Gigi Riva e l’eterogenesi dei fini

Gigi Riva compie settant’anni. Non c’è bisogno di spiegare chi sia. Luigi Riva, noto Gigi, è un personaggio dell’immaginario, più che una persona in carne e ossa. Neanche la facilità di incontrarlo per strada, a Cagliari, nei suoi percorsi consueti, sminuisce l’aura di leggenda che lo accompagna. È un dato di fatto, ormai acquisito. Lo si può evocare e celebrare, non discutere.

In questi giorni inevitabilmente si scrive tanto, in proposito. Non c’è testata, quotidiana o periodica, cartacea o online, che non dedichi almeno un pezzo o una rassegna antologica di immagini al più grande attaccante della storia calcistica italiana. Difficile aggiungere qualcosa al tanto già detto e scritto. Gigi Riva è una leggenda da troppi anni, per poter immaginare di essere originali a scriverne di nuovo.

Eppure mi pare sempre che il discorso sia incompleto. È come se si avvertisse un’assenza, o forse un rimosso. Non è la questione del legame di Riva con la Sardegna, a latitare. Questo aspetto anzi è fin troppo enfatizzato. Certo, i toni usati risultano sovente irritanti. Di solito vanno dal paternalistico al meravigliato. Suonano un po’ tra il “siete dei poveracci fuori dal mondo, ma almeno questa consolazione l’avete avuta, tenetevela stretta perché non succederà mai più”; al “cosa diavolo ci avrà trovato questo qui, importante com’era, in quel posto: hai voglia di fare il bagno nel loro mare (bello, chi lo mette in dubbio?) e mangiare una seadas [sic!] ogni tanto!”. Insomma, la Sardegna c’è. La “sua” Sardegna (sempre rigorosamente tra virgolette). Ma in quel modo lì, secondo le cornici nelle quali siamo relegati dagli opinion makers italici e dalla classe dirigente italiana nel suo complesso.

Del resto, se si cercasse illuminazione proprio in Sardegna sulla natura del mito Gigi Riva, noi stessi non sapremmo bene cosa dire. Non è così facile da spiegare. È come se Gigi Riva catalizzasse su di sé tutte le contraddizioni accumulate nella nostra storia contemporanea. Desiderio di riscatto ed emancipazione insieme al desiderio di integrazione in un “altro da noi”. Rottura del mito debilitante della nostra sottomissione insieme alla gratitudine verso chi, non sardo, esalti quell’epopea. Orgoglio di poter mostrare la propria sardità a testa alta insieme al tifo per una nazionale italiana di calcio finalmente anche nostra. Un po’ il trionfo del mito sardista: aspettativa di integrazione e costante resistenziale. Non so come si incastri, in questa altalena di sentimenti identitari, l’attestato – menzognero – di “prima squadra del Sud a vincere un campionato di serie A”, rispolverato anche in questi giorni. Per “Sud” si intende Italia Meridionale, non sud della Sardegna. Ma immagino che qualcuno si sia inorgoglito allora, e forse sia ancora orgoglioso, anche di questo riconoscimento usurpato.

Ci sono anche aspetti meno nobili, nella faccenda, anche se non strettamente collegati a Gigi Riva. Ma, nel contesto di una retorica che vorrebbe essere solo celebrativa, ricordare l’opacità delle alleanze societarie che portarono quel Cagliari a diventare una squadra così forte può risultare stonato. E tuttavia è innegabile il legame di quelle vicende sportive con la realizzazione del Piano di Rinascita dei Moratti e dei Rovelli. Così come è fin troppo facile intravedere le connessioni con i tentativi di disarticolazione culturale e di anestetizzazione delle coscienze che, in quegli anni convulsi, furono al centro delle scelte relative all’isola, a livello politico.

Non so quanto sia riuscito l’esperimento. Nel giugno 1969, poche settimane dopo la mancata conquista per un soffio dello scudetto (vinto invece dalla Fiorentina, quell’anno), ci fu il caso di Pratobello, a Orgosolo. Quando Giuseppe Fiori, per la RAI, intervistò un pastore del Supramonte e gli chiese cosa ci guadagnasse dal fatto che il Cagliari vincesse, quello gli rispose: “E se perde cosa ci guadagno?”. Il fatto di poter essere sardi senza vergogna sconfiggeva uno stigma ben radicato nella nostra coscienza, funzionale alla nostra condizione di dipendenza (come ben sa chiunque abbia un minimo di dimestichezza con gli studi postcoloniali): questo fatto non poteva rimanere senza conseguenze. Si accettò di chiudere gli occhi sull’applicazione evidente della ricetta “panem et circenses“, e tuttavia il risultato fu quello di un risveglio complessivo del senso di appartenenza. E di un senso di appartenenza finalmente sovralocale, in cui avevano diritto di partecipazione piena i sardi di ogni latitudine e persino i sardi di elezione. Come era ed è lui stesso, Gigi Riva, e sono ancora diversi dei suoi compagni di squadra.

Gigi Riva, col suo clamoroso rifiuto di trasferirsi alla Juventus (squadra di Torino, per altro: quale sublime nemesi!), suscitò qualcosa di ulteriore rispetto alla mera passione sportiva. Lì c’è il salto di fase, da mito sportivo a mito e basta. A quel punto il fenomeno sfuggì al controllo. Al di là delle sue stesse intenzioni, probabilmente. Da allora in poi è stato fin troppo facile evitare di correre ancora quel rischio. Il Cagliari ha subito un ridimensionamento di status, dopo l’era Gigi Riva (con retrocessione in serie B pressoché immediata, al suo ritiro dall’attività agonistica). In alcuni momenti, negli anni successivi, ha tirato su la testa dalla mediocrità (1981, con Tiddia; 1993, 1994 e 1995 con Mazzone, Giorgi e Tabarez in panchina). Ma niente di paragonabile agli anni tra il 1968 e il 1972. Sia come sia, avere ancora oggi una delle prime dieci tifoserie in Italia non è comunque un affare di poco conto.

Sotto quest’aspetto però il Cagliari rimane un’incompiuta. Il Cagliari non è riuscito a diventare un simbolo che vada oltre il mero fatto sportivo. Non è l’Athletic Bilbao della Sardegna, per capirci. Chi ama separare lo sport dalla politica non ci troverà niente da ridire, su questa circostanza. Certo, vedere oggi la squadra in mano a una dirigenza di nuovo vicina ai Moratti, nei giorni dell’approvazione del decreto Sblocca Italia (e ammazza Sardegna), suscita sentimenti contrastanti anche nel tifoso più sfegatato (purché informato), così come la scelta di un allenatore come Zeman, che somiglia a Manlio Scopigno, sotto alcuni aspetti, induce aspettative forse sproporzionate, ma che possono avere effetti al di là del calcio. Questo però è un discorso che esula dalla festa per i settant’anni di Gigi Riva e non è il caso, in questo frangente, di trascendere.

Sicuramente la leggenda di Gigi Riva durerà a lungo. Chi ha vissuto quegli anni e chi anche solo è nato allora ne testimonierà gli eventi, i personaggi e lo spirito ancora per un pezzo. Poco importa se fuori dalla Sardegna tenteranno di intestarsi la figura e i successi di Rombo di tuono. Riva era, è e rimarrà sempre l’esatto contrario della figura dell’arci-italiano che ha sempre dominato e domina ancora la scena di là dal Tirreno. Noi sappiamo che Riva è prima di tutto un mito nostro. Un mito di umana fragilità rinchiusa in una corazza invincibile di orgoglio testardo, come ci piace pensare di essere tutti noi. E ne aspettiamo il metaforico ritorno come in un sogno di liberazione, che sarebbe bello realizzare davvero e magari dedicargli.

A medas annos cun salude, Mùida de tronu!

3 responses

  1. Premesso che sono juventino e che sono troppo giovane per aver conosciuto Gigi Riva, non sono per niente d’accordo con alcune parti del tuo articolo.

    Il Cagliari è una provincialina del campionato italiano. Non lo dico per parlarne male o per questioni di tifo, ma credo che il motivo sia da ricercare proprio nel contesto che hai citato tu, quello degli anni ’60 e della vicinanza con l’ambiente milanese (peraltro continuata da Cellino, durante il suo ventennio e mantenuta ora da un milanese interista, ex-cda Inter come Giulini). Infatti, la considerazione della Juve come “arci-male” perché “squadra di Torino” parte da Milano, ed inizia almeno nei primi anni ’60, sulla base di una polemica (tutta interista) relativa ad uno Juventus-Inter del campionato 1960-61 (qui e qui).

    Una propaganda massmediatica tutta italiana. Il fatto che, poi, il tifo cagliaritano ci appiccichi sopra le vicende dell’asse Torino-Cagliari del 1750-1861, mi sembra tutta una mistificazione operata dopo, sulla base del mito antijuventino creato da Prisco, e che non c’entra nulla con i motivi “storici” del perché a Cagliari si odino i piemontesi. Tra parentesi, questo sarebbe mischiare il calcio con la politica… O no? Perché si dovrebbe essere degli ‘eroi’, a rifiutare la Juve?

    Quindi, Gigi Riva è stato l’uomo su cui si è eretto il provincialismo italiano di Sardegna, perché ha significato considerazione della Sardegna nell’ambiente italiano, non certo una ‘sardità’ (lombarda???) sfrontata dinnanzi alle potenze del ‘nord’ dell’italia (volutamente minuscolo) che derubavano il Cagliari dei ‘suoi’ scudetti.

    Mio padre me l’ha detto nel 2010, quando eravamo a Edimburgo, che dietro la vittoria del Cagliari c’era Moratti. Lui è nato alla fine degli anni ’50 ed è cresciuto nella Assemini degli anni ’60. Inevitabile, dunque, che sia tifoso del Cagliari e simpatizzi per l’Inter (come molti, da quelle parti), essendo cresciuto anche col ‘mito’ di Facchetti.

    Posso, dunque, essere d’accordo sul panem et circenses operato dagli italiani (prevalentemente di Milano, non a caso sono i milanesi che hanno quel ‘mito’ e quel legame ‘indissolubile’ con la Sardegna, soprattutto interna) a livello culturale, per distogliere l’attenzione dal colonialismo economico (inevitabile conseguenza del colonialismo culturale) che stava iniziando a investire la Sardegna in quegli anni.

    Ma, francamente, non so che farmene del ‘mito’ Gigi Riva (che pure è il capocannoniere della nazionale degli italiani) o del ‘Cagliari Campione’, dal momento che è un motivo d’orgoglio che si applica ad un contesto tutto italiano, e di sardo non c’è niente (se non la mera espressione geografica della provenienza della squadra).

    Se vogliamo rimanere sul piano del discorso calcistico, io voglio un campionato nazionale sardo, o una superlega Sardo-Corsa, dare un’impronta alle squadre sul senso di appartenenza e sulla propria lingua. Si giocherebbe un campionato in casa propria e vorrebbe dire essere al centro della Sardegna e non italica periferia.

    Il Cagliari, se rappresenta dei ‘sardi’, rappresenta esclusivamente quelli investiti da un falso mito culturale tutto italiano, da una mera retorica provinciale, il classico mantra de “Se sei sardo, tifi Cagliari; se sei campano, tifi Napoli…” e così via. Questo Cagliari (che, peraltro, ha ridotto il numero di giocatori sardi a due titolari e due panchinari) non mi rappresenta.

    Io non dico che bisogna essere juventini “a-marolla”. Ma non bisogna essere nemmeno ‘cagliaristi’ a-marolla, o no? Riva non rappresenta l’emancipazione sarda, ma l’imposizione della cultura italiana a scapito di quella sarda in un periodo di colonialismo italiano in Sardegna.

    PS: Paragonare Zeman ad un allenatore che lo scudetto lo ha vinto, è una bestemmia calcistica!

    • Non ho capito dove non sei d’accordo con me.
      Paragonare Zeman a Scopigno come personaggio e come atteggiamento non è affatto una bestemmia ma una cosa che viene abbastanza spontanea, visti i personaggi. Il fatto che uno abbia vinto uno scudetto e l’altro no non ha molta importanza in questo parallelo, non trovi?

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