La proposta di un’Unica Grande Opera e la Sardegna come esempio storico

La Sardegna è sempre più avanti, non c’è verso. Da sempre siamo stati pionieri e anticipatori rispetto all’inerzia altrui. In Italia, quando ci arrivano, ci arrivano, dopo un po’. Non tutti, ma i più attenti ci arrivano. Ed ecco un’idea davvero interessante che suona come l’uovo di Colombo, la genialata dell’anno. Una mobilitazione generale contro il consumo del territorio, le speculazioni, lo scempio dei beni comuni (materiali e immateriali) e a favore di un’impostazione politica, sociale e culturale opposta (eccola qui). Consiste sostanzialmente nel dare concretezza a

[…]quanto dicono da tempo comitati di cittadini e movimenti di base: esiste Una Grande Opera, una sola di cui l’Italia abbia concreto bisogno, ed è salvare il territorio, metterlo in sicurezza, risanarlo. Salvarlo dal dissesto idrogeologico che fa allagare le città e franare le montagne ogni volta che piove un po’ più forte; ma anche liberarlo dalla cementificazione e dal peso che insiste sulla sua superficie; dall’inquinamento e dall’immondizia. E non ultimo, aggiungeremmo noi, dalla militarizzazione, vero e proprio scippo di suolo pubblico a fini bellici.
Insomma, tutto il contrario di quello che si accinge a fare lo «Sblocca Italia», decreto che ha per nome un’antifrasi, dato che il fine reale è congestionare il Paese.

Chiamiamola UGO. È l’Unica Grande Opera, l’unica che valga la pena realizzare e che darebbe lavoro a decine di migliaia di persone. Un serio investimento di denaro, energie, intelligenza collettiva, per evitare catastrofi e riqualificare il territorio, che rimane risorsa primaria e che rappresenterebbe in realtà un risparmio sulle ecocatastrofi future.

Da notare en passant che la Sardegna, in questa disamina pure articolata e documentata, non viene mai nominata né chiamata in causa. Non è un caso. È la dimostrazione di quanto siamo fuori dai radar politici e intellettuali dell’Italia, anche laddove si nutra uno sguardo libertario e liberante. Ma questo se vogliamo è un aspetto accessorio. Teniamolo presente (ha la sua rilevanza) e apprezziamo comunque il proposito e l’orizzonte politico in cui è inserito.

L’idea è buona, non ci sono dubbi. Solo che lì, poveretti, al solito, è tutto da fare. Non esiste alcun tentativo di collegamento tra movimenti e comitati e non si è mai manifestata una forza politica che abbia come suo programma l’idea di base a cui sono finalmente arrivati anche di là dal Tirreno.

Da noi invece non solo i collegamenti tra comitati e movimenti locali sono già avviati, ma si è anche già presentata sulla scena una compagine politica – plurale, eterogenea, diffusa – che ha elaborato quell’idea e ne ha fatto visione condivisa, prospettiva politica, proposta di governo. Era (ed è) Sardegna Possibile. L’indipendentismo contemporaneo, democratico e votato alla difesa dei beni comuni, insieme a spezzoni di società civile, di militanza politica di base, di delusi delle forze politiche maggiori, provano a costruire uno spazio di elaborazione e di azione in cui abbia piena legittimità l’idea che il vantaggio di tutti sia da privilegiare rispetto al profitto di pochi, che i diritti e il pieno esercizio della cittadinanza siano legati alla condizione materiale, al lavoro, alla dignità sociale delle persone e non debbano dipendere da favori o dalla conquista di privilegi. E che tutto ciò vada declinato dentro una prospettiva di autodeterminazione e di emancipazione collettiva (economica, sociale, politica) dei sardi, che si basi sul nostro patrimonio storico e culturale, sulle nostre risorse materiali e immateriali.

Molti detrattori di quest’esperienza, così mal digerita, non sono altro che conservatori con la coscienza sporca, o servi sciocchi. Il livore che i pretesi “vincitori” continuano a dimostrare è un segnale molto chiaro della loro paura e dei loro veri obiettivi. Per altro, tanti che mesi fa invitavano al voto utile, adesso fanno le pulci a un governo regionale che pure hanno contribuito a far eleggere. Si tratta di tentativi di rifarsi una verginità, sono inevitabili; ma è facile distinguere chi cambia idea sinceramente da chi lo fa solo per convenienza, o con obiettivi opachi da promuovere. Poi ci sono i disillusi e i disgustati. Sono tanti e non hanno nemmeno tutti i torti. Bisogna coinvolgerli e far recuperare loro il diritto/dovere della partecipazione.

La Sardegna non solo è più avanti, ha anche – obiettivamente – più possibilità di salvarsi, rispetto a un pasticcio storico, culturale e politico come l’Italia. Ma deve salvarsi da sola, con le proprie forze. Sardegna Possibile è stata e probabilmente sarà ancora una proposta vitale, in questo scenario di mediocrità, di miserevoli astuzie e di rovine culturali. Ma è un elemento, un esempio pratico, dentro un discorso più ampio e di portata storica.

L’auspicio è che la consapevolezza cresca e si diffonda, che il coraggio di fare “ciò che è giusto” e di assumersi responsabilità prenda il sopravvento sul disincanto e sulla paura. In uno scenario in mutamento, è doveroso auspicare che le forze sane del nostro tessuto socio-culturale si mobilitino ancora, e non appresso ai soliti centri di potere eterodiretti e – per propria natura – dipendentisti. Lo dobbiamo a noi e un po’ anche agli altri, a chi potrebbe trovare in quel che succede in Sardegna uno spunto, un esempio virtuoso, una formula da replicare altrove. Non teniamoci per noi il buono e il fecondo di cui siamo capaci. Anziché esportare politici mediocri, esportiamo idee, modelli e soluzioni. In qualche caso lo stiamo già facendo, del resto. Possiamo fare ancora meglio. Sarà una ulteriore e gratificante soddisfazione salvare noi stessi e al contempo contribuire a salvare anche altri. Persino l’Italia.

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