Dipendenza, analfabetismo relazionale e democrazia

Un tratto distintivo della Sardegna contemporanea è la difficoltà ad affrontare i problemi senza scadere nella vacua polemica. Non è una caratteristica ancestrale dei Sardi, come qualcuno sostiene, bensì si tratta di un’acquisizione del tutto recente. È legata alla totale deresponsabilizzazione cui siamo stati esposti nel corso delle ultime generazioni, deresponsabilizzazione a sua volta discendente dalla condizione di dipendenza economica e politica e di subalternità culturale.

Naturalmente si tratta di una generalizzazione. Eppure è facile constatare, frequentando i social media e le testate giornalistiche online, quanto sia difficile imbastire qualsiasi forma di discorso senza che nel giro di pochissimo si scateni la violenza verbale.

Non è un problema di analfabetismo funzionale. Anche di quello, d’accordo, ma solo in parte. Si tratta più precisamente e diffusamente di analfabetismo relazionale. Chi ne soffre spesso non è affatto analfabeta in senso tecnico. Anzi, sembra che man mano che si risale la scala sociale questa strana sindrome cresca di intensità.

Se le intemperanze verbali dei commentatori su Facebook o negli spazi in calce agli articoli online possono essere ascritte al sempiterno scontento di chi ha pochi mezzi retorici e spesso anche materiali, nei casi in cui tale atteggiamento sia fatto proprio da chi riveste ruoli di rilevanza pubblica (amministrativa, politica, professionale, culturale) diventa una spia di qualche malanno più profondo.

Molto spesso si manifesta il rifiuto radicale di essere chiamati in causa, di rispondere del proprio operato, delle proprie azioni immediatamente riconducibili al ruolo o alla posizione ricoperti. Lo sport preferito in questi casi è lo scaricabarile: sembra che in Sardegna nessuno abbia mai la responsabilità di alcunché. Si possono percorrere intere carriere politiche, professionali, accademiche, sindacali e chi più ne ha più ne metta senza mai sentirsi in dovere di dare spiegazioni.

Riconduco questo fenomeno alla nostra condizione storica di dipendenza, perché mi pare che si tratti di un effetto collaterale del tipo di rapporti politici e sociali instauratosi in Sardegna nell’Età contemporanea. L’assuefazione a dover rendere conto a un potere esterno ha creato e fatto radicare, specialmente nelle classi socialmente avvantaggiate, un atteggiamento spontaneo da podatari, da vassalli. Il principio base non è il merito acquisito nel libero confronto delle capacità e dei risultati, ma la cooptazione. Tant’è vero che se si ha successo per virtù proprie, indipendentemente da percorsi di complicità e favori, si è di solito guardati con sospetto e assegnati d’ufficio a una qualche consorteria rivale, più o meno nota. L’attitudine prevalente è di totale noncuranza verso chi sta più in basso e di deferenza  servile verso chi è più forte.

Gli esiti politici di questo fenomeno sono ben visibili. Ma la sua portata è più ampia e riguarda l’intero corpo sociale della classe dirigente sarda. O di quella che in condizioni diverse sarebbe la classe dirigente sarda. Non lo è, dirigente, anche e soprattutto per via di questa avversione allergica ad assumersi qualsiasi responsabilità che esuli dal tornaconto diretto e immediato per sé stessi, per il proprio clan, per il proprio gruppo di riferimento. La solidarietà dei sodali poi è sempre automatica. Puoi fare la cosa più disdicevole e persino più esecranda, ma i tuoi pari saranno sempre con te.

L’irresponsabilità va a braccetto con la mediocrità, naturalmente. Non si è mai creato alcun filtro spontaneo, intrinseco, rispetto ai comportamenti meno edificanti, né si è mai innescato un processo di emulazione virtuosa. Quando qualcuno esterno alla cerchia si permette di avere qualcosa da ridire scoppia lo scandalo e non si lesinano le aggressioni verbali e il dileggio. Il che non ha nulla a che fare con l’umorismo e ancor meno con la satira (che per sua natura non può essere esercitata da una posizione di vantaggio contro chi è in una posizione di svantaggio).

Questo è un limite molto forte della nostra classe dominante, che sostanzialmente da ragione a chi dubita che in queste condizioni sia possibile anche solo immaginare una situazione politica diversa dalla pura dipendenza. Naturalmente, la risposta giusta è che vanno mutate le condizioni (non c’è nessun destino ineluttabile da contrastare, fidatevi).

Prendersela con i commentatori a piede libero sul web e nei social media è riduttivo e non coglie la radice del problema. L’analfabetismo relazionale parte da chi ha un peso determinante nel generare le modalità dialettiche, le cornici e i contenuti che poi alimentano il senso comune. È un grande problema educativo, in fondo.

Il pesce puzza dalla testa, insomma, secondo il vecchio detto. Non si può dunque guardare senza almeno un po’ di indulgenza alle sguaiate manifestazioni di rancore mal espresso, alle sgrammaticate invettive quasi sempre mal indirizzate, di tanti poveri cristi a cui internet offre un comodo sfogatoio, che tutto sommato ne rende innocua la rabbia.

Finché non sapremo rispettare le regole di base della democrazia, che consistono prevalentemente nell’accettare il pluralismo e persino il conflitto come elementi costitutivi di una convivenza umana emancipata, non avremo speranze di essere liberi. Se tali regole di base sono rifiutate da chi ha maggiori disponibilità economiche e maggiori responsabilità pubbliche non sarà facile uscirne. Non che dobbiamo trasformarci di botto in una Norvegia del Mediterraneo, ma bisognerà pur darsi dei modelli. Quello della nostra classe dirigente è l’Italia. E non c’è altro da aggiungere.

 

2 responses

  1. Concordo con tutto ciò che hai esposto: mi rendo conto che la maggior parte delle persone che conoscono non accettano possa esistere una posizione opposta e ancor meno immaginano che l’opposizione possa essere una risorsa. In pratica, chi non la pensa come me è un nemico e come tale va annientato.
    Cosa possiamo fare per creare una inversione di tendenza? Possiamo creare numerose occasioni di dibattito pubblico e parlarne? Possiamo stimolare occasioni di incontro e confronto fra persone di parere diverso e aiutarle a “comunicare” piuttosto che “dichiarare” la propria posizione?

    • Direi, prima di tutto, che sia importante provare a dare tutti il buon esempio, a cominciare da chi ha una responsabilità pubblica o abbia voce in capitolo in una sfera più ampia di quella personale.

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