La madre delle rivoluzioni passive è sempre incinta

Il concetto di rivoluzione passiva è uno dei lasciti più fecondi di Gramsci. Non gode dello stesso successo dell’egemonia culturale o di altre categorie gramsciane, ma è decisamente utile per interpretare molto di quanto ci succede in questi anni.

Quando si manifesta una crisi  generalizzata, i nodi vengono al pettine, i rapporti di forza emergono in tutta la loro crudezza, le posizioni sociali e culturali si radicalizzano e, laddove bastava l’elasticità dei fenomeni umani ad ammortizzare le scosse contingenti, si evidenzia il limite della resistenza alla trazione da parte delle forze sociali. In queste fasi spesso le ragioni di malcontento animano improvvise accelerazioni storiche. Sono i momenti buoni per le rivoluzioni.

Quasi sempre queste circostanze sono subite dai gruppi umani che detengono il dominio economico e politico come momenti di estremo pericolo. Non sempre però tale pericolo si traduce in un rivolgimento sociale o politico a loro danno.

Capita che i mutamenti che minacciano di avverarsi a vantaggio di chi fino a quel momento era in posizione di subalternità o di dipendenza siano invece realizzati, su un altro piano e con altri mezzi, proprio da chi da quei mutamenti dovrebbe difendersi.

All’occorrenza va bene un semplice colpo di stato, magari di stampo militare. Ma a volte la soluzione è più sofisticata e può passare tranquillamente anche per i meccanismi degli ordinamenti democratici. In fondo Hitler prese il potere in seguito a una regolare elezione. Gramsci, dal canto suo, parlando di rivoluzione passiva, ragionava a partire dal successo del fascismo.

Non vi sono dubbi che stiamo attraversando una fase storica di crisi strutturale, accentuata dal fatto che vi siano coinvolti grandezze e fattori che fin qui nella storia umana non hanno avuto una portata di livello globale (squilibri ecologici, esaurimento delle risorse, sovrapopolamento, migrazioni di massa, ecc.).

Non c’è porzione del pianeta su cui non si riverberi, spesso in modo violento, questo processo in corso. Inevitabilmente anche la Sardegna è colpita da tale crisi e per giunta in una posizione di debolezza che ci espone a conseguenze potenzialmente drammatiche. I segni sono abbastanza visibili a tutti, ormai, e non ci sarà bisogno di attardarsi ad elencarli.

La preoccupazione in questo momento dovrebbe essere quella di cercare un risposta complessiva e altrettanto strutturale alla crisi strutturale in cui ci troviamo. Crisi strutturale che nel nostro caso – come detto altre volte – ha radici profonde e non è solo dovuta alla crisi mondiale degli ultimi anni (per la precisione, degli ultimi quarant’anni). Di questo sono consapevoli in molti, in Sardegna, benché il numero delle persone che ammettono apertamente la portata del problema sia decisamente minore.

In questa situazione, le possibili vie di uscita politica sono tre, non di più. Schematizzando, le possiamo riassumere così:

– un primo scenario è quello chiaramente dipendentista, in cui nei prossimi dieci anni sostanzialmente cambierebbe poco o nulla sull’isola dal punto di vista politico e da quello socio-economico, culturale e demografico; in poche parole, una reiterazione del modello in corso, con una politica sarda subalterna, votata all’ubbidienza verso i centri di potere e di interesse da cui è sorretta e legittimata, centri di potere e interesse che detteranno le priorità (le proprie priorità), che determineranno dunque l’agenda politica, contando sull’anestetizzazione dell’opinione pubblica e sull’astensionismo di massa per perpetuare questo stato di cose; l’esito finale sarà una Sardegna molto più povera in termini demografici e culturali e con una distribuzione del reddito ancora più iniqua; ogni risorsa sarà accaparrata da chi ha la forza per controllarla e gestirla, col nostro territorio ridotto alla condizione di mera base operativa o luogo di destinazione degli interventi concreti, siano essi di speculazione turistico-immobiliare (turismo di lusso, sport esclusivi, ecc.), di business industriale (sfruttamento energetico, nuove produzioni ad alto impatto ambientale, inceneritori, stoccaggio e smaltimento di rifiuti pericolosi, ecc.), di asservimento militare (qui siamo già un pezzo avanti), di sfruttamento agricolo (per l’estero); naturalmente in questo scenario sarà esclusa ogni forma di autodeterminazione e persino di reale autonomia regionale;

– un altro scenario possibile vede prevalere nella lotta di potere in corso una nuova aggregazione di soggetti, variamente orientati e di provenienza diversa, legati da una visione conservatrice, accentratrice e sostanzialmente antidemocratica, i quali si presenterebbero come innovatori, magari in nome di concetti come indipendenza, sovranità (o sovranismo), ecc.; tale aggregazione punterebbe (punterà) su una retorica radicale, ma su contenuti, scelte ed obiettivi sostanzialmente conservatori; i protagonisti di tale operazione (già all’opera e attualmente alleati tatticamente in massima parte col centrosinistra) puntano a sostituirsi all’attuale classe dominante sarda, o meglio alla sua espressione politica; una possibilità, questa, resa piuttosto plausibile dalla situazione di debolezza e inettitudine cui sono ridotti i partiti italiani in Sardegna, diventati degli interlocutori non troppo affidabili per chi ha interessi da giocarsi sull’isola; in questo scenario si potrebbe andare da una situazione di vertenza o anche di conflitto con lo stato centrale, per lo più di tipo formale (con la scelta sempre aperta e in fondo più vantaggiosa di una rinegoziazione su un piano di concessioni autonomiste, tipo: ti lascio mano libera sulla lingua sarda, ma non toccarmi le servitù militari), fino all’estremo di una rottura radicale, con tanto di proclamazione di indipendenza; anche in quest’ultima evenienza si tratterebbe però di una mera operazione di potere, declinata se possibile in termini ancora più autoritari rispetto a ciò che abbiamo conosciuto fin’ora, una soluzione comunque in nulla emancipativa; gli esiti concreti per la Sardegna non sarebbero in sostanza molto diversi rispetto allo scenario precedente;

– una terza possibilità sarebbe quella della costruzione di un’effettiva autodeterminazione, caratterizzata da una accentuata democratizzazione politica e sociale, da un recupero di responsabilità sul nostro territorio, le nostre risorse, le nostre relazioni con l’esterno, dalla rigenerazione del nostro tessuto socio-culturale e produttivo; tale soluzione è senz’altro la più difficile: niente congiura a suo vantaggio, dato che anche le condizioni apparentemente favorevoli possono essere più facilmente sfruttate da altre opzioni; ed è una soluzione propriamente rivoluzionaria, che non esclude affatto l’esito dell’indipendenza politica della Sardegna, ma senza trasformarlo in un feticcio ideologico utile a mascherare altri disegni; naturalmente questa via non può essere percorsa solo da un’avanguardia isolata, né può essere slegata da una base sociale abbastanza cospicua da sorreggerne gli sforzi (e le sfide elettorali); la condizione principale perché possa avere prospettive di riuscita è che si diffonda una nuova coscienza collettiva, in tempi relativamente rapidi, prima di tutto presso le categorie e le classi sociali che fin qui si sono in gran parte affidate ai partiti maggiori o si sono rifugiate (sempre di più) nell’astensione e nella sfiducia: non sarà chi ha da guadagnare dallo status quo ad alimentare questa prospettiva o a farsene persuadere; è l’opzione in cui il popolo sardo, se c’è, deve battere un colpo sulla scena della Storia.

In questo momento non si intravvedono altri scenari possibili. In particolare, la seconda opzione ha i connotati precisi della rivoluzione passiva. In parte li ha anche la prima, benché in Sardegna il “renzismo” impersonato dalla giunta Pigliaru, come forza dalle sembianze e dalla retorica rivoluzionaria, sia inevitabilmente meno efficace che in Italia. In Sardegna, inoltre, manca un elemento di tenuta del sistema come è il Movimento 5 stelle a Roma, il che da adito a varie forme di poujadismo e di populismo a piede libero, di solito senza referenti nel Palazzo (circostanza di cui tenere conto e che offre un elemento di incertezza in più).

Non è una situazione facile. Di sicuro non è una situazione adatta alle anime belle attratte da altisonanti costrutti teorici, né ospitale per gli ingenui e solo provvisoriamente favorevole al terzismo accomodante.

Toccherà scegliere da che parte stare. La posta in gioco è la sorte della Sardegna e dei Sardi nei prossimi decenni. Le operazioni di riposizionamento o di irrobustimento delle posizioni acquisite sono in pieno svolgimento. Gli investimenti di risorse sono cospicui e chi intende avere un ritorno dai medesimi non guarderà in faccia nessuno.

Non ci sono briciole da spartire: chi si prende la torta se la prende tutta e al massimo ne offre una fetta a chi ha qualcosa da offrire in cambio. I Sardi in questa situazione sono solo un intralcio, o una pedina da utilizzare alla bisogna e nel caso da sacrificare. Già nei prossimi anni e persino mesi potremo osservare il dispiegarsi delle diverse opzioni in risposta alle sollecitazioni esterne e interne. Vedremo se quel che succederà sarà coerente con questa ipotesi o se invece essa sarà falsificata dalla verifica dei fatti.