con connotazioni simboliche molto forti, alla stregua di quella condotta ad Arborea contro le pretese della SARAS e di quelle che tanti comitati di cittadini stanno conducendo in tutto il territorio sardo contro altri tentativi di devastazione e di sfruttamento indiscriminato delle nostre risorse.

Le presenze e le assenze, le adesioni e i disconoscimenti saranno una spia degli interessi e delle intenzioni in campo. È indispensabile far fallire quest’operazione scellerata e far sentire a chi ci percepisce come pure pedine sacrificabili che sta sbagliando i suoi calcoli.

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