Tra orientalismo e occidentalismo

Il tema della modernizzazione della Sardegna è ricorrente, in queste pagine. Ci torno su accettando la sfida lanciata da Maurizio Onnis (non siamo parenti) su Sardegnasoprattutto. Si parla di “occidentalizzazione” dell’isola, con un rovesciamento della prospettiva che mi sembra fecondo e che vale la pena assecondare.

La tesi proposta è che di fatto il problema fondamentale della Sardegna contemporanea non sia tanto la sua orientalizzazione (tema recentemente emerso nel dibattito storico e culturale) e nemmeno propriamente la sua “italianizzazione”, quanto piuttosto il suo inserimento forzoso nell’ambito delle economie e delle società occidentali capitaliste, secondo le dinamiche descritte nel 1989 da Serge Latouche in suo noto saggio.

La ricostruzione su cui si basa tale tesi è la seguente:

L’ipotesi dell’applicazione di tale concetto alla Sardegna nasce da più constatazioni. In primo luogo, una constatazione geografica: la Sardegna è un’isola, posta a metà strada tra l’Europa e l’Africa, ponte e terra di passaggio. Uno sguardo neutro alla carta non autorizza nessuno a qualificarla a priori come europea e occidentale.

La seconda constatazione è storica: ciò che piemontesi e italiani vollero “donare” ai sardi erano proprio la modernità e le istituzioni che identificano l’Occidente, fino allora assenti dall’isola con l’unica eccezione del cristianesimo, insieme a vantaggi e svantaggi connessi.

La terza constatazione ha carattere culturale. Il nostro considerare la Sardegna, solitamente, come europea e occidentale viene proprio dall’aver noi assimilato, con studio e fatica nella scuola italiana, la nozione di un’isola saldata al progresso dai Savoia e dalla Repubblica.

Sotto i Savoia e poi nell’Italia unificata la Sardegna avrebbe dunque subito un destino simile alle aree colonizzate in Africa e Asia, in modo possibilmente ancor più penalizzante in quanto l’Italia sabauda era un paese arretrato rispetto alle vere potenze europee dell’Ottocento.

L’articolo prosegue in questi termini:

Ovviamente, non si tratta di capire quando la Sardegna è entrata nel corso della storia occidentale. Sappiamo bene che ciò accadde già in epoca romana, decisamente sotto le insegne di Cristo, e poi pisana e genovese, e poi catalana e spagnola. Si tratta di capire quando la Sardegna è diventata occidentale, quando cioè ha assunto o le sono stati imposti i tratti dell’Occidente, così come lo intendiamo oggi: un sistema di pensiero, d’azione e di governo precisi.

Con tali premesse e tali argomentazioni è conseguente la proposta di cambiare il tipo di quesiti che dovremmo porci sulla nostra vicenda storica contemporanea. Quindi prima di tutto provare a capire se davvero la Sardegna sia fino in fondo Occidente e non qualcos’altro, senza limitarci a rivendicare la sua non appartenenza all’Italia.

Tale approccio ha un merito fondamentale: inserire la storia sarda contemporanea nel contesto della storia contemporanea europea e mondiale. Scelta che la storiografia sarda non ha mai fatto. Inoltre costringe a ripensare tutta la nostra storia economica, sociale e culturale dentro una cornice meno provinciale anche dal punto di vista del metodo, potendo in questo caso attingere al patrimonio costituito dal pensiero storico, politico e sociale novecentesco, dallo strutturalismo al post-colonialismo, evitando le trappole dell’appiattimento sui canoni della storiografia italiana (prevalentemente nazionalista, integrazionista, evenemenziale e italocentrica).

Vorrei però muovere alcune obiezioni, che in realtà sono delle precisazioni non necessariamente contrarie a questo approccio generale.

La Sardegna costituisce un problema storiografico proprio perché negli ultimi centocinquanta anni è stata relegata in uno status “orientalizzato” e tuttavia essa vanta una lunghissima storia di legami economici, culturali e politici con l’Europa continentale. Legami che cominciano almeno dal Neolitico e proseguono ininterrottamete per millenni, fino ai giorni nostri. Non abbiamo dovuto aspettare Roma per essere dentro questo contesto di scambi materiali e immateriali, né Pisa, né i Catalani e nemmeno i Piemontesi e poi l’Italia.

Non abbiamo dovuto aspettare nessuno nemmeno per impossessarci e fare nostre le istanze culturali più avanzate nelle varie epoche, a volte in ritardo rispetto allo sviluppo dei fenomeni, a volte in anticipo. Di solito la condizione di dipendenza e subalternità ha costituito non un tramite di tale sviluppo ma un filtro. E nondimeno la Modernità in Sardegna è arrivata comunque. Pensiamo a Sigismondo Arquer e alla sua vicenda: un esempio, sia pure drammatico, dei fermenti e dei collegamenti attivi nella Sardegna “spagnola” del Cinquecento. Le stesse idee del secolo dei Lumi, che stando alla vulgata relativa alla Sardegna sono quanto di più lontano si potrebbe immaginare dalle codizioni storiche dell’isola, non solo furono recepite in pieno da una buona fetta della borghesia sarda, nel secondo Settecento, ma servirono anche da “comburente” nella stagione rivoluzionaria di fine secolo.

Il problema dell’occidentalizzazione della Sardegna però esiste. È vero infatti che è stato il leitmotiv di tutta la storia contemporanea sarda. È vero che governo piemontese e poi stato italiano hanno usato l’argomentazione dell’arretratezza storica, economica e culturale dell’isola per imporvi strutture economiche, rapporti di produzione, divisione del lavoro e forme sociali e politiche calate dall’alto e dall’esterno, in nome della modernizzazione. E sono abbastanza evidenti gli scompensi generati da tale approccio top-down, sia sul medio sia sul lungo periodo.

Tuttavia, per riuscire ad imporre tali modelli è servita, nel corso degli ultimi due secoli, appunto una pervasiva e potente azione preventiva di orientalizzazione. La Sardegna è stata orientalizzata per poter essere occidentalizzata, insomma. Non è un processo del lontano passato, è in corso ancora adesso, sotto i nostri occhi. Solo, da alcuni decenni abbiamo imparato a riconoscerlo. Ossia, da quando l’alfabetizzazione di massa ha fornito alle generazioni post seconda guerra mondiale gli strumenti cognitivi e critici necessari a riappropriarci del discorso su noi stessi. Un discorso minoritario e minorizzato, spesso marginale rispetto all’organizzazione del sapere ufficiale e ai mass media principali, ma esistente e forte.

Le riflessini di Michelangelo Pira, Placido Cherchi, Antonio Simon Mossa, Cicitu Masala, Bachisio Bandinu, Eliseo Spiga, persino alcuni interventi di Giovanni Lilliu, costituiscono un accumulo notevole di materiali a cui attingere, anche per distanziarsene se vogliamo, comunque decisivi per la maturazione di una consapevolezza diversa sulla nostra storia e sulle nostre questioni strutturali e strategiche.

Aver accettato la propria orientalizzazione e lo stigma che ne è conseguito è uno dei peccati mortali dell’intellettualità sarda “ufficiale” contemporanea, da Giuseppe Manno in poi. Ancora oggi operano e hanno voce in capitolo intellettuali sardi che propugnano la nostra subalternità, che giustificano la nostra dipendenza in nome delle nostre pretese tare congenite.

Uno degli strumenti principali di questo meccanismo perverso è la deprivazione storica, la smemoratezza indotta. Non sapere cosa sia successo in Sardegna in passato ci espone continuamente a cadere vittima delle stesse nefandezze.

Così nell’Ottocento era possibile imporre la “modernizzazione” delle chiudende e della Perfetta Fusione solo cancellando la memoria  “ufficiale” del secondo Settecento, dei fermenti ideali, economici e politici maturati in seno alla classe dirigente sarda di quel tempo, classe dirigente finita poi sul patibolo o in esilio, nel corso della durissima repressione delle istanze innovatrici e rivoluzionarie. Sotto il Fascismo fu facile imporre le esigenze dello stato autarchico come se si trattasse di una concessione benevola verso una terra povera e arretrata, calando un velo di oblio sulle forme di industrializzazione ottocentesche e sulle loro conseguenze sociali e culturali. Nel secondo dopoguerra fu possibile convincere i sardi ad accogliere l’industria chimica e petrolifera come fonte di rinascita economica e civile, cancellando la memoria della lunga vicenda di industria mineraria, manufatturiera e casearia dei decenni precedenti. Ripartire sempre da zero, costruendo un passato fittizio: questa è sempre una ricetta vincente.

L’elemento decisivo di ogni imposizione di modelli socio-economici è la propaganda, la manipolazione delle coscienze. La cornice concettuale decisiva è stata quella della salvezza dalla fame. “Prima che arrivasse l’industria qui c’era la fame” dicono ancora a Sarroch o a Ottana. Lo dice persino qualcuno che potrebbe invece ricordare che questa cosa è falsa. “La Sardegna degli anni Cinquanta era una terra povera e selvaggia, arretrata”, ripetono ancora politici attuali, rappresentanti dei partiti italiani sull’isola, omettendo di dire che negli stessi anni c’erano zone d’Italia messe peggio della Sardegna (il Veneto, alcune valli trentine e in generale dell’arco alpino, molte aree del Mezzogiorno, ecc.).

Questa operazione di cancellazione della storia riguarda tutto il nostro lunghissimo arco cronologico. È inevitabile. Sancire la nostra inferiorità odierna non basta, se rimane coscienza di un passato diverso, né povero, né marginale, né subalterno. In questo senso, chi in Sardegna aspira a riappropriarsi compiutamente del proprio passato e chiama in causa i nostri storici, la nostra classe intellettuale, non ha affatto tutti i torti. Caso mai bisognerebbe sostituire una sana e strutturata conoscenza alle reazioni emotive che discendono dalla scoperta della deprivazione subita. La megalomania o le esaltazioni, magari sfruttate da qualche furbo per costruirsi una carriera proficua dentro questo clima culturale, si combattono con più sapere, più scienza, più scuola, più libri, più strumenti critici. Per questo la politica culturale, al contrario di quanto pensa la politica sarda istituzionale, è un fattore strategico decisivo anche dal punto di vista economico.

Insieme alla nostra orientalizzazione è dunque importante agomberare il campo anche dalla nostra occidentalizzazione, senza paura di applicare alla Sardegna categorie critiche nuove, o fin qui minoritarie. Serve anche a spostare il focus delle nostre aspirazioni di autodeterminazione dal nemico esterno (l’Italia, genericamente intesa) ai problemi concreti, per lo più incarnati dalla nostra classe dominante sarda, e costituiti non da una generica sottomissione politica ma prima di tutto dalla rapacità egoista della parte più ricca della nostra popolazione, dall’ignoranza diffusa, dalla disarticolazione sociale, dal clientelismo e dall’assistenzialismo.

In questa opera di liberazione delle coscienze dovrebbe avere una parte anche la nostra università, fin qui troppo debole, provinciale e succube di modelli culturali esterni, più propensa ad accreditarsi nell’ambito accademico italiano (senza fortuna, per altro) che in quello internazionale. E, così facendo, sempre più distaccata dal suo contesto territoriale, culturale, sociale ed economico. Che degli esponenti del nostro mondo universitario governino oggi la Sardegna, data la situazione, è più un pericolo che un’opportunità. È evidente la loro adesione ai principi dell’occidentalizzazione forzata dell’isola, gli stessi che hanno giustificato la maggior parte dei disastri degli ultimi duecento anni. È un fattore di cui, al di là dell’animosità politica, bisogna chiedere conto, preparando, finché è possibile, qualche alternativa.

 

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