La creazione del senso comune

Girovagando per wikipedia, mi imbatto in una voce relativa a un fatto storico, la Battaglia di Ponte Nuovo. Si trattò di un evento decisivo per le sorti della Corsica contemporanea. Le truppe della Repubblica corsa di Pasquale Paoli furono sconfitte, presso il Ponte Novu, da quelle francesi, chiudendo la parabola storica dell’indipendenza corsa. Tre mesi dopo un certo Napoleone Bonaparte nascerà ad Ajaccio, figlio di un uomo di Pasquale Paoli, per altro. E quel che successe dopo lo sappiamo.

Quel che rileva nel testo di questa voce è la cornice prescelta e le connotazioni richiamate. Riporto testualmente:

La battaglia di Ponte Nuovo (in corso battaglia di Ponte Novu, in francese bataille de Ponte Novu), si è svolta dall’8 al 9 maggio 1769, e rimane l’ultimo scontro tra gli indipendentisti della Repubblica di Corsica di Pasquale Paoli, aiutato dal padre di Napoleone Bonaparte, Carlo e le armate del re di Francia Luigi XV. Guidati dai granatieri francesi per la strada di Corte, capitale della nazione corsa, questa battaglia sancisce la fine della seconda e ultima fase della guerra in Corsica tra truppe francesi e indipendentisti.

Nulla da eccepire, i fatti sono questi. Ciò che fa scattare il campanello d’allarme è la scelta lessicale. Definire “indipendentisti” i patrioti corsi non è un elemento neutro, specie in un contesto linguistico-culturale italiano. Contrapporre gli “indipendentisti” alle truppe del re di Francia sancisce una qualità presuntamente implicita dei due contendenti, attribuendo agli uni l’etichetta di “ribelli all’ordine costituito” e agli altri quella di “strumento militare di un potere legittimo”. Il che forza i termini della questione, dato che i Corsi erano a casa loro e difendevano il loro diritto all’autodeterminazione e il loro ordinamento statuale, mentre i Francesi erano lì nelle vesti di invasori e occupanti, quale che fosse il titolo giuridico a cui si appellavano (la cessione avvenuta l’anno prima da parte della Repubblica di Genova, che fin lì aveva reclamato la propria formale sovranità sull’isola).

Questo esempio è importante al di là del merito della questione (la quale però per molti Corsi è tutt’altro che chiusa, come si sa). Ci mostra come sia possibile generare una nozione apparentemente neutra ma in realtà orientata di un fatto storico e di ciò che vi è annesso. L’applicazione di una cornice concettuale, di un frame, risulta decisiva, così come l’uso di certi termini piuttosto che di altri. Se tali soluzioni metodologiche e narrative sono estese a tutto un arco temporale o addirittura all’intera storia di una terra e/o di un popolo, finiscono per conformare anche le nozioni minime e superficiali che poi entrano nel senso comune di chi le recepisce, contribuendo alla formazione di un mito collettivo.

Si tratta di un uso politico della storiografia, a cui in Sardegna siamo drammaticamente abituati. Il confronto tra il senso comune che solitamente i sardi esprimono a proposito della propria storia e le risultanze documentali, le conoscenze storiche verificabili, dà vita a un contrasto irresolubile. Interi secoli di storia, con tutta la loro complessità, i loro legami col contesto, la lunga durata dei processi profondi, vengono liquidati con formule semplificatorie dal chiaro orientamento politico. In Sardegna questo ha consentito a lungo di alimentare il nostro mito identitario, facendolo assimilare in modo generalizzato e capillare ben dentro gli strati profondi dei nostri processi di identificazione, fino a farlo riprodurre spontaneamente da qualsiasi sardo. Interrogati su noi stessi, per lo più facciamo riferimento a tale mito, sciorinando i soliti luoghi comuni triti e ritriti come fossero verità assodate: isolamento, continue dominazioni, povertà e arretratezza, divisioni e gelosie, costante resistenziale, e via farneticando. Troppo spesso questi stessi elementi narrativi si ritrovano in pubblicazioni di carattere scientifico e vanno a finire dentro studi altrui, a livello internazionale. Vengono i brividi a spulciare le bibliografie dei testi stranieri che si sono occupati a vario titolo della Sardegna. Esimi studiosi di varia nazionalità sono stati esposti, negli ultimi duecento anni, a vere trappole dai nostri storici.

Le pubblicazioni relative alla storia della Sardegna sono molte, tanto da dare l’idea che non ci sia più nulla da indagare o da raccontare, quando invece, ad un esame appena attento delle cose, emergono ampie lacune di metodo e di merito. Intere questioni mai affrontate, temi e periodi mal indagati, ricostruzioni storiche parziali. Il tutto fornito di solito sotto forma di mera storiografia evenemenziale, ossia l’elencazione cronologica degli accadimenti politici macroscopici, visti quasi sempre con lo sguardo del potere legittimo, ossia spesso del conquistatore (vero o presunto) di turno.

Non esiste una storia della Sardegna che tenga conto dei vari livelli delle vicende umane e del loro complesso intrecciarsi. Poco si è indagato sui processi profondi, sulla lunga durata, il che è persino paradossale per una terra che si pretende uguale a se stessa nei secoli dei secoli (altra sciocchezza assurda, anche questa). Sembra che tutto quello che è successo in Sardegna nei millenni sia successo alla classe dominante di turno, ai regnanti o alle forze politco-militari che se ne sono contese il controllo. Dei Sardi – quelli in carne, ossa e relazioni – così come dei diversi fattori in gioco (umani e non), se ne sa pochissimo.

Lacuna tanto più evidente per gli ultimi secoli. Sull’età spagnola qualche studio meno conformista si è fatto, ma stenta a fare breccia nella cappa degli stereotipi interiorizzati. Sul periodo sabaudo mancano studi approfonditi su tutto ciò che non siano decisioni governative e le loro conseguenze (con poche eccezioni, una delle quali è rappresentata da Federico Francioni, significativamente all’esterno dei ruoli accademici). Circa l’epoca contemporanea non c’è alcuno studio sistematico sulla Sardegna industriale, ad esempio, sugli sviluppi sociali e demografici, sulla cultura popolare (anche in relazione ai processi di acculturazione). A volte capita che la mancanza di studi su certi aspetti della nostra parabola storica fondi elementi discorsivi di tipo assertivo: questa cosa in Sardegna non è mai successa; quando invece con tutta evidenza semplicemente non la si è mai studiata. Quando ci sono studi o ipotesi di ricerca, il tutto rimane isolato, senza una sistematizzazione che renda intellegibili intere epoche a un pubblico più vasto di quello degli specialisti. La curiosità è frustrata, il conformismo è premiato.

In definitiva, nell’idea diffusa dei sardi sulla propria collocazione nel tempo prevalgono cornici concettuali politicamente orientate, vistose carenze metodologiche e ingiustificabili lacune tematiche e contenutistiche. Il che è senz’altro funzionale al mantenimento della nostra condizione socio-economica, culturale e politica attuale, ma non di sicuro a un nostro possibile percorso di emancipazione collettiva. Dato che la pura neutralità, l’assoluto distacco tra osservatore e oggetto dell’osservazione, non esiste nemmeno nelle scienze naturali, non è lecito aspettarsela nemmeno in campo storico. Tuttavia, laddove esista una possibilità di scelta e la si eserciti, siamo chiamati a dichiarare la nostra scelta e a renderne conto. Spacciare ricostruzioni tendenziose o pesantemente lacunose per verità assodate è un’operazione disonesta, dagli esiti fortemente manipolatori del senso comune. Che poi è quello che guida la percezione di sé e le stesse scelte politiche.

C’è bisogno di molto più studio e di molta più socializzazione delle conoscenze, senza istituire stupide contrapposizioni tra competenze scientifico-tecnologiche e studi umanistici, come solo in Italia (e per coerenza dipendentista anche in Sardegna) avviene regolarmente. Bisogna sapere di più e meglio, evitando fantasione fughe in avanti alla ricerca di consolazioni mitiche di segno opposto – ma ugualmente dannose – rispetto alla mitologia tossica e debilitante a cui siamo stati troppo a lungo esposti.