Chi ha paura della sarda rivoluzione?

C’è una costante – una tra le altre – nella nostra storia recente, che accomuna alcuni dei nodi cruciali della nostra vicenda collettiva: la smemoratezza.

Che i riferimenti teorici siano stati spesso esogeni (ossia, prelevati da elaborazioni e processi altrui) è comprensibile. Si tratta di una dinamica consueta della nostra specie, in tutti i tempi.

Del resto, gli apporti culturali esterni in Sardegna sono sempre stati riformulati in termini locali, spesso con una certa dose di inventiva. Invece sono state quasi sempre le nozioni storiche, tratte dalla nostra parabola cronologica, a latitare e con esse gli elementi discorsivi e le cornici concettuali che se ne potevano trarre.

Mi ha sempre colpito, ad esempio, l’ignoranza dei nostri rivoluzionari, persino dei leader e degli intellettuali organici del movimento patriottico, circa la civiltà giudicale, pure potenzialmente ricca di spunti politici.

Non ce n’è traccia, nei documenti dell’epoca, come si evince facilmente anche da Su patriota sardu a sos feudatarios. Non era una loro colpa. Le cronache storiche sulla Sardegna nel Settecento erano povere sia quanto a metodo sia quanto a contenuti, fortemente condizionate dalla riscrittura in salsa spagnola del nostro medioevo e della nostra età moderna e dal fatto di essere redatte quasi sempre da stranieri.

Gli unici riferimenti favorevoli – come denota lo stesso Giovanni Maria Angioy nel suo Memoriale – erano le fonti antiche, cui si rimandava per esaltare le potenzialità della Sardegna a fronte delle sue evidenti difficoltà.

Del resto per recuperare agli studi storici il periodo giudicale in termini almeno accettabili (ma ancora largamente insufficienti) abbiamo dovuto attendere il Novecento inoltrato e gli ultimi trent’anni in particolare.

Se per i nostri rivoluzionari era pressoché impossibile disporre di nozioni ben fondate del medioevo sardo e della lunga guerra contro i catalano-aragonesi, non si può dire però lo stesso a proposito dell’autonomismo e dell’indipendentismo sardo tra Otto e Novecento in relazione proprio alla stagione rivoluzionaria.

Eppure, quasi a contrappasso, anche la Sarda Rivoluzione è stata ignorata da coloro che hanno propugnato l’emancipazione politica e sociale dei sardi nei decenni successivi alla sua conclusione.

Sembra di poter affermare che il ricordo della rivoluzione sia rimasto molto più nella memoria popolare che nelle elaborazioni teoriche e pragmatiche di chi abbia fatto politica in Sardegna negli ultimi due secoli.

Né gli autonomisti post Fusione Perfetta, né Antonio Gramsci, né il sardismo hanno mai avuto Giovanni Maria Angioy e gli altri patrioti sardi come punti di riferimento.

Al più, ma successivamente, specie nel secondo dopoguerra, li si è inseriti forzosamente in una cornice autonomista, tradendone così malamente lo spirito e gli obiettivi.

Giusto l’indipendentismo contemporaneo – spesso ingenuamente e comunque molto alla larga da qualsiasi recupero storiografico sistematico – ha provato a riappropriarsi del nostro passato facendone una fonte di elementi evocativi. Tale recupero tuttavia è stato sempre tacciato di strumentalizzazione ed emarginato da chi contribuisce a formare l’immaginario collettivo e le strutture egemoniche del consenso.

Sembra una maledizione, insomma: non riusciamo a trarre dalla nostra storia che elementi di depressione (le continue dominazioni, l’inevitabile subalternità, l’insufficienza a noi stessi) e non quelli di pacificazione con noi stessi.

Il nostro stesso orgoglio, così volentieri sbandierato, si basa quasi esclusivamente sul nostro sacrificio per qualcun altro, che su ciò che nelle varie epoche abbiamo fatto per la nostra terra.

In questo fenomeno, sia ben chiaro, il caso ha poco spazio. Tanto in epoca spagnola e poi piemontese, quanto oggi in epoca “regionale” italiana, la narrazione che i sardi conoscono sul proprio conto è inevitabilmente filtrata dalle necessità di mantenimento dello status quo da parte dell’apparato di dominio vigente.

Per quanto sia disdicevole e sempre vagamente minaccioso l’utilizzo della storia a scopi politici, ci troviamo così nell’antipatico paradosso di  poter documentare sì un utilizzo “orientato” della nostra storia, ma a nostro danno.

Chi accusa la promozione della riappropriazione storica di essere un’arma di propaganda politica lo fa dunque in mala fede, dato che è evidente che un utilizzo della nostra storia a scopi politici si è sempre fatto, solo lo si è fatto per indebolire le istanze di emancipazione sociale e politica dei sardi.

Non c’è da meravigliarsi insomma se della ricorrenza di “Sa Die de sa Sardigna” (o “de sa Sardinia“, come recita, in uno strano e sintomatico lapsus esterofilo, la legge regionale istitutiva) se ne parlerà poco, prevalentemente in termini folkloristici e/o sminuenti o se ne contesterà del tutto il senso.

Il dipendentismo eretto a sistema di dominio non può tollerare che una celebrazione storica susciti riflessioni sull’attualità, dato che avrebbe tutto da perdere.

A dispetto di ciò e anzi a maggior ragione, sarà bene rammentare i fatti del 28 aprile 1794, contestualizzarli adeguatamente, inserendoli come si deve in un periodo tra i più significativi di tutta la nostra storia, che ha segnato le vicende successive nel bene e nel male (soprattutto nel male) fino ai giorni nostri.

È doveroso pretendere che la nostra storia sia conosciuta e divulgata correttamente, che i suoi nodi siano fatti emergere e dibattuti pubblicamente, senza remore, e non rimossi o interpretati ad uso e consumo della classe dominante.

La nostra condizione odierna è un esito di ciò che ci ha preceduto: non saperne niente o saperne solo versioni limitate e distorte ci priva della capacità di comprensione del nostro stesso presente.

Che l’apparato di dominio sardo (comprese le sue componenti politiche, accademiche e istituzionali) tema e tenda a disconoscere la Rivoluzione sarda è il segno più chiaro di quanto invece essa sia attuale e parli a noi di noi stessi.

Hanno ragione a temerla e noi faremmo bene a celebrarla e a renderne esplicito il significato e la portata, ben al di là dell’episodio (simbolico ma non esaustivo) di sa di’ de s’acciappa, della “cacciata dei piemontesi”.

Non è solo il dovere della memoria per chi si è sacrificato in nome di un bene più grande, per la libertà, il progresso e la prosperità del proprio popolo, ma anche un sano esercizio di consapevolezza sui problemi del presente, sulle loro radici e sui possibili modi per risolverli.