Crisi dell’informazione locale, questione politica

Nei giorni scorsi ha fatto rumore lo stato di crisi proclamato dall’emittente televisiva Videolina. Si è parlato di licenziamenti e di ridimensionamento delle produzioni. Una notizia che fa seguito alla crisi, ancora più drammatica e ormai consumata, dell’altra emittente Sardegna1. Si tratta evidentemente dei sintomi di un malessere strutturale, non di una situazione occasionale, malessere che sta colpendo anche le emittenti dei circuiti locali, come CinqueStelle di Sassari.

È possibile che scelte aziendali non appropriate rappresentino un fattore, in questo esito. Nella programmazione televisiva sarda non c’è stato un vero sforzo di innovazione e un certo conformismo culturale e politico ha prevalso sulle potenzialità di un medium ancora forte. Nel caso di Sardegna1 gli errori di gestione e forse qualcosa di peggio hanno causato il ridimensionamento di una realtà produttiva e professionale che pure aveva maturato diversi meriti, nel corso della sua storia. Tuttavia, l’impressione è che ci troviamo di fronte a un momento difficile per tutta la televisione e per l’informazione cosiddetta mainstream nel suo insieme (quindi includendo anche i giornali). Gli errori di gestione e di pianificazione sono solo una parte del problema.

La crisi economica ha indubbiamente il suo peso. Le emittenti televisive provate hanno la loro prima voce di finanziamento negli investimenti pubblicitari degli inserzionisti, i quali a loro volta sono attori economici che fano i conti con le proprie risorse. Il prosciugamento produttivo e finanziario dell’economia sarda di questi anni si riverbera inevitabilmente anche negli investimenti in pubblicità televisiva o sui giornali.

L’incidenza delle nuove tecnologie e la progressiva ma rapida liquefazione del pubblico hanno poi trovato non sempre preparati i mass media tradizionali. In questo caso, però, lo sforzo di adeguamento e di convergenza è evidente. In generale, da questo punto di vista, non credo si possa attribuire alla Rete o alla diffusione di dispositivi mobili (amartphone, tablet) il calo economico dei bilanci televisivi.

Piuttosto potrebbe avere una parte in gioco il crescente analfabetismo funzionale. Da tempo attribuito come colpa proprio alla televisione, l’incapacità di capire ciò che si legge e ormai anche ciò che si ascolta potrebbe aver penalizzato lo stesso mezzo televisivo, in una sorta di contrappasso non voluto quanto doloroso. Ma non sono convinto che l’imporsi di un medium ulteriore, come fu per l’avvento della televisione rispetto alla lattura, basti a spiegare le carenze culturali generalizzate. Anzi, negli anni della crescita televisiva è aumentata anche l’alfabetizzazione diffusa. Probabilmente in realtà l’analfabetismo funzionale ha altre cause (da ricercare prima di tutto nella scuola e nella politica culturale). È possibile, invecem paradossalmente, che abbia la sua incidenza sulla stessa fruizione televisiva. La quale richiede comunque – specie per la programazione non di puro svago – capacità di comprensione e di concentrazione che a quanto pare stanno diminuendo nella popolazione adulta e scolarizzata.

In questa sede, più che proporre teorie sulle cause di questi fenomeni, vorrei proporre una chiave di lettura relativamete alle soluzioni da adottare. La televisione ha un ruolo indubitabile, tra i mass media, nel bene e nel male. L’informazione da essa veicolata è ancora quella che ha più presa sull’opinione pubblica, specie per le fasce d’età più alte (e la Sardegna si avvia ad essere un paese di anziani, prevalentemente). Sostenerla e e migliorarla qualitativamente dovrebbe essere una preoccupazione politica, oltre che tecnica ed economica.

Quarant’anni fa poteva essere concepibile ipotizzare, come faceva Michelangelo PIra, un intervento diretto delle istituzioni nella produzione di informazione. Era il periodo in cui entrambi i quotidiani sardi (La Nuova e L’Unione) erano in mano alla SIR di Nino Rovelli. La preoccupazione di Pira era sacrosanta e preconizzava questioni che poi abbiamo imparato a conoscere bene, diversi anni dopo (conflitto di interessi, libertà di informazione, ecc.). Oggi come oggi, però è difficile ipotizzare un impegno diretto delle istituzioni pubbliche nella televisione e nei giornali. Anche perché si tradurrebbe in ingerenza immediata e deleteria dei partiti sulla scelta e sulla veicolazione dei contenuti.

La questione però non si può comunque liquidare con questa argomentazione. In un momento in cui gli investimenti privati non sono sufficienti a sostenere un’industria televisiva, dell’informazione e della divulgazione culturale, le istituzioni possono dire la loro. Non sotto forma di pubblicità istituzionale da parte della giunta regionale, che diventa a sua volta un facile strumento di propaganda delle maggioranze di turno e al contempo un forte strumento di pressione sugli editori e sulle redazioni, ma sottoforma di nuova normativa e di finanziamenti sicuri e mirati. Pensare di lasciare questo settore al libero gioco del mercato è del tutto inopportuno.

Occorrerebbe dunque una normativa ad hoc in cui assumere i mass media e l’informazione come beni comuni, da tutelare e da sostenere anche finanziariamente. Una legge regionale potrebbe sancire la rilevanza sociale e culturale delle emittenti e delle testate sarde (vecchie e nuove) e stabilire i criteri del finanziamento annuale, anche legandoli a premialità relative a qualità dell’offerta, all’uso della lingua sarda e delle altre lingue minoritarie di Sardegna, alla promozione della conoscenza della storia, della geografia e della cultura sarde, all’innovazione tecnica e alla convergenza tecnologica, alla diffusione all’estero verso la nostra diaspora, ecc. ecc.

Con rigide previsioni di trasparenza e di verifica le istituzioni pubbliche si farebbero garanti di un bene indisponibile come l’informazione e la trasmissione culturale tramite mass media, sganciandole dalle ingerenze delle maggioranze di turno e liberandole dai possibili condizionamenti di investitori particolarmente forti, che agirebbero, in uno scenario economico devastato, come oligopolisti incontrastati. Basti pensare a quali condizionamenti potrebbe portare un finanziamento anche indiretto fatto da soggetti come la SARAS o il Fondo sovrano del Qatar (per citarne due a caso) sulla qualità e la quantità delle informazioni diffuse.

L’aggiornamento normativo consentirebbe anche di tenere conto delle grandi innovazioni tecniche intercorse in questi ultimi anni e potrebbe anche prevedere incentivi alla ricerca in materia, sia dal punto di vista conoscitivo, sia da quello progettuale. Anche in questo ambito in Sardegna siamo piuttosto indietro e non possiamo permettercelo.

Esprimere degli auspici o augurare migliori fortune all’emittenza e all’informazione sarde va bene per l’utente occasionale, ma non è il compito della politica. Abbiamo visto che in occasione della vertenza di Sardegna1 la politica si è sostanzialmente disinteressata al problema. Oggi che i casi si ripetono e minacciano nel suo insieme un bene comune di questo tipo la politica non può più permettersi di restare inerte. Non credo proprio che si posano accampare scuse di natura finanziaria, come troppo spesso succede. Le risorse ci sono e se non ci fossero andrebbero trovate. Naturalmente senza pretendere nulla in cambio, né quanto a favori o a spazi propagandistici, né quanto a pretese di sostituzione di direttori o giornalisti o operatori culturali ritenuti scomodi da questo o quel partito o centro di interesse.

L’emittenza e l’informazione hanno un peso decisivo nel percorso della nostra possibile emancipazione storica. Possono sganciare definitivamente la narrazione comune sul nostro conto dagli stereotipi che la condizionano e possono debilitare il condizionamento che negli utimi sessant’anni ha contribuito alla desardizzazione dei sardi, tramite soprattutto la televisione italiana. Non è solo un discorso culturale, si tratta anche di produrre delle ricadute sociali ed economiche sostanziose. Ne va della qualità della vita delle persone e ne va del corretto dispiegamento della democrazia, in tutte le sue manifestazioni.

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