Libertà, tolleranza, diritti e archeologia sarda all’epoca dei social media

Oggigiorno è invalsa una convinzione perniciosa, che spopola da quando sono massicciamente utilizzati internet e i social media: la libertà di parola legittima chiunque a dire qualsiasi cosa su qualsiasi argomento con pari dignità, perciò in qualsiasi ambito un’opinione vale un’altra.

Le cose però non stanno proprio così. È vero che ognuno può esprimere liberamente il proprio pensiero (se riesce), ma non è vero che un’opinione valga un’altra. Ci sono due aspetti di questa faccenda che vanno precisati.

Uno è l’ambito della conoscenza, della scienza, delle discipline strutturate e del relativo dibattito pubblico. Troppo spesso la facilità di accesso a strumenti di comunicazione potenti, come appunto i social media, lascia intendere a chi li usa di poter dire la propria su tutto, al pari di chi ha competenze specifiche su questa o quella materia. Ma la semplice possibilità concreta di dire la propria non coincide affatto con la certificazione del valore di quel che si dice.

Prendiamo un ambito piuttosto vivace, in Sardegna: l’archeologia. Sul suo terreno si scontrano due fazioni agguerrite, che stanno polarizzando ed egemonizzando tutto il discorso, purtroppo in malo modo.

Da un lato c’è chi pretende di avere voce in capitolo in quanto “appassionato”. Non è giusto – si dice da questa parte – che solo gli addetti ai lavori, gli archeologi, i professori, possano occuparsi di archeologia; in fondo sono dei rinnegati, o dei venduti, dei manigoldi che speculano per interesse su cose che dovrebbero essere di tutti, negandoci la verità storica a cui abbiamo diritto (e dunque la nostra identità); invece noi appassionati possiamo svelare gli arcani del nostro lontano passato, in quanto liberi, amanti della nostra terra e totalmente disinteressati. Su questo terreno mettono radici tesi più o meno fantasiose, a volte verosimili, altre volte peggio che fantascientifiche, trovando sempre orecchie disposte all’ascolto e bocche (o tastiere) disponibili alla diffusione e alla difesa d’ufficio.

Sul fronte opposto, una schiera di archeologi (non so quanto rappresentativa dell’intera categoria), spesso nascosti dietro nomi collettivi o pseudonimi, che denigrano i poveri appassionati e i vari teorici del complotto archeologico, etichettando tutti quanti sotto la definizione di fantarcheologi. I metodi usati sono per lo più pessimi e anche dove alcuni di costoro credono di fare satira in realtà quasi sempre praticano semplicemente il dileggio personale, in qualche caso il bullismo (se non lo squadrismo). L’idea di fondo è che l’archeologia debba rimanere in mano agli archeologi, che nessun altro ne possa parlare e nessuno possa nemmeno pretendere di saperne qualcosa. Men che meno osare farne oggetto di discorsi politici, nemmeno di politica culturale.

Entrambe le fazioni sbagliano, e di grosso pure.

I primi, gli appassionati con la fissa dei nuraghi e degli Shardana, disconoscono un principio fondamentale, che deve sempre temperare la libertà di espressione. I vari ambiti della conoscenza umana richiedono studio, dedizione, perfezionamento, esperienza, accumulo di competenze e apprendimento di un linguaggio specifico. In questi ambiti non ha diritto di cittadinanza l’equazione “esperto/professionista=appassionato dilettante, sia pure informato”. Non è che siccome si parla di nuraghi – che sono grandi e parecchio visibili – allora tutto ciò che li riguarda sia di libero accesso e di libero discernimento. L’accesso è libero e il discernimento pure, ma a patto di studiare e anche molto. Per confutare le teorie “ufficiali” esistenti (che per altro non sono poche e nemmeno concordi tra di loro) bisogna studiare almeno quanto chi le ha prodotte, e confutarle attraverso gli strumenti propri della disciplina, le pratiche codificate della discussione in materia, il riconoscimento, la convalida o eventualmente la falsificazione da parte dei propri pari (ossia, di gente che ha studiato e possiede gli stessi strumenti del mestiere). Su questo non c’è passione o enciclopedismo che tenga. Non occorre necessariamente essere archeologi accademici o professionisti del settore, ma, se ci si vuole cimentare su quel terreno, bisogna usare gli strumenti di quel settore e sottoporre le proprie conclusioni al vaglio della comunità scientifica di quel settore. Non si scappa. Pretendere di essere creduti in forza della veemenza delle proprie asserzioni o del numero di persone che ci credono, non ha molto senso. Arrivare a pretendere di gestire i nostri beni culturali sulla base del proprio interesse da appassionati è un’ulteriore aberrazione. Volerci speculare su in termini affaristici, peggio ancora.

Dall’altra parte è clamorosa la defaillance di chi presume che essere depositario di una conoscenza specifica esima dal doverne rendere conto pubblicamente. Certo, in una condizione di regime autoritario, di mancanza di democrazia, di gerarchie sociali rigide un simile discorso avrebbe senso. Noi come siamo messi? Spero non così. Chi sa ha il dovere di socializzare la propria conoscenza e di renderne conto alla collettività. Solo una maggiore conoscenza e una maggiore comprensione della complessità dei temi in ballo possono minimizzare i danni prodotti dall’ignoranza, dalle velleità affaristiche, dalle mistificazioni interessate. Rifiutarsi, per giunta con fare sdegnoso o persino con violenza verbale, di rendere conto delle proprie conoscenze è una bruttissima forma di autoreferenzialità antidemocratica. C’è poco da fare i superiori (senza averne lo spessore e di sicuro non il diritto)! Le bufale si combattono divulgando conoscenze corrette, le mistificazioni si debilitano facendo opera di igiene scientifica, producendo sane pratiche di confronto, diffondendo informazioni, spiegandole anche a chi non ha gli strumenti per arrivarci da solo. C’è un dovere pedagogico, nella conoscenza. Arroccarsi nella difesa del proprio orticello, adducendo la ragione che “la materia è mia e la gestisco io”, fa più tristezza che rabbia. Limitarsi a sfottere chi dice sciocchezze, senza spiegare perché sono sciocchezze e darne ampia dimostrazione, è un segno di ritardo etico e politico, di povertà d’animo: caratteristiche che mal si addicono a studiosi e intellettuali. A patto di essere animati da una sensibilità civica democratica. Se sei una carogna incline all’autoritarismo oscurantista, allora ok, ma non pretendere di avere ragione.

L’esempio dell’archeologia può essere generalizzato. Dalla medicina, all’ingegneria, dal marketing, alla grafica, al giornalismo, e non parliamo dello sport, sembra che il mondo sia pieno di super esperti che la sanno sempre più lunga di chi in quei settori ci ha studiato e ci lavora. Evviva la libertà di parola, mai manchi! Però ad essa dovrebbe corrispondere una pedagogia della complessità e un livello medio di alfabetismo funzionale purtroppo oggi latitanti. È un bel problema politico.

Lo è anche la continua confusione tra tolleranza e libertà di violenza. Questo è l’altro aspetto della questione posta all’inizio. Pare che sia sacrosanto dare la parola a tutti, sempre. Se si parla di politica, tutte le posizioni devono avere la stessa dignità e lo stesso spazio. Se si parla di fatti storici, le varie versioni devono essere messe sullo stesso piano. Tra oppressi ed oppressori si hanno gli stessi diritti di parola.

Così capita che non si possa fare un discorso antifascista senza invitare a dire la sua anche un fascista. Se parli di campi di sterminio nazisti, è giusto invitare tanto una rappresentanza delle vittime (che siano oppositori politici, ebrei, rom, omosessuali o disabili poco cambia) quanto una delle SS. Se parli della Resistenza in Italia, devi anche sentire la versione dei “ragazzi di Salò” (a proposito, quest’aberrazione è davvero in corso da una ventina d’anni, nel Bel Paese: evviva!). Se affronti il discorso sul colonialismo, non vorrai mica sempre citare Thomas Sankara o Patrice Lumumba, vorrai anche far parlare qualche alto papavero della repressione colonialista o delle compagnie multinazionali che ne hanno commissionato l’assassinio! E così via esemplificando.

Invece no, cari miei. La tolleranza ha dei limiti ed essi consistono precisamente nel rifiutarla a chi non la riconosce nè la pratica. Questa faccenda è venuta fuori anche di recente, in occasione delle manifestazioni delle “Sentinelle in piedi”, facinorosi fanatici cattolici che si oppongono a qualsiasi apertura in fatto di diritti civili per gli omosessuali e le coppie omoaffettive (tra le altre cose). Pare che le loro opinioni e le loro azioni fossero comunque da rispettare perché espressione di una libertà che non si dovrebbe conculcare. Ma qui casca l’asino. Chiunque è libero di esprimere le proprie idee con tutti i mezzi leciti disponibili, ma se nel farlo lede diritti e libertà altrui, quella pretesa deve essere frustrata. O altrimenti finiremmo per giustificare chi entra in una redazione e ammazza chunque vi trovi, perché ritiene che una pubblicazione abbia leso la propria sensibilità (morale, religiosa, politica, o quant’altro).

Il che naturalmente non significa che debbe essere garantita la licenza più assoluta. Non è affatto così. E proprio per lo stesso motivo, perché il rispetto della dignità e dell’integrità altrui (specie di categorie o soggetti in posizione di debolezza) non è disponibile, non è sacrificabile in nome di un astratto diritto a dire e/o fare quel che si vuole. Indi per cui, cari fascisti, razzisti, omofobi e compagnia delirante, scordatevi di avere pieno accesso allo spazio pubblico per le vostre intemperanze. Non ne avete diritto, non rappresentate una opinione lecita, ma solo una posizione violenta e pericolosa. Come tale non protetta dalla libertà di espressione.

I due aspetti del problema generale esposto all’inizio sono collegati. L’approssimazione e la malintesa correttezza politica con cui spesso si affrontano concorrono ad aggravarli e contribuiscono a indebolire ulteriormente un tessuto culturale e un dibattito pubblico messi già abbastanza male. Non senza che chi ne ha la forza sappia approfittarne. Meglio esserne consapevoli. E studiare di più.

One response

  1. concordo in toto; mi viene al riguardo in mente questa massima: chi dice sempre quello che pensa spesso non pensa a quello che dice!

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