Raccontarci storie, raccontarci storia

Gli studi storici hanno un risvolto metodologico e teorico che ne certifica lo status di disciplina scientifica, ma hanno anche un aspetto narrativo che ne contraddistingue gli esiti concreti. L’aspirazione alla credibilità e a un posto preminente nel novero delle scienze umane ha sempre animato gli storici contemporanei, facendo preferire loro l’insistenza sul primo fattore, quello scientifico. Quello più strettamente narrativo tende a rimanere in secondo piano, non senza una certa patina di pudore, di rimosso. E nonostante questa rimozione, non si è mai sciolto definitivamente il quesito sulla natura del “mestiere di storico”.

A complicare il quadro, parallelamente con lo sviluppo della disciplina storica contemporanea, ci si è messo anche il genere letterario del romanzo storico. Nato nella sua forma canonica in epoca romantica e impostosi nel corso dell’Ottocento (secolo di rivoluzioni e di rivendicazioni nazionali, e nazionaliste) è un genere che ha saputo evolversi secondo il gusto dei lettori, a volte sconfinando in altri generi, come la fantascienza (spesso distopica), o il What if (Cosa sarebbe successo se…?). Un genere che insomma non sembra conoscere cedimenti, nemmeno all’interno del generale indebolimento dell’attività di lettura registrato in questi anni.

Benché tale fenomeno sia evidentemente connesso a una assunzione massiva e diffusa di “coscienza storica”, una certa dose di fastidio rieccheggia nella valutazione che gli storici veri e propri hanno sempre dato della letteratura di finzione a base storica, considerata a volte come una sorta di invasione di campo, se non addirittura come una vera e propria operazione truffaldina. La concorrenza che il romanzo storico fa alla storiografia propriamente detta appare una sorta di concorrenza sleale, alla luce della maggiore facilità di fruizione dell’opera di fantasia rispetto all’opera di rigorosa ricostruzione fatta dagli storici.

Tuttavia è evidente che laddove gli storici sono anche dei narratori capaci, la disciplina storica si apre a una diffusione dei suoi risultati molto maggiore, anch’essa di massa. Le capacità di scrittura dei grandi storici francesi o anglosassoni (per citare due grandi scuole) ne hanno decretato il successo anche presso un pubblico vasto e certo non di specialisti. Nell’ambito culturale italiano, d’altra parte, anche il successo della storiografia propriamente detta è solitamente – anche se non esplicitamente – considerato un peccato, una mancanza. Ma bisogna anche dire che l’ambito storiografico italiano ha un peso davvero minimo nel panorama storico internazionale, data la sua condizione provinciale e culturalmente debole (anche tenendo conto delle eccezioni, pure esistenti, che però confermano la regola). Che la storiogafia sarda abbia come proprio orizzonte di riferimento precisamente quest’ambito la dice lunga su come siamo messi.

La paura e/o l’accondiscendenza con cui in ambito italiano si è sempre considerata la narrativa di finzione storica sono un sintomo chiaro di debolezza, in effetti. In realtà il romanzo storico potrebbe essere un forte incentivo alla conoscenza storica tout court e rinsaldare nel vasto pubblico la curiosità e anche le capacità critiche, rispetto alle vicende del passato e alle radici del nostro presente. Cosa di cui ci sarebbe un grande bisogno. In Sardegna questo è tanto più vero, quanto più siamo stati deprivati di una conoscenza storica decente, a livello scolastico e mediatico.

Non può che risultare significativo, dunque, il consolidarsi della recente ma consistente vena romanzesca storica sarda. Negli ultimi anni sono uscite, per varie case editrici (quasi sempre sarde esse stesse), diverse opere che hanno come sfondo momenti più o meno noti della nostra lunga parabola storica. A volte riprendendo elementi stereotipati, ben sedimentati nel nostro senso comune, ma spesso innestandosi nei nodi più intricati del nostro passato, anche recente, nel tentativo di districarli o di darne conto da un’angolazione diversa.

Non è il giudizio qualitativo quello che interessa, in questa sede. E del resto è anche fisiologico che, nella quantità, esista una varietà di esiti estetici, specie nella letteratura cosiddetta di genere, in cui è inevitabile doversi barcamenare tra cliché stilistici consolidati, aspettative del lettore, velleità innovative degli autori. Ma già la quantità stessa è un segnale di per sé, in un momento di crisi editoriale conclamata. È il segnale che esiste già un pubblico, dunque certifica l’esistenza di una curiosità, spesso latente ma molto diffusa, dei Sardi (e potenzialente di un pubblico ancora più vasto) verso la storia della Sardegna. Niente di strano, perciò, che nei giorni scorsi si sia tenuto il primo festival letterario dedicato proprio alla narrativa storica. Il primo, sembra, non solo in riferimento alla Sardegna. Un esperimento coraggioso, cui va dato merito, anche per le scelte logistiche e la qualità del programma.

L’affermarsi del romanzo storico in Sardegna evoca la formazione, magari non lineare, bensì magmatica, o carsica, di una nuova coscienza collettiva, che finalmente comincia a mettere in dubbio, se non a rifiutare apertamente, lo stigma associato, nel nostro mito identitario, alla sardità stessa. In questo senso può essere un antidoto all’addomesticamento cui è stata piegata la nostra identificazione collettiva. È anche un’ulteriore conferma empirica della tesi per cui la letteratura sarda nel suo insieme sia una letteratura nazionale. Ed è una conferma anche della capacità di anticipare gli eventi della creatività e dell’arte, sempre un passo avanti rispetto alle percezioni e aspettative diffuse, e più di uno rispetto alla politica.