Politica culturale e questione universitaria, cenerentole del dipendentismo

Un ambito in cui emergono con evidenza i limiti politici della giunta Pigliaru e della maggioranza che la sostiene è quello culturale, in senso ampio. Su questo vasto settore la compagine che esprime l’attuale presidente della Regione non ha mai mostrato di avere alcuna idea chiara, nemmeno in campagna elettorale. Proprio come l’aggregazione che sosteneva Cappellacci, e forse addirittura peggio, per certi versi (ed è tutto dire). Francesco Pigliaru stesso appare appartenere a quella scuola di pensiero per cui con la cultura non si mangia e che pone gli investimenti pubblici in tale settore all’ultimo posto delle decisioni di spesa e al primo nelle scelte dei tagli finanziari. Il mancato finanziamento della partecipazione sarda al Salone del libro di Torino, ad esempio, al di là del merito specifico della decisione, è stato un segnale inequivocabile, anche per via dell’esiguità della somma che in quel caso sarebbe servita: circa 50mila euro (un nonnulla rispetto a prebende, vitalizi, consulenze esterne che gravano indisturbate sulle casse regionali).

Il vuoto culturale proprio della classe politica che governa la Regione è enorme. L’approccio ragionieristico e la subalternità intellettuale della giunta regionale non consentono di aspettarsi non dico soluzioni efficaci, almeno in termini contingenti, ma nemmeno una necessaria visione d’insieme di tipo strategico. Naturalmente non è un problema individuale, relativo alle singole persone del presidente Pigliaru, dell’assessore Paci o dell’assessore Firino. Il dipendentismo eretto a sistema di valori e a vademecum pragmatico fa sì che nell’ambito politico sardo quasi mai si sappia anche solo di che cosa si tratta, quando si affrontano questi temi, e per lo più non ci si dia alcun pensiero in proposito. Sarebbe bello sentire qualcosa di sensato e di propositivo, da parte del presidente Pigliaru, degli assessori regionali competenti e di qualche altro esponente della giunta e della maggioranza, riguardo al patrimonio storico-archeologico, alla questione linguistica, al settore dello spettacolo e del teatro, al cinema, alla letteratura e all’editoria, a biblioteche pubbliche e musei, alle arti visive, alla scuola (al di là delle questioni edilizie). E riguardo l’università. Per adesso impera il silenzio o emerge la volontà di ridimensionare gli investimenti.

Vorrei spendere qualche parola proprio sulla questione universitaria, che non si può ridurre alla scelta di concedere ulteriori finanziamenti all’apparato dirigente degli atenei, o caldeggiare avventurose sponsorizzazioni private. Lo faccio partendo da una realtà specifica, quella di Nuoro. La sorte del polo universitario nuorese, in questi giorni, è lì a testimoniare quanto poco importi all’attuale giunta, pure espressione diretta dell’establishment accademico, generare un’inversione di tendenza in questo ambito strategico, terremotato da anni di baronaggio, clientelismo, collegamenti impropri con la politica, basso cabotaggio intellettuale, provincialismo, allontanamento dagli standard internazionali. Eppure è evidente che due università in Sardegna non sono certo troppe (come invece vuole una posizione in voga presso la compagine di governo regionale) e che l’offerta didattica e di ricerca sull’isola è scadente dal punto di vista qualitativo e povera da quello quantitativo (e non certo per colpa dei ricercatori).

Molte migliaia di giovani sardi lasciano l’isola ogni anno per studiare o per specializzarsi, ma a questo flusso in uscita non corrisponde un analogo flusso in entrata. Il problema non è che i giovani sardi vadano fuori dall’isola (fenomeno di suo non patologico), ma che lo facciano per l’insufficienza dell’offerta in loco e per la sua scarsa attrattività. In questo quadro la necessità di un terzo polo universitario, possibilmente ubicato in un’area diversa da quelle servite dagli atenei esistenti, risulta evidente.

Chiaramente un terzo polo universitario dovrebbe rispondere non solo ad esigenze astratte, ma anche a criteri pratici stringenti. Una università ha bisogno di un ambiente urbano in cui incastonarsi e col quale interagire proficuamente; ha bisogno di un contesto culturale robusto, che non la percepisca come un corpo estraneo; ha bisogno di attrattive ulteriori, extra didattiche (che possono essere ambientali, culturali, simboliche, ecc.). Si può obiettare su molte cose, ma negare che un polo universitario a Nuoro presenterebbe queste caratteristiche significa negare l’evidenza. Il che non vieterebbe il decentramento mirato di alcuni corsi degli altri due atenei, ma senza una distribuzione capillare insensata, spesso motivata da concessioni clientelari, che indebolisce l’offerta formativa e culturale di corsi magari interessanti ma contestualizzati malamente e resi disagevoli da questioni pratiche (pensiamo ai deficitari trasporti pubblici sardi, sui quali per altro sta per calare un’ulteriore mannaia di tagli e ridimensionamenti).

Un’ulteriore caratteristica che dovrebbe avere il terzo polo universitario sardo è l’indipendenza. Non più dunque una università statale di provincia (status al quale colpevolmente si sono ridimensionate quelle di Sassari e Cagliari) ma un nuovo ateneo adeguato agli standard internazionali, il più possibile sganciato dalle decisioni ministeriali (inevitabilmente penalizzanti, per la Sardegna). Un ateneo relativamente piccolo, funzionale, con un’offerta mirata che non si sovrapponga all’esistente e che possa essere attrattiva anche per studenti non sardi (e non italiani, in prospettiva). Le idee e gli esempi virtuosi non latitano, su questo punto.

A corredo e contestualmente andrebbe anche recuperata e rimessa a regime l’esperienza dell’AILUN, la libera università nuorese che, con tutti i limiti che le si possono contestare, negli anni scorsi consentiva di offrire alta formazione di qualità a molti giovani, sardi e non sardi. In questo caso la mediocrità furfantesca della politica sarda ci ha messo direttamente lo zampino, nella scorsa legislatura, eliminando il vincolo di destinazione dei pur cospicui finanziamenti conferiti all’AILUN: non più dunque vincolati all’organizzazione di master internazionali, come in precedenza, ma finalizzati a produrre “crediti” formativi per alcune categorie professionali (ambito medico e ambito forense) i cui dirigenti hanno ruoli decisionali nel consiglio di amministrazione dell’ente e buoni collegamenti con la politica locale e regionale.

A Nuoro è pure presente l’Istituto Superiore Regionale Etnografico, oggi come oggi ridotto a baraccone pubblico appannaggio della classe politica per la sistemazione di trombati eccellenti, buono a produrre stipendi e poco altro. Eppure potrebbe essere, insieme agli altri musei cittadini e in collegamento con l’università, un ulteriore tassello di eccellenza, nella ricerca in ambito socio e demo-antropologico, musicale, linguistico e nella divulgazione culturale.

La presenza di un terzo polo universitario, per altro, sarebbe di stimolo anche agli altri due. In Sardegna c’è una carenza spaventosa di ricerche e di studi appropriati su troppi ambiti e su troppi problemi. Dalla storia, all’economia, dalla sociologia alla linguistica, dal turismo al settore agroalimentare, siamo paurosamente indietro, spesso privati di strumenti di comprensione minimi. Per lo più ci tocca affidarci alla rimasticatura di dati statistici raccolti da altri per scopi non conoscitivi, decontestualizzati e malamente interpretati. Siamo molto esposti a costruzioni narrative manipolatorie per mancanza di anticorpi scientifici e cognitivi e per mancanza di conoscenze verificabili su troppe questioni. Un polo universitario indipendente dalle scelte ministeriali e dai mediocri standard italiani sarebbe un toccasana anche per queste ragioni. Basterebbe una frazione minima del solo bilancio della sanità sarda (che assorbe 3 miliardi e mezzo all’anno) per avviare questo progetto, o una parte delle maggiori entrate che lo stato centrale dovrà concedere alla Sardegna (sempre che lo si incalzi anche su questo punto). Cento milioni di euro, grosso modo: l’ordine di grandezza delle cifre in ballo è questo. Non sono spese che possano spaventare chi governa un popolo, soprattutto se destinate a un fattore strategico come l’università.

Naturalmente tutto ciò non è affatto in cima alla lista delle priorità della classe politica nuorese e di quella regionale. A Nuoro si preferisce fare carte false per edificare una nuova caserma a Pratosardo, su terreni vincolati da usi civici, piuttosto che incalzare il governo centrale per ottenere la disponibilità definitiva dell’area dell’ex Artiglieria (sede possibile del futuro campus universitario). Un esempio chiaro di cosa significhi affidarsi a compagini politiche e singoli personaggi a chiara vocazione dipendentista.

Ciò che più preoccupa, tanto in questo settore specifico quanto in generale, è l’inerzia passiva con cui la politica sarda tratta le questioni culturali. In una terra deprivata e minorizzata come la nostra, la cui popolazione è stata addestrata a pensare a se stessa come a una collettività inferiore, inadeguata al mondo, per propria natura incapace di badare a sé e di partecipare con un proprio ruolo alla civiltà umana, è fin troppo facile far passare sotto silenzio l’incuria sull’intero settore culturale. Eppure esso, nel suo insieme e nei suoi vari elementi, è una delle più grandi risorse di cui disponiamo, se non la più grande. Valorizzare i nostri giacimenti culturali, le nostre professionalità, crearne di nuove e di più robuste, laddove sia necessario, aprirsi al mondo, connettere cultura immateriale e cultura materiale e entrambe al settore turistico, fare delle nostre risorse culturali uno strumento per generare qualità della vita prima di tutto per i sardi: tutto ciò dovrebbe essere una priorità strategica assoluta, per una classe dirigente degna di questo nome. Classe dirigente di cui, al momento, non disponiamo. Non nelle sedi in cui si prendono le decisioni che incidono sulle vite nostre e di chi ci seguirà.

È necessario che prima di tutto il mondo della cultura, dell’arte, dello spettacolo, della scuola, l’intellettualità accademica e extra accademica, si interroghino profondamente sul proprio ruolo sociale e su questi problemi. Troppa passività, anche lì, troppa acquiescenza interessata verso la politica. Non è finanziando con centinaia di migliaia di euro qualche evento una tantum, che la Sardegna saprà conquistarsi una sua dignità e il giusto posto che le spetta nella cultura dell’Europa, del Mediterraneo e del mondo. Ed è ingiusto, oltre che inutile, ritenere che a farsi carico di questi problemi sia una popolazione stanca e indebolita da altissimi tassi di dispersione scolastica e di analfabetismo funzionale e da un tasso indecorosamente basso di laureati. La responsabilità principale è di chi gli strumenti li ha, ma li ha sempre usati per il proprio tornaconto individuale o di gruppo, anziché socializzarli e finalizzarli a un reale processo di emancipazione collettiva.

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Note

Ai seguenti link qualche informazione sul bilancio delle Università di Cagliari e di Sassari.

Come termine di paragone, le notizie sul bilancio dell’Università di Trento, ormai passata sotto il controllo della Provincia Autonoma.

Qui invece un esempio di libera università, quella di Bolzano.

Qui, un po’ di statistiche europee.

Per quel che vale, questa è la più recente classifica degli atenei italiani, dal Sole24Ore.