Mass media e rivolta dell’oggetto

Periodicamente si accende la discussione a proposito di internet e soprattutto di social network. Un po’ come accadeva fino a pochi anni fa a proposito di televisione. È capitato anche nei giorni scorsi, suscitata dall’episodio dell’uomo che ha ucciso la moglie e se n’è vantato su Facebook, ottenendo alcune centinaia di “mi piace”. La discussione si è svolta su tutti i media disponibili, naturalmente anche sugli stessi social network.

Parallelamente, ha ripreso a girare su FB un annuncio di tipo pseudo-legale, postato da vari utenti per intimare a FB medesimo il rispetto dei loro dati personali e della loro proprietà intellettuale sui propri contenuti. Una bufala bella e buona, di cui sono vittima persone di varia età ed estrazione sociale. Nel momento in cui ci si iscrive a FB, se ne accetta la proposta contrattuale in tutto e per tutto. Ciò che pubblichiamo su FB è nella disponibilità piena di FB. FB e i social media estraggono un valore dai nostri contenuti e ne traggono un profitto. È così che funziona. L’unico modo per non sottostare a questo meccanismo è non immettere dati su FB.

A queste evenienze contingenti e specifiche vorrei ricollegare il discorso sulla diffusione dell’uso di internet in Italia e in Sardegna. Ed anche la sua relazione con il grado di alfabetizzazione informatica e di alfabetizzazione tout court della popolazione. Mi pare che sia le reazioni al primo episodio, sia l’imperversare della bufala legale sulla protezione dei propri contenuti su FB segnalino una grande e diffusa mancanza di consapevolezza nell’uso del web e una più generale incomprensione del fenomeno internet.

Internet è un medium complesso. Si potrebbe dire che è un insieme di dispositivi e di meccanismi, più che un unico medium. Il funzionamento di tale medium sfugge ai più. Lo si usa per ciò che interessa, senza farsi troppe domande, un po’ come si accende una luce entrando in una stanza, senza chiedersi tutte le volte come funziona la lampadina e da dove viene l’energia che la fa funzionare.

Il problema dei media è che hanno una connessione diretta, corporea, con le nostre persone. McLuhan li definisce come estensioni del nostro sistema nervoso centrale. I media tecnologici ci collocano su un gradino evolutivo sbilanciato verso la cibernetica, sia pure ancora in termini che a un eventuale osservatore futuro potranno sembrare rozzi e primitivi. I media non sono dei semplici oggetti d’uso. Essi agiscono su di noi e sull’ambiente in cui siamo immersi. E ogni nuovo medium cambia l’intero sistema dei media che usiamo e dunque cambia noi stessi e l’ambiente circostante.

Non corrisponde al vero l’idea che nuovi media e nuove tecnologie cancellino ciò che esisteva prima di loro. In questa faccenda si procede per accumulo e ridefinizione del sistema. Il fatto di aver inventato la scrittura non ha cancellato la trasmissione orale delle informazioni, l’ha modificata. Così come la stampa non ha eliminato la scrittura a mano e la televisione non ha eliminato la radio. Ciò che succede è che alla comparsa di un nuovo medium i media già esistenti riformulano il loro status e anche la loro funzione. Il sistema ritrova rapidamente un equilibrio. In più, in questi anni assistiamo in modo molto evidente a un vasto fenomeno di convergenza. Quest’ultimo è un corollario del ragionamento fatto fin qui, che acquista con i nuovi media informatici una dimensione più esplicita.

Come si può constatare quotidianamente, i diversi media dialogano tra loro, si sovrappongono, si passano contenuti, concorrono insieme a formare una nebulosa mediatica unitaria, benché articolata al suo interno. Noi ci siamo dentro e ne siamo parte.

L’idea che alcune manifestazioni di crudeltà, insensibilità o violenza siano insiti in uno o l’altro dei media che formano questa nebulosa è errata. Il fatto che l’annuncio del tizio che ha ucciso sua moglie sia stato apprezzato da decine di persone su FB non ci dice nulla su FB. Ci dice qualcosa sul mondo che di FB si serve. Un po’ anche sul funzionamento di FB, ma non nel senso immaginato da chi ne condanna l’infausto ascendente sugli ignari e indifesi utilizzatori.

Ovviamente i media non sono neutri. Proprio per la loro natura di estensione funzionale di noi stessi e di acceleratori di connessioni, essi influiscono, ognuno a modo suo, sugli esiti che hanno le nostre azioni e le nostre dichiarazioni, sulla forma che prende un discorso, sulla forma che prendono le sue ramificazioni ulteriori e sulla reazione che ciascuno di noi ha davanti a una informazione. Ma non bisogna mai dimenticare che i media sono, appunto… media, mezzi, strumenti. Non costruiscono da sé la realtà che veicolano. Non del tutto, almeno.

Tralascio qui il discorso dei tentativi di controllare internet e di limitarne la libertà insiti spesso nelle campagne di stampa contro i social media (che NON sono internet, ricordiamolo sempre). È una questione importante, ma in questo caso la lascerei sullo sfondo.

Uno dei problemi che mi sembra urgente affrontare è la capacità e la consapevolezza che dimostriamo nell’uso di media così potenti e pervasivi. Temo che in tale discorso abbia più peso di quanto sospettiamo la questione dell’analfabetismo funzionale diffuso e dell’impoverimento della scuola.

Senza studi appropriati si possono solo fare ipotesi. La mia impressione è che l’uso consapevole e non solo passivo, subìto, dei media informatici dipenda molto dal grado di alfabetizzazione e dalla capacità di “lettura profonda” di cui dispongono gli utenti. Anche qui non esiste una separazione netta tra media e tra capacità umane. Un grado di alfabetizzazione alto, la capacità di leggere e di comprendere testi complessi, di fare connessioni, ecc. consente di usare meglio e con maggiore accortezza anche media che per loro natura richiedono un tipo di fruizione diverso, rapido, in superficie. È vero che i giovani oggi appaiono molto più capaci di usare gli strumenti tecnologici. A tal proposito di parla di “nativi digitali”. Tuttavia mi sembra che la concreta capacità di utilizzo dei media più sofisticati richieda ancora – e sempre più – il tipo di formazione che di solito tendiamo a separare nettamente dalla tecnologia e dall’informatica: quello umanistico.

Da un pezzo sono arrivato alla conclusione che la netta distinzione, molto italiana, tra materie scientifiche e materie umanistiche sia una sciocchezza. Quando sento qualcuno sostenere di essere da sempre versato nelle lettere e dunque scarso in matematica, non dico che metterei mano alla pistola (perché non ce l’ho), ma diciamo che come minimo devo fare uno sforzo per tenere per me gli improperi coloriti che mi vengono in mente. In ambito informatico e nell’uso di internet c’è la dimostrazione palese di quanto sia stupida questa pretesa separatezza.

La capacità di leggere e di comprendere, di tenere presente la complessità di un discorso anche nel momento in cui lo si sintetizza (magari in un post su FB o su Twitter), la percezione dei vari livelli di una questione, la capacità di dissociare giudizi sulla persona da giudizi sulle opinioni espresse da quella persona, ecc. sono tutte qualità che si possono apprendere ed esercitare. Uno dei modi per farlo è leggere molto e anche cose diverse, avere capacità analitica profonda, saper distinguere e riconnettere informazioni. Sono qualità di cui tutti i cittadini dovrebbero essere forniti. È una dotazione di strumenti molto più importante di qualsiasi apparato nozionistico siamo in grado di memorizzare. L’agenzia formativa principale, in questo come in altri campi, è la scuola.

Impoverire la scuola è pericoloso anche in questo senso. La disponibilità di tecnologie informatiche sempre più sofisticate deve essere accompagnata da una capacità di utilizzo e di consapevolezza adeguate. Pensare che basti la facilità pratica nell’uso di uno smartphone per fare di un ragazzo un buon utilizzatore di tecnologia informatica è una sciocchezza molto pericolosa. Se non sai usare un dizionario o un’enciclopedia cartacea, non saprai nemmeno fare una buona ricerca su internet o su wikipedia, tanto meno estrarne le informazioni che ti servono e assemblarle alla bisogna. Se non sei abituato a leggere un testo lungo e complesso, non c’è verso che saprai comprendere una notizia letta al volo su internet. Se non sai risalire una catena di informazioni fino a trovare ciò che ti serve, non saprai distinguere notizie false da notizie vere. Sostenere dunque che sia utile o addirittura indispensabile informatizzare la scuola, magari a discapito di qualche materia apparentemente obsoleta, è un potenziale danno, le cui conseguenze possono essere molto peggiori di quanto immaginiamo.

La complessità va affrontata adattandosi alla complessità, non semplificando e riducendo i mezzi di comprensione. Evitare di esserne pieni cittadini a pieno titolo, con consapevolezza e mezzi adeguati, non renderà affatto la complessità meno complessa. Potrà sembrare che la nostra vita sia semplificata, invece saremo semplicemente ridotti a meri oggetti di forze incomprensibili. Un po’ come i nostri lontani antenati davanti alle forze della natura. Il diffuso approccio superstizioso all’informatica e ai social media segnala già ora una deriva molto pericolosa, in questo senso.

A poco vale pubblicare su FB annunci minacciosi in un linguaggio da legulei (che la maggior parte di chi lo copia non comprende nemmeno). Bisogna sapere cosa si sta usando, come funziona, quali rapporti di forza, quali nodi relazionali e di che genere nasconde. Internet non è una lampadina, non puoi utilizzarlo senza curarti affatto della sua natura e del suo funzionamento. Meno siamo alfabetizzati, in senso ordinario, tradizionale, meno lo saremo in senso informatico. Più è povera la nostra disponibilità di strumenti critici, la nostra capacità analitica, più sarà superficiale e passivo l’uso che facciamo di internet.

È una questione molto grande, direi decisiva. Approntare studi adeguati, che non si limitino alla raccolta quantitativa di dati statistici, è fondamentale. Ed è fondamentale garantire il funzionamento e la qualità della scuola, specie di quella pubblica, aperta a tutti. È fondamentale per la nostra qualità della vita, per la qualità delle nostre relazioni, per la qualità della politica. Perciò la politica deve farsene carico a pieno titolo e con la dovuta dose di attenzione, possibilmente sotto la vigilanza e con la collaborazione di una classe intellettuale attiva, preparata e adeguata al compito.

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