Democrazia, lavoro, libertà

La democrazia non è mai la prima opzione, in presenza di disparità economiche e sociali. Può essere il male minore, per chi detiene il controllo delle risorse e delle informazioni, ma solo in presenza di una minaccia peggiore. Viceversa, non esiste ragione al mondo per cui una classe dominante dovrebbe sceglierla. Gli esempi sono superflui. Naturalmente, si parla di democrazia nella sua accezione più piena e concreta, non di democrazia formale. Quella c’è anche oggi, in un sacco di posti. Solo, non ha molto a che fare con l’effettiva possibilità delle persone e dei gruppi sociali di massimizzare le proprie capacità e di ottenere l’equa distribuzione di beni materiali, diritti, possibilità di scelta.

Fare discorsi di democrazia e libertà, in un posto come la Sardegna odierna, risulta complicato. Non abbiamo un sistema economico vero e proprio, mancano alcuni elementi basilari per la nostra emancipazione pratica e non disponiamo di una classe dirigente. Non mi piace la locuzione “classe dirigente”, ma è per capirci. Diciamo che manca una leadership. La leadership non ha a che fare col prendere il potere. Si può prendere il potere, esercitarlo anche brutalmente, e non avere la leadership. Leadership equivale fondamentalmente a “responsabilità verso altri da noi”. Nel caso dell’ambito politico, in senso moderno, la leadership di una classe dirigente è quella che pone come orizzonte di riferimento un insieme di interessi, necessità, fattori produttivi, sociali e culturali che oltrepassano l’interesse immediato individuale o del porprio gruppo sociale. In questo senso, la Sardegna negli ultimi duecento anni non ha mai avuto una classe dirigente nè una leadership.

C’è stato un momento in cui questa combinazione vincente sembrava sul punto di realizzarsi ed è stato intorno al 1921. Ma in quel caso, per varie ragioni, non tutte riconducibili didascalicamente alla cattiva volontà o alla mala fede dei protagonisti, non se ne fece nulla. Sto parlando del grande movimento successivo alla Prima guerra mondiale, capitanato da Emilio Lussu e dagli altri fondatori del PSdAz. Diciamo, col senno di poi, che qualche carta si sarebbe potuta giocare meglio, allora.

Fuori dalle recriminazioni inutili, bisogna guardare all’oggi. Oggi uno dei problemi macroscopici da affrontare è quello del lavoro. Le cifre della disoccupazione sono spaventose e sono ancora più spaventose quelle dell’occupazione. Due terzi dei giovani non lavorano, un quarto di loro non lavora e non studia. Ma c’è anche la fascia di popolazione più matura che è in stringenti difficoltà. Molte realtà lavorative sono in fase di chiusura o chiuse del tutto, dal comparto tessile nel Centro Sardegna, alla Keller in Campidano, ai poli industriali di Porto Torres e del Sulcis, alla compagnia aerea Meridiana a Olbia. Le varie manovre di sapore speculativo che qualche multinazionale compie di tanto in tanto per accrescere il valore di mercato delle proprie azioni viene troppo spesso propagandato dalla nostra classe politica come una promessa di risoluzione del problema. Espedienti che hanno un che di sadico. Ma qui viaggiamo più nel campo delle ipotesi che dei fatti.

Il fatto incontrovertibile è che il lavoro in Sardegna è sempre stato uno strumento di controllo sociale e politico, più che una funzione del sistema economico. Non è mai esistita una politica economica propriamente detta, tanto meno una centrata sul nostro territorio, le sue risorse, le sue caratteristiche produttive, demografiche e culturali. La pretesa modernizzazione economica si è svolta secondo il tipico approccio dall’alto (top-down) e secondo obiettivi fodamentalmente politici: controllo sociale, disarticolazione culturale e clientelismo. Oltre naturalmente ad avvantaggiare avventurieri e lestofanti di ogni risma, e questo fin dall’epoca immediatamente successiva alla Sarda Rivoluzione.

Discutere di queste cose, oggi come oggi, assume facilmente il sapore del puro esercizio astratto. Con tante migliaia di famiglie in difficoltà, attardarsi nelle analisi storiche può sembrare un esercizio futile, un lusso che non possiamo permetterci. Lo è se rimane fine a se stesso. Non lo è più se serve a farci capire come si potrebbe agire in modo più efficace e lungimirante. Il problema qui è che la nostra classe politica – a dispetto del suo attuale status intellettuale, della nostra “giunta dei professori” – è estremamente ignorante. Ignorante e provinciale. Non conosce sicuramente la storia della Sardegna, ma non è aggiornata nemmeno sulle discipline di cui pure alcuni esponenti del governo regionale sono docenti all’università.

Sono sbagliati le cornici applicate e il baricentro delle decisioni. Le cornici sono sempre quelle funzionali al mantenimento della Sardegna in una condizione di dipendenza. Il baricentro degli interessi garantiti non è mai sull’isola. Pensiamo all’ottusa politica dei trasporti perseguita in questi anni, o alla questione energetica, o alla stato comatoso del comparto agroalimentare, e lasciamo pure perdere tutto ciò che ha a che fare con cultura, sapere, bellezza e creatività. Tale debolezza culturale è endemica nella nostra (mancata) classe dirigente. Ivi compresi i sindacati. (Ma a parlare male dei sindacati ci pensa già il Presidente del Consiglio italiano e non è il caso di seguirlo su questa china pericolosa.)

Fatto sta che prima di discutere di questioni politiche, di soluzioni giuridiche e ambiti teorici, bisognerebbe preoccuparsi della sopravvivenza e della dignità delle persone. Questo vale prima di tutto per le forze politiche e le organizzazioni che fanno dell’autodeterminazione dei Sardi un loro obiettivo prioritario. Il problema del lavoro, delle forme della produzione e della distribuzione, la questione del reddito, la questione della povertà, devono essere in cima a qualsiasi progetto di emancipazione collettiva. Naturalmente con un taglio diverso da quello usato dalle forze della dipendenza (partiti italiani, loro complici autoctoni, dirigenze dei sindacati confederali).

In questo senso di cose da fare ce ne sarebbero tante e i Sardi non sono del tutto fermi ad aspettare gli eventi. Mi è piaciuto il taglio pragmatico con cui la Camera di Commercio di Nuoro, per esempio, ha avviato un FabLab in città (ne ho scritto qui). Così come mi piacciono i mille esempi di inventiva e di creatività di cui la Sardegna, a dispetto della politica, è piena: dal mondo del credito, a quello della produzione agroalimentare, dal turismo al marketing e alla comunicazione. Di solito attività dall’alto valore aggiunto, che saltano a pie’ pari il problema delle economie di scala e della concorrenza dei grandi paesi produttori di beni di consumo di massa. La caratteristica che accomuna le varie soluzioni in fase di realizzazione è che rispondono alle vocazioni territoriali e alla disponibilità reale di risorse e di competenze. Senza mancare di fare tesoro della nostra diaspora, grande fucina di idee e intelligenze.

Non è vero che le cose non si possano risolvere, in Sardegna. Non c’è niente che non possiamo fare, nemmeno nel campo del lavoro. Certo, se pensiamo che siamo la “regione italiana” più inquinata, l’ottimismo rischia di volare via, come un’esalazione tossica. Ma come le esalazioni tossiche ricadono nell’ambiente in cui viviamo e lo contaminano, forse anche l’ottimismo della volontà e dell’intelligenza può ricadere dal cielo delle idee alla pratica economica e diffondersi come un antidoto. La politica per ora è ostile a questo percorso, abituata com’è a rispondere ad interessi estranei e a garantire vantaggi particolari. Vorrà dire che cambieremo anche la politica.

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