Cultura popolare in Sardegna, patrimonio misconosciuto

Tenore de aterue, gruppo a tenore statunitense

Un giovane, con la passione dell’hip hop, scrive fumetti e canta in un coro a tenore. Una giovane fa un dottorato di marketing a Londra, segue serie televisive statunitensi scrivendone in un blog e, quando torna al paesello natio, partecipa all’attività del locale bruppo di ballo tradizionale. Fantascienza? No, solo due esempi concreti di come venga vissuta al giorno d’oggi la cultura popolare in Sardegna.

“Cultura popolare”, nell’ambito accademico e mediatico italiano, è una sorta di eufemismo per folklore. E folklore è sinonimo di scarso valore culturale. La cultura pop (come viene a volte definita) non è considerata degna di studi, riflessioni, teorizzazioni, né nella sua accezione contemporanea (arti “minori”, musica “leggera”, nuovi media, lo stesso cinema, ecc.), né in quella tradizionale (poesia, musica, canto e coreutica di tradizione orale). Questi due ambiti, anzi, solitamente vengono tenuti ben distinti. Da una parte la cultura pop propriamente detta, quella che attiene a media e forme dell’oggi; dall’altra tutto ciò che è ascrivibile a una trasmissione orale da tempi remoti, più o meno autentica (andrebbe chiarito il significato di “autentica”, naturalmente, ma lasciamo stare quest’aspetto, in questo caso).

In Sardegna l’applicazione di questa cornice salta per aria. Basta dare un’occhiata da vicino all’intero ambito, nella sua complessità. La presenza massiccia di tradizioni popolari, la conclamata peculiarità delle sue forme, la loro diffusione e vitalità anche presso le giovani generazioni hanno da tempo consentito a musica e coreutica tradizionali di liberarsi dallo status minorizzato. Sono forme di espressione culturale che mantengono negli anni un seguito e un’attenzione consistenti, tanto da scongiurarne, almeno per un po’, la scomparsa. Questo, grazie alla testardaggine degli esecutori, tra anni Cinquanta e anni Ottanta del Novecento, e anche grazie all’interesse internazionale. Senza alcun supporto da parte della politica o dell’intellettualità “istituzionale”, beninteso, e con i mass media sempre in ritardo sul corso degli eventi. Potremmo anche pensare che se Peter Gabriel non si fosse innamorato del tenore “Remunnu ‘e Locu” di Bitti, il canto a tenore oggi non esisterebbe nell’immaginario collettivo, non con la stessa legittimazione sicuramente. Parlo dell’immaginario collettivo dei sardi, prima di tutto. Sia come sia, ormai ben pochi possono snobbare a cuor leggero la nostra tradizione musicale come si faceva solo pochi decenni fa. Lo stigma dell’arretratezza culturale ormai è caduto.

Tuttavia ancora non esiste alcun approfondimento accademico adeguato sul nostro patrimonio demoantropologico. Parlo di studi storici, sociologici, economici. Giusto in ambito musicale esiste una certa mole di studi, che hanno accumulato materiali e riflessioni, e da qualche anno si è riusciti ad avviare i corsi di etnomusicologia presso il conservatorio di Cagliari. Ma anche qui è ancora scoperta un’ampia gamma disciplinare. In altri ambiti specifici c’è stato qualche tentativo di ricerca, ma per lo più fuori dai canoni e dal riconoscimento accademico. In ogni caso si fatica ancora a considerare questo enorme patrimonio come qualcosa di diverso dal puro folklore da sagra di paese, data la difficoltà di contestualizzarlo in un ambito culturale “nazionale” italiano. Questo è un problema, per le nostre università, troppo poco sarde da un lato e altrettanto poco aperte al mondo dall’altro. Ed è un problema che si riflette sulla percezione che di questo fenomeno si ha all’esterno dei suoi ambiti specifici fatti di pratiche, conoscenze e relazioni.

Eppure, per capire la ricchezza di cui disponiamo, basta assistere alla reazione del pubblico non sardo a qualsiasi esecuzione di canto a tenore o di launeddas: stupore e incredulità garantiti. La complessità e l’evocatività della nostra musica tradizionale sono evidenti e non mancano mai di affascinare chi vi assiste, a patto di estrarla dal contesto penalizzante dell’esotico pittoresco e barbarico. Non c’è niente di pittoresco e di barbarico in forme artistiche così elaborate e perfezionate nel tempo. Lo stesso si dica per la meraviglia con cui gli stranieri (ivi compresi gli italiani) guardano alla spontaneità del ballo tradizionale, in occasione di manifestazioni pubbliche. Vedere persone abbigliate secondo i canoni contemporanei, e non “in costume”, per di più di tutte le età, prendersi per mano o sottobraccio e mettersi in cerchio al suono di un organetto o delle launeddas, o al canto di un tenore, è una visione incomprensibile per chi reputi la coreutica tradizionale solo una forma di pura rappresentazione, staccata dalla vita reale delle persone. Senza voler enfatizzare questo aspetto, è innegabile che in Sardegna, al di fuori della rappresentazione scenica, esistano una passione e un gusto diffusi, anche presso le giovani generazioni, per le nostre forme musicali e coreutiche tradizionali.

Sulla cultura popolare nella sua declinazione contemporanea, d’altra parte, la situazione è addirittura peggiore. Non esistono ricerche, non esiste alcun dato accessibile. Eppure anche in questa seconda accezione la cultura popolare in Sardegna è ricchissima. In ambito musicale questa cosa è evidente, benché misconosciuta. Esiste una frequentazione massiccia di tutti i generi, dall’elettronica al rock, con tutto quello che c’è in mezzo e intorno. C’è un rapporto importante di ispirazione e ibridazione con le forme tradizionali. Un fenomeno come la canzone neomelodica sarda, per lo più in sardo, disprezzabie quanto vogliamo per i palati fini o per i puristi, ha pur tuttavia un larghissimo seguito. Non solo, ha anche generato professionalità, competenze, un giro d’affari di qualche consistenza. Ma possiamo fare riferimento anche ad altri ambiti cerativi, come il fumetto, la grafica, il cinema: in tutti questi e in altri ancora la Sardegna produce quantità e qualità. Difficile ridurre tutto questo agli stereotipi identitari penalizzanti cui siamo abituati. Pensare per esempio che la Sardegna sia la patria di tanti validissimi fumettisti, anche a livello internazionale, risulta quasi inappropriato, come se non potesse succedere. E invece è una realtà. Anche qui, in molti casi, con interferenze tra creatività contemporanea ed elementi culturali tradizionali e col nostro patrimonio linguistico.

Eppure, a seguire le cronache e il dibattito pubbico, sembra che in Sardegna l’unico problema della cultura, negli ultimi anni, sia la querelle sul Teatro Lirico di Cagliari. Istituzione prestigiosa, per carità, ma sicuramente immeritevole della qualifica di “più importante istituzione culturale dell’isola”, come spesso si scrive. Lo è senz’altro quanto a budget a disposizione. Ma per fortuna la cultura in Sardegna va molto oltre il solo ambito della musica lirica o sinfonica.

Quando la politica sarda parla di cultura, di solito non ha alcuna idea del tema che sta toccando. Non ne ha per noncuranza e disinteresse, per ignoranza e per mancanza di occasioni concussive. A livello clientelare vale molto di più una ASL che dieci teatri. Ma per certi versi non è nemmeno solo colpa dei politici. È che manca un’attenzione “disciplinata”, uno studio metodico e con esiti conoscitivi apprezzabili, scientificamente spendibili, su un fenomeno enorme e pervasivo, con ricadute culturali, sociali e anche economiche molto più ampie di quanto si riesca a percepire. Anche nelle sue connessioni con altre questioni, in primis con quella linguistica. Le università sono largamente assenti, in questo campo di studi multi- e inter-disciplinare, e l’assenza di acquisizioni “certificate”, sedimentate nell’apparato di conoscenze condivise, è una lacuna che ha un peso rilevante.

Lamentarsi degli scarsi investimenti nel cinema o nello scarso supporto politico alle varie forme di cultura popolare, in tutte le sue accezioni e declinazioni, non serve a molto se non si pretende anche un’attenzione maggiore su questi ambiti da parte di chi organizza il sapere. Ed anche questo comunque è un problema politico, di cui dovrebbero farsi carico innanzi tutto gli operatori dei vari settori, senza pensare di poter semplicemente esercitare una funzione meramente rivendicativa, dipendente dal potere politico, passiva verso le istituzioni accademiche e quasi sempre strettamente settoriale.

Così ci si smarrisce in beghe di scarsa portata generale, spesso autoreferenziali, e si perde di vista l’insieme. Un insieme che per la sua portata e la sua mole dovrebbe essere in cima alle priorità di una politica culturale come si deve. Se in Sardegna esistesse una politica culturale. Pretenderla è il minimo. Conoscere, far conoscere e valorizzare la nostra ricca cultura popolare è doveroso. Da qui, più che su altri fronti, si può innescare la tanto evocata crescita: crescita culturale, certo, ma anche sociale e persino economica.

2 responses

  1. Non posso che essere d’accordo con Omar. Poche settimane fa nell’ambito di un simposio internazionale dedicato alla vocalità il conservatorio di Stoccarda ha invitato i tenores di Bitti “Mialinu Pira” che si sono esibiti come ospiti d’onore nella sala concerti dello stesso conservatorio. Ebbene, anche se si trattava di un pubblico di specialisti della musica e soltanto alcuni conoscevano la polifonia vocale sarda, i tenores hanno suscitato un tale entusiasmo tra il pubblico presente che di rado ho potuto vedere altrove. Certamente lo stesso entusiasmo che suscitò questa musica nello spirito del giovane tedesco Felix Karlinger quando per la prima volta negli anni Cinquanta arrivò in Sardegna e ascoltò i tenores di Mamoiada, Orgosolo, Austis ecc. http://www.sardinnia.de/it/i-libri/volume-11-felix-karlinger-sa-musica-sarda-1955/

  2. E a proposito del teatro lirico di Cagliari va aggiunto che la musica lirica e sinfonica di ispirazione sarda non viene assolutamente presa in considerazione, se non sporadicamente da questa istituzione “sarda”. Certo, nel coro e nell’orchestra del teatro lirico della capitale sarda cantano e suonano eccellenti maestri sardi e di tanto in tanto altri vengono ingaggiati per cantare in parti importanti come ad esempio in queste settimane la parte di Alfredo nella Traviata è cantata dal nostro grande Francesco Demuru. Ma allo stesso tempo esistono sinfonie di grandissimo spessore che nel passato sono state eseguite in tutto il mondo, per non parlare di opere liriche di cui oggi nessuno conosce l’esistenza. Le sinfonie “Sardegna”, “Nuraghi”, l’opera lirica “I Shardana” sono pressoché sconosciute, eppure sono capolavori che potrebbero catalizzare l’attenzione di decine e decine di migliaia di turismi (colti e meno colti) se fossero eseguite spesso e in contesto di turismo veramente culturale. Eppure quest’anno la Turandot di Puccini (ambientata in Cina) è stata messa in scena al teatro lirico per ben 14 volte (a luglio e agosto) e ha attirato sicuramente tanti turisti e curiosi. Bel lungi dal criticare un’operazione del genere (sicuramente meritevole) mi domando e chiedo perché “I Shardana” (ambientata in Sardegna) non venga rappresentata, anche all’aperto, anche d’estate contestualizzandola nei luoghi del mito: Monte Prama, Nora, Santu Antine, Barumini. Il turismo culturale è anche e soprattutto questo. Mi diceva tempo fa un amico tedesco grande conoscitore della storia e della cultura sarda: “ma è mai possibile che da noi in Germania ogni anno nascano come funghi festival operistici dedicati a questo o a quel compositore in paesini sperduti senza nessuna tradizione operistica e voi non riusciate a portare sui palcoscenici dell’isola, anche all’aperto, una grandissima opera lirica come I Shardana che canta la Sardegna e che fu definita “la più importante di questo dopoguerra” (F. Karlinger, 1962). Adesso, finalmente, pare si siano svegliati, e nel settembre del 2013 è stata rappresentata, dopo “cinquantatré” anni di assenza, nel teatro lirico della capitale sarda… con scenografie, costumi e una regia di grande spessore del regista piemontese Davide Livermore… ma poi rimessa attentamente nel cassetto… come i Giganti… Ah dimenticavo, non vorrei essere troppo di parte, ma l’estate scorsa I Shardana è stata eseguita a Nora e a Santa Cristina, ma naturalmente senza scenografia e senza costumi e della durata di 45 minuti anziché di 2 ore come prevede l’opera originale, ma vabbè, sardità sempre a piccole dosi, altrimenti i sardi si “esaltano” e dichiarano “l’indipendenza”… per gli interessati eccoli i costumi, le scene e, soprattutto, la musica… ma ascoltate anche cosa dice Livermore il regista… piemontese… http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9f3d7992-1117-4b7a-a465-fb033e1714b0.html

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