Sapere poco, saperlo male

Il motivo per cui è così facile abbandonarsi ai luoghi comuni o alle tesi più avventurose, riguardo la Sardegna, è che ne sappiamo poco su troppe cose e quel poco che sappiamo lo sappiamo male. La scuola e i mass media hanno un peso notevole, in questa faccenda, ma essi, dopo tutto, maneggiano materiali che non sono loro a produrre. Questo discorso deve dunque necessariamente chiamare in causa chi quelle nozioni forma e diffonde.

Torniamo sull’annoso problema di come si studia e si racconta la storia in Sardegna. Sappiamo bene che a scuola essenzialmente la Sardegna non esiste. Non esiste nei testi adottati, non esiste nei famosi “programmi ministeriali” (o quel che ne resta), non esiste spesso nel percorso di formazione degli stessi docenti. Su questo fronte, data l’inerzia della politica e delle sedi culturali preposte, sta accadendo qualcosa di rilevante: un gruppo di addetti ai lavori (autori di testi scolastici e insegnanti) ha dato vita al progetto “Storia sarda nella scuola italiana”. Un approccio pragmatico a un problema altrimenti sempre relegato in un ambito astratto. Sono in lavorazione dei testi didattici di storia sarda, da utilizzare nell’attività curricolare, a complemento dei sussidiari e dei manuali ufficialmente adottati. Un intervento “dal basso” certamente meritorio e degno della massima considerazione (anche perché realizzato molto bene).

L’intervento “dal basso”, però, se è di per sé edificante, non deve servire come paravento per le mancanze istituzionali. In questo come in altri ambiti. Il problema generale è che la storia della Sardegna si fa male e si conosce peggio non solo a scuola, ma anche nelle sedi in cui la disciplina storica si esercita direttamente: università e ricerca. Non è solo una questione qualitativa, ma anche quantitativa. A parte le cornici concettuali generali in cui vengono solitamente inseriti gli studi storici, tributarie verso l’italocentrismo ufficiale, sono evidenti le carenze di studi specifici su molti periodi della nostra storia e su elementi spesso decisivi. Certo, la ricerca storica non è precisamente in cima alla lista delle priorità politiche, o accademiche. I fondi a disposizione non sono enormi, è vero, ma non credo ci si possa limitare a evocare questo fattore come l’unico decisivo. La ricerca storica comunque esiste: se si sceglie di indagare alcune cose anziché altre, c’è una responsabilità puntuale, che non può essere riversata su fattori esterni.

Per le epoche più lontane si invoca spesso l’attenuante della mancanza di documenti. Questa è spesso una banale scusa. Non solo perché la ricerca dei documenti deve proseguire indefessa, indirizzata in modo intelligente, ma perché molte volte latitano approfondimenti necessari anche laddove i documenti vi sono. Ammettere la falsificabilità delle teorie dominanti sarebbe già un bel passo avanti, per uscire dalla palude dogmatica in cui ci si dibatte di solito. A maggior ragione per le epoche più vicine a noi le carenze della storiografia e della ricerca storica sono ingiustificabili.

Del nostro Medioevo si è sempre parlato relativamente poco, per dire, fino a quando Francesco Cesare Casula non ha riscritto da cima a fondo la storia giudicale. D’accordo, le sue tesi sono discutibili e certe sue disinvolture metodologiche criticabili, ma più che contestarne l’approccio e le conclusioni ci sarebbe da studiare ancora di più e ancora meglio, recuperando e pubblicando documenti, contestualizzando correttamente le vicende sarde del tempo nel loro corretto ambito mediterraneo ed europeo (e non solo ed esclusivamente “italiano”).

Ancora. Sappiamo così poco sull’epoca in cui il Regno di Sardegna fu sottratto alla corona spagnola e affidato alle amorevoli cure dei Savoia: non sarebbe interessante indagare un po’ anche lì? Dover aspettare che lo facciano per noi in Germania può risultare mortificante. E non parliamo della Sardegna contemporanea! L’Ottocento è una sorta di puzzle composto da tasselli che non si incastrano bene uno con l’altro, tenuti insieme da cornici interpretative che sanno più di superstizione che di corretta ricostruzione storica. In generale conosciamo pochi dati, e tanto meno la loro correlazione, persino a proposito di fatti e ambiti a volte molto citati ma quasi sempre senza pezze d’appoggio sufficienti: chiudende, fiscalità, disboscamento, trasporti, commercio, questione linguistica, demografia, alfabetismo; e l’elenco potrebbe allungarsi.

Il Novecento, se possibile, è messo anche peggio. Ne sappiamo di più sull’epoca nuragica. Va benissimo studiare le vicende dei sardi coinvolti nelle avventure coloniali italiane (per dirne una), ma siamo sicuri che sia un tema tanto importante da essere privilegiato rispetto ad altri? Non abbiamo una “storia dell’industria in Sardegna”; mancano studi quantitativi e ricostruzioni generali relative a questioni macroscopiche (che so, gli effetti delle guerre mondiali su economia locale e demografia), però sappiamo tutto sulle eroiche gesta della Brigata Sassari nella Grande guerra; manca una indagine approfondita sul Piano di Rinascita, le sue ragioni, la sua realizzazione, le sue conseguenze; idem per la questione delle servitù militari. In definitiva manca una storia economica e sociale della Sardegna contemporanea e manca una vera storia della cultura, che tenga conto dell’immenso patrimonio popolare, non solo delle élite. E anche questi sono solo alcuni esempi. Dubito che in tutti questi casi ci si possa appellare alla carenza documentaria.

A ciò bisogna aggiungere un’ulteriore considerazione. Spesso soffriamo non solo di una generica debolezza storiografica, ma anche di scarsa propensione alla ricerca e alla codifica conoscitiva dei dati sociali, culturali, demografici, economici. Mancano studi adeguati su troppe questioni e troppi aspetti. Studi che siano metodologicamente al passo con lo stato attuale di queste discipline e non si limitino a replicare approcci di cento o cinquanta anni fa. Questa è una lacuna di cui la storiografia inevitabilmente risente. Lo storico può poco, se non ha materiale su cui esercitare il suo sguardo critico e la sua capacità di connettere informazioni.

Spesso, in vari ambiti, continuiamo a prendere per buoni lavori scientificamente poco attendibili o magari solo superati, considerandoli testi sacri insindacabili (tipo gli studi di M.L. Wagner sul sardo, o Il codice della vendetta barbaricina di Antonio Pigliaru, o gli scritti sulla “costante resistenziale” di Giovanni Lilliu, per citare dei nomi celebrati), e mai che si vada a indagare per benino sulle loro fonti, sull’assemblaggio dei loro materiali, sulle loro conclusioni, o che si affrontino i medesimi temi e quelli connessi alla luce delle acquisizioni più aggiornate a livello internazionale. La stessa restituzione dei dati statistici quasi mai è fatta in termini conoscitivi. In troppi casi ci affidiamo a conclusioni avventurose concepite sulla base di suggestioni ideologiche, anziché fondate su materiali significativi adeguatamente elaborati. È un problema anche per la politica (ossia per chi deve fare scelte importanti per le nostre vite), non solo per chi dovrà studiare la nostra contemporaneità quando noi non ci saremo più.

Temo che in questo problema giochi un ruolo rilevante la deleteria avversione verso le materie scientifiche su cui, nel Novecento, si è fondata l’organizzazione del sapere in Italia. Una pretesa incomunicabilità tra discipline cosiddette umanistiche e quelle cosiddette scientifiche che ha prodotto e produce equivoci, lacune, diffidenze ingiustificate. E naturalmente, a livello di senso comune, alimenta l’ignoranza e la credulità. La Sardegna non è affatto esente da tutto ciò. I bassi indici di scolarizzazione e il tasso di dispersione scolastica non depongono certo a nostro favore. Non vedere quanto questo incida anche sulla nostra (in)comprensione delle questioni storiche o politiche è come non vedere un muro robusto contro cui ci si sta schiantando.

In questa situazione, non può stupire la facilità con cui le informazioni – o quel che viene presentato come tali – siano così facilmente manipolabili, o orientabili. Costruire campagne di stampa, o giustificazioni fittizie per scelte politiche arbitrarie, sulla base di dati non elaborati e sostanzialmente incomprensibili è molto facile. E alimentare sentimenti di paura, indignazione o sollievo, a seconda delle circostanze, non è un’operazione troppo complicata, per chi ha i mezzi per realizzarla.

Sapere di più e sapere meglio è una delle condizioni necessarie per non farci schiacciare nel gioco dei rapporti di forza e dei mutamenti storici. Studiare, approfondire, divulgare, rendere la cittadinanza meno passiva davanti a ciò che accade e alle cause dei problemi è doveroso, se non per la politica – che sull’ignoranza del popolo può costruire il suo successo – almeno per la classe intellettuale. Se ne gioverebbe la discussione pubblica, compresa quella sui social media, così esposta alle scorribande dei furbi e dei violenti. È un appello che è già stato fatto, anche in questa sede, ma non per questo è meno importante reiterarlo. L’ignoranza è pericolosissima, crea povertà, dipendenza, bassa qualità della vita. E purtroppo tende a diffondersi come un virus. Non possiamo accettarla come un fenomeno inevitabile, a cui rassegnarci. Non è un vezzo intellettuale, è una necessità biologica. Saperne di più e meglio, su tutto, è possibile e dobbiamo pretenderlo. Da noi stessi e dagli altri.