Diritti e libertà nell’era della riproducibilità tecnica dell’egemonia

Il 10 dicembre 1948 veniva firmata a Parigi la Dichiarazione universale dei diritti umani. Un documento che sarebbe opportuno conoscere, studiare, meditare. È quasi paradossale rievocarlo oggi, nello stesso giorno in cui vengono divulgate le notizie relative all’uso sistematico della tortura da parte delle agenzie di intelligence e di sicurezza statunitensi. Del resto, lo stupore a questo proposito suona davvero ipocrita: si sapeva già tutto, e quel che non si sapeva era facilmente immaginabile.

Una terza notizia significativa riguarda invece dati socio-economici. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, meglio nota con l’acronimo OCSE (OECD, in inglese), ha reso noto un rapporto su diseguaglianza sociale e crescita economica che non solo conferma la tendenza alla iniqua distribuzione della ricchezza, ma avvalora anche le sue ricadute negative sulla stessa crescita economica generale.

Mettere insieme le tre notizie può essere fecondo per una riflessione generale sullo stato e sulla stessa consistenza dei diritti umani nell’epoca attuale. La Dichiarazione del 1948 non nacque dal nulla, per pura volontà di chi la promosse, ma fu l’esito da un lato di una riflessione plurisecolare iniziata almeno all’epoca della Riforma protestante (ma con radici ancora più profonde) e dall’altro dello choc prodotto dalla Seconda guerra mondiale, dal nazi-fascismo, dai campi di sterminio, dalle bombe atomiche sganciate sulla popolazione civile. Un insieme di fattori, sia contingenti sia di lunga durata, congiurò insomma a favore della redazione e dell’approvazione di questo storico documento.

Negli anni successivi si assistette a un prodigioso sommovimento socio-economico, culturale e politico in tutto il pianeta. La decolonizzazione (non sempre pacifica), la conquista dei diritti civili e sociali, la liberalizzazione dei costumi, l’accesso diffuso all’istruzione, le innovazioni tecnologiche, l’aumento del reddito pro capite. Tutti fenomeni che, in varia misura e secondo le caratteristiche locali, riguardarono una gran parte del mondo antropizzato. Creando anche fortissimi scompensi, naturalmente, ma con la consapevolezza diffusa che esistesse un diritto alla libertà anche in termini sostanziali, che si potesse pretendere legittimamente di esercitare sul serio i diritti esposti nella Dichiarazione, anche a dispetto di privilegi consolidati ed interessi specifici.

Il mondo era diviso tra i due blocchi principali (USA e URSS e rispettivi alleati, satelliti e dipendenze) e la congerie assortita di paesi “non allineati”. Esisteva una dialettica sia a livello internazionale sia all’interno dei singoli stati tra diverse istanze ideali, politiche, sociali. Esisteva anche una forma di influenza reciproca tra i blocchi contrapposti. Nell’Occidente a economia capitalista si impose la dottrina di stampo keynesiano secondo cui l’interveto dello stato nell’ambito economico era non solo lecito ma anche auspicabile e si generarono forme di servizi ai cittadini che sembravano realizzare di fatto alcuni dei principi fondamentali della Dichiarazione dei diritti. Le lotte sociali ne erano incentivate, la resistenza delle classi egemoni indebolita. Tutto ciò, una volta attenuatasi la memoria degli orrori della guerra e delle dittature, cominciò ad essere dato per scontato. Ma non lo era affatto.

Quell’epoca, così feconda, pur con tutte le sue contraddizioni, è tramontata da un pezzo. Fin dai primissimi anni Settanta era chiaro dove stava andando il mondo. Il primo Rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita (1972) non lasciava adito a dubbi: ipotizzare che l’economia globale continuasse il suo sviluppo ai tassi di crescita conosciuti negli ultimi venticinque anni era puramente irrealistico, data la limitatezza del nostro pianeta e delle possibilità di rigenerazione delle sue risorse e dello stesso ecosistema. Ma già nel 1971 con la denuncia unilaterale degli accordi di Bretton Woods da parte dell’amministrazione Nixon era evidente che l’economia mondiale stava per avvitarsi su una finanziarizzazione spinta e una riduzione degli spazi di manovra della politica nei confronti del grande capitale. Lo choc petrlifero del 1973 fu solo il sintomo più forte di un mutamento di rotta generalizzato nelle tendenze economiche, nei consumi di massa, nelle possibilità di vita concreta dei popoli.

Da allora c’è stata un’unica grande crisi, per un po’ mascherata o diluita, ma piuttosto evidente. Una delle evidenze più scomode è proprio quella relativa alla distribuzione del reddito non tra paesi ricchi e paesi poveri, ma tra le classi ricche e quelle più povere degli stessi paesi ricchi. A ciò si è accompagnata, con una acelerazione notevole a partire dagli anni Ottanta (amministrazioni Thatcher nel Regno Unito e Reagan negi USA), la progressiva riduzione delle tutele sociali, la disgregazione del mondo del lavoro, la sottomissione dei servizi al cittadino e di molti beni comuni alle regole del profitto. In tutto ciò, la guerra (sia pure asimettrica e ammantata di buoni propositi) e i suoi corollari di vittime civili, di detenzioni illegali e di torture, sono solo elementi funzionali a un apparato di interessi e di potere pervasivo. Il controllo dei mass media ne è parte integrante.

Non solo dunque si è conclusa una fase di crescita generalizzata, ma è mutato sostanzialmente lo scenario, sono mutati i rapporti di forza ed è mutato l’orientamento ideologico dominante. Le questioni relative all’eguagliaza concreta, alla distribuzione del reddito, alla differenza di rilevanza tra diritti e interessi economici sono state rovesciate di segno. L’ideologia egemonica emersa da quel momento in poi è quella sancita dai premi Nobel per l’economia conferiti a Friedrich August von Hayek nel 1974 e a Milton Friedman nel 1976. Nominalmente definita neoliberista, la sostanza fattuale di tale ideologia, probabilmente anche al di là degli intenti dei suoi epigoni teorici, è il dominio assoluto della logica del capitale su qualsiasi altra sfera della convivenza umana. La sconfitta storica dell’URSS ha sancito l’assolutizzazione di tale orientamento.

Di solito si parla di “mercato” e della libertà del medesimo, ma siamo di fronte a una macroscopica manipolazione semantica e lessicale. Il mercato non c’entra nulla e la sua libertà meno ancora. Sfido chunque a dimostrare che il neoliberismo ideologico abbia come scopo la libertà dei mercati e la liberalizzazione dell’economia. Sono solo formule retoriche, buone a mistificare la cruda realtà: il dominio assoluto delle forme di accumulazione e di riproduzione del grande capitale internazionale. Il che inevitabilmente tende ad andare a detrimento di ogni forma di diritto civile o umano. La tendenza è ad annullare le conquiste sociali, politiche e culturali degli ultimi due secoli e a ridisegnare tanto la sfera materiale quanto quella politica secondo la convenienza della porzione più ricca dell’umanità, a discapito di una fetta crescente della medesima e dello stesso ecosistema da cui dipendiamo.

In questo contesto aspettarsi che i diritti umani e civili siano qualcosa di diverso da una vecchia aspirazione ormai desueta è puramente illusorio. I diritti sono tali se sono esercitati e se possono essere fatti valere. Non solo, la stessa libertà politica, di cui presumiamo di godere, è tale se consente di realizzare la propria potenzialità al numero più grande di esseri umani, se garantisce il dispiegamento della personalità e delle capacità di tutti, se assume come non negoziable l’accesso universale ai beni comuni materiali e immateriali (istruzione; casa, cibo e acqua; patrimonio culturale; mass media; possibilità di spostamento; servizi sanitari; integrità e salubrità ambientale, ecc.). Altrimenti è pura astrazione, che garantisce invece diseguaglianza e mancanza di libertà reali.

Parlare di queste cose è fondamentale. In questi stessi giorni ferve la discussione sull’approvazione del TTIP, il trattato di libero commercio e investimento tra USA e UE. Ferve, ma noi non ne sappiamo nulla. Se tale misura verrà approvata, sostanzialmente si porrà un ulteriore tassello nell’opera di disgregazione definitiva di quanto resta della possibilità di applicare storicamente la Dichiarazione dei diritti umani. E non nel “terzo mondo”, ma nella nostra cara, vecchia, confortevole Europa. Non ci sarà bene comune che possa sfuggire alla mercificazione e alla sottoposizione alla ferrea meccanica del capitale. L’accesso a istruzione o servizi sanitari, la disponibilità di beni di consumo vitali, compresa l’acqua, i diritti delle popolazioni sul proprio territorio e le proprie risorse saranno eliminati a vantaggio della legge del profitto. Naturalmente mascherata dietro promesse di efficienza, lavoro e vantaggi assortiti.

In Sardegna dovremmo saperne qualcosa, di questo meccanismo. Siamo già stati e siamo ancora sotto attacco. Tra “chimiche verdi”, produzione energetica selvaggia (a vantaggio altrui), sottrazione di suolo agricolo per altri usi, inquinamento, impoverimento e spopolamento, già oggi siamo nella condizione di toccare con mano le conseguenze della privazione totale e generalizzata di qualsiasi forma di sovranità democratica.

Tra pochi giorni il governo italiano potrebbe decidere di depositare in Sardegna le scorie nucleari dell’intero stato (e – perché no? – di qualche stato amico, buon pagatore). Non siamo nella posizione migliore possibile per impedirlo né disponiamo di una classe politica in grado di opporsi. È un segno di quanto sia precaria la nostra posizione storica. Indignarsi per le rivelazioni sulle torture perpetrate dalla CIA è abbastanza ridicolo, in questo scenario. E rievocare la fima della Dichiarazione dei diritti umani suona come una commemorazione, più che come una riaffermazione dei suoi contenuti. La questione della nostra auodeterminazione e della nostra responsabilità collettiva su noi stessi, delle nostre stesse possibilità di esistenza storica come collettività umana, è collegata a questo discorso. Non possiamo eluderla, non in buona fede. Approfitterei delle notizie odierne per alimentare una riflessione e una presa di coscienza non contingente su questi temi.

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