La parola creatrice e la rimozione della storia

Forse è un effetto indotto dalla partecipazione a due eventi ravvicinati dedicati al tema, ma è forte l’impressione che la questione storica sarda sia una faccenda piuttosto sentita dalla nostra opinione pubblica. È un fenomeno trasversale che non si può relegare in un ambito ristretto o associare a uno o pochi elementi contingenti del nostro presente.

Lunedì sera, a Cagliari erano in programma due incontri piuttosto diversi tra loro. Il primo, organizzato dal FAI, riguardava fondamentalmente la possibile rottura della coppia oppositiva storiografia/romanzo storico per trasformarla invece in una relazione virtuosa di reciproco sostegno. Il secondo era la presentazione del progetto La storia sarda nella scuola italiana.

Il contesto, il pubblico, il taglio e i contenuti non coincidevano affatto, eppure si respirava un’aria di famiglia. Il fondamento comune di entrambe le occasioni era la necessità di riappropriazione della nostra storia, attraverso tutti gli strumenti possibili. Su questo a quanto pare non esiste alcun dubbio per nessuno. Non è un’acquisizione da poco.

Bachisio Bandinu, nell’ultima sessione del primo dei due eventi citati, ha dichiarato che i Sardi sono una popolazione che ama la storia, in quanto parola, parola creativa. La storia e le storie, dunque, strette in un legame non scindibile. Ha anche parlato di un potente rimosso, che aleggia sulle nostre coscienze, forse concausa non secondaria della passione diffusa per il nostro passato.

Su questo non c’è che da concordare. D’altra parte quando Braudel sosteneva che il presente è “per più della metà la preda di un passato che si ostina a sopravvivere” non pensava alla Sardegna ma sicuramente diceva una cosa che riguarda anche la Sardegna. Il passato che si ostina a sopravvivere non è quello certificato dal nostro mito identitario, ma quello ineffabile che abbiamo in gran parte dimenticato e su cui opera appunto la rimozione evocata da Bandinu.

In sardo “dire” si traduce in “narrare”: nàrrere. E quasi sempre, quando ci si incontra tra conoscenti la domanda è “ite mi contas?”, cosa mi racconti?, non certo “come stai?” (che è domanda troppo diretta per rispettare il galateo interpersonale solitamente ammesso). Tutt’al più può essere sostituito da un “ite paret?”, cosa sembra?, altra maniera narrativa di interloquire. Sono domande inserite in un rapporto dialettico vivo, articolato, che cura più il processo, il farsi delle cose e delle parole, che gli stati, i singoli momenti isolati.

Un’attitudine come questa, dovuta a chissà quali stratificazioni culturali, non può che produrre una naturale propensione verso le storie e verso la Storia. L’ostinazione con cui la storia dei Sardi è stata a lungo negata, rimossa o minorizzata è direttamente proporzionale alla voglia di saperne di più su se stessi che i Sardi dimostrano con crescente chiarezza.

Uno dei problemi da risolvere riguarda il punto di vista da adottare, quando si racconta o si discute di storia sarda. È una questione su cui si fa molta retorica, ma che sostanzialmente viene elusa. Non si può negare che abbia risvolti politici, oltre che culturali e metodologici. Ma li ha comunque, che la si affronti o no. Non affrontarla significa piegarsi ad accettare l’esclusione della nostra storia dal novero delle nostre conoscenze e del nostro armamentario mentale. Perché è questo il fenomeno deleterio che discende direttamente dallo sguardo applicato su noi stessi nel corso dell’ultimo secolo e mezzo.

Ancora oggi la storia sarda è inquadrata, molto a fatica e marginalmente, dentro le cornici dominanti della storiografia italiana. Sono note e del tutto comprensibili le esigenze che stanno alla base di questa scelta. Nondimeno, essa è certamente passibile di essere discussa e in questo non c’è nulla di intimamente eversivo. Si tratta di assumere uno sguardo che possa rendere conto a noi stessi e a qualsiasi osservatore esterno delle nostre vicende collettive nel corso del tempo.

Tale sguardo non può che essere posto dentro un orizzonte al cui centro ci sia la Sardegna. Ma non solo. Della Sardegna e della collettività umana che la abita da millenni bisogna anche ricostruire e narrare fatti e processi propri, non quelli prodotti da altri sull’isola. Il soggetto di una storia sarda così impostata deve essere la Sardegna e devono essere i Sardi delle varie epoche, naturalmente anche nelle loro interrelazioni con l’esterno. Infine, tale ricostruzione e tale narrazione devono tenere presenti i diversi tempi della storia e la complessità dell’intreccio tra fattori naturali e fattori umani che la caratterizza sempre.

In tutto ciò le interferenze ideologiche sono quasi sempre inevitabili. Ma sarebbe già qualcosa se ne fossimo consapevoli e non cadessimo nella trappola che vede come illegittimo solo il punto di vista sardo, etichettato come “sardocentrico”. È una sciocchezza. Tanto più se proferita a difesa dell’impostazione italiana tradizionale, che di suo è quanto mai nazionalista, italocentrica, filoclassicista e al contempo provinciale. Per fortuna, con qualche eccezione significativa. Eccezione che però contribuisce poco alla formazione del discorso storico mainetream, specie quello veicolato dai mass media.

Se è vero, come diceva Benedetto Croce, che la nostra identità in fondo non è che la nostra storia, quale identità possono mai avere i Sardi, pure così convinti di averne una e di conoscerla bene, se soffriamo di una così grande e palese ignoranza di noi stessi nello spazio e nel tempo? Credo sia il caso di continuare a chiedercelo e di cercare anche i rimedi al problema, barcamenandoci con tutta l’onestà intellettuale di cui disponiamo tra tentazioni etnocentriche e narrazioni minorizzanti. Si tratta di una questione strategica e non eludibile, su cui vale la pena insistere.

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