De André, Sardegna e stereotipi

Certo che potrei far finta di niente. In fondo si tratta di una bella cosa. Aggiungerci un carico di puntualizzazioni può risultare antipatico e persino controproducente. Ma mi hanno fatto pignolo (mia nonna materna avrebbe detto acatariosu) e dunque, come ripeteva quel farabutto di Valmont, “trascende la mia volontà”.

Di cosa blatero? Di un articolo del FattoQuotidiano a proposito del documentario di Gianfranco Cabiddu su Fabrizio De André in Sardegna (che – detto per inciso – non vedo l’ora di guardare). Preciso che, da bravo fan deandreiano di lunga militanza, soffro anche di quella sindrome filologica tipica dei grandi appassionati, elemento che si aggiunge all’acribia congenita. Non lo dico come una scusante, ma appunto per completezza.

E veniamo alle dolenti note. L’autore del pezzo (Maurizio Di Fazio) nel suo breve riassunto biografico parla naturalmente della decisione di Fabrizio De André di trasferirsi in Sardegna. Dove, precisamente? “In Gallura, nell’Agnata, nella Sardegna più profonda e ancestrale”. Che suona anche bene, ma è una costruzione puramente retorica, evocativa di elementi mitologici condivisi nell’immaginario collettivo, ma non per questo necessariamente veritieri o esaustivi.

Coerente anche la prosecuzione. De André “ne amava la natura aspra e incantata, le leggende impastate di millenni sempre uguali, i colori e le sensazioni sconfinate. Quell’aria capillarmente pre-moderna, e quell’indigenza rurale che poteva farsi disumana, ferina, da pura legge della giungla.” Descrizione icastica, molto aderente a un cliché duro a morire. I millenni sempre uguali, l’aria pre-moderna, l’indigenza rurale… Si dirà, non sono forse vere queste cose? In realtà, in larga misura no. In ogni caso, certamente fanno parte di una mitologia costruita sullo sguardo osservante dell’Altro e sulla cornice “orientalista” con cui la Sardegna viene tipicamente inquadrata in ambito culturale italiano (e dunque di riflesso, tramite le agenzie formative istituzionali e i mass media, anche nella stessa Sardegna).

Scontato, a questo punto, il riferimento al rovescio della medaglia: il sequestro subito da Fabrizio De André e Dori Ghezzi nel 1979: il “lato oscuro del suo sogno”. Perché la Sardegna è così, prima ti ammalia con la sua arretratezza ancestrale, poi ti sequestrano. Non si scappa.

E dire che il fenomeno dei sequestri di persona, per quanto brutale, ha una rilevanza storica davvero minima. Il suo sviluppo temporale è di circa cento anni e il suo momento culminante può restringersi all’arco di tempo tra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso. Il che non consola affatto le vittime di sequestri, i loro parenti e tutti coloro che hanno subito conseguenze dolorose da tali atti violenti. Ma l’uso di questo elemento mitologico è chiaramente fuori tempo massimo e comunque oltremodo deformante.

Il lato oscuro del sogno, in Sardegna, è tutt’altro. È l’estensione terrificante del territorio compromesso dall’inquinamento (militare e industriale), è la disoccupazione, è lo stato delle infrastrutture e dei trasporti, è la dispersione scolastica, è la condizione di dipendenza. Ed è un lato oscuro che pesa prima di tutto, se non esclusivamente, sui sardi medesimi.

Esemplare poi la riproposizione di una nota citazione deandreiana:

“La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattromila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso…”.

Parole che si leggono spesso e di cui i sardi si gloriano e i non sardi si chiedono il perché. Ma è un citazione monca. Il discorso proseguiva in questi termini: “I sardi a mio parere deciderebbero meglio se fossero indipendenti all’interno di una comunità europea e mediterranea”. Questa seconda parte viene spesso e volentieri omessa. Così come, nelle biografie di De André (per esempio su wikipedia), vengono omesse le sue relazioni con l’ambiente indipendentista sardo (meno presentabili di quelle, fasulle, con l’ambito eversivo italiano, evidentemente).

Fa specie dover ancora e sempre sottolineare queste defaillance giornalistiche, ma dopo tutto sono istruttive. Lo sono ancora di più in quanto in buona fede. La necessità di costringere la Sardegna dentro cornici familiari è comprensibile. Bisogna chiedersi perché tali cornici prevedano ancora oggi la nostra diminutio razziale, la lettura orientalizzante del nostro stare al mondo, la negazione della nostra lunga e complessa storia, nonché la rimozione dei veri fattori di crisi della Sardegna contemporanea.

Ovviamente non è a un cronista che scrive su un quotidiano italiano che si può chiedere di superare tale visione stereotipata. Siamo noi che dobbiamo contrastarla efficacemente. Prima di prendercela con altri, come di solito succede, facciamoci delle domande su noi stessi, insomma. Questa può essere un’occasione buona.

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