Dipendentismo vs. autodeterminazione: risposta a un tentativo di normalizzazione

Con un articolo uscito sul sito Sardegnasoprattutto il professor Pietro Ciarlo entra nel dibattito politico in corso cimentandosi in una difesa appassionata e generosa dello stato italiano unitario contro la propettiva politica dell’autodeterminazione e dell’indipendenza della Sardegna. Difesa appassionata e generosa, ma – è necessario dirlo – del tutto inaccettabile quanto a impostazione e argomentazioni nonché decisamente sospetta quanto a tempismo. Sarà dunque bene offrire una risposta puntuale a una serie di asserzioni che risultano tanto più gravi in quanto provenienti da un docente universitario di diritto.

Ciarlo riassume i meriti della Repubblica italiana, non avendo il cuore di estendere la propria arringa difensiva all’intera storia dello stato italiano unitario, il che però risulta una omissione molto ipocrita, se si vuole impostare il discorso anche in termini storici. Enumera i passaggi istituzionali che hanno caratterizzato l’apertura democratica dello stato nel secondo dopoguerra, limitandosi però al livello giuridico e costituzionale, che – come dovrebbe essere ovvio – non esaurisce il campo dei processi e degli eventi storici, anzi, ne è fondamentalmente una sovrastruttura a cui è sempre necessario connettere un referente concreto, una base reale. Questo è un primo, serio limite di metodo e di impostazione dell’articolo.

Entrando nel merito, è difficile scegliere da che parte cominciare. È notevole la disinvoltura con cui vengono liquidati fatti e personaggi, circostanze storiche o condizioni geografiche. Si attribuisce al “regionalismo” e alla concessione delle autonomie speciali una portata e un significato che esse non hanno mai avuto di fatto. Si falsifica la storia fino a definire Eva Klotz una “sonnacchiosa consigliere regionale” (il che è indice di una totale ignoranza sia della storia di Eva Klotz sia di quella più generale del Sud Tirolo), si esalta la virtù implicita della Costituzione e della Repubblica fino all’affermazione sorprendente che “il centralismo autoritario appartiene a precedenti stagioni della storia nazionale, non alla Repubblica”, e questo lo stesso giorno in cui il parlamento italiano nega alla Sardegna il sacrosanto diritto di essere rappresentata in Europa, e alla vigilia del voto di una riforma pesantemente centralista e autoritaria dell’assetto costituzionale dello stato.

Il nucleo di tutto il discorso è la negazione di qualsiasi senso e portata alle istanze di autodeterminazione dei sardi, presentate come se fossero il frutto velenoso di una situazione contingente o di fraintendimenti storici e non una costante della nostra storia, variamente espressa nei diversi periodi. Tutta la lunga premessa e le varie argomentazioni annesse servono solo a puntualizzare che per la Sardegna è preclusa ogni speranza di emancipazione storica. La nostra condizione di dipendenza e di subalternità non solo non costituiscono un problema ma anzi sono la nostra salvezza. La Sardegna senza l’Italia non potrebbe mai farcela a sopravvivere ed è pericoloso “per i giovani” aspirare all’autodeterminazione. L’autodeterminazione è sbrigativamente messa in cattiva luce, accomunando le aspirazioni di indipendenza dei sardi o dei catalani o degli scozzesi alle posizioni reazionarie e razziste della Lega Nord o del FPO di Jorg Haider o del Front National di Marine Le Pen, in un calderone mistificatorio senza capo né coda.

Le pezze d’appoggio di tale tesi, questa sì conservatrice e reazionaria, sono molto deboli.

La rilettura in positivo della stagione autonomista sarda. Si reitera per l’ennesima volta la tendenziosa ricostruzione secondo la quale tutto sommato la Sardegna ci abbia guadagnato dall’autonomia e dai Piani di Rinascita (benché si ammetta qualche esito non del tutto positivo). Il che è abbastanza assurdo se confrontato con le conseguenze attuali dei Piani di Rinascita medesimi, ma lo è anche in una prospettiva storicizzante, dato che fin dagli anni Sessanta non sono mai mancate le critiche ponderate all’impostazione di tali scelte. Sostenere, a rinforzo, che dovremmo essere fieri di aver ottenuto tanti soldi dallo stato (omettendo però che molti di quei soldi erano comunque sardi) per via della circostanza che molti esponenti politici italiani si contendessero i finanziamenti previsti, fa dubitare della considerazione che il Professor Ciarlo ha dei suoi lettori. Come se non fosse risaputa la fame di soldi pubblici che in Italia ha da sempre alimentato la corruzione e il malcostume politico!

Se la Sardegna fosse indipendente perderebbe all’istante il 40% del suo PIL. Il dato è falso ed è oltremodo disonesto utilizzarlo in questo modo capzioso. Tiene conto del fatto che una parte del PIL sardo è composto da voci di spesa pubblica legate all’amministrazione periferica dello stato, ma non tiene conto di due fattori invece rilevanti: il primo è che a quelle spese contribuiscono (e in modo rilevante) anche i sardi; il secondo è che si tratta di funzioni e attività di carattere pubblico che comunque esisterebbero anche in una Sardegna indipendente, solo che verrebbero pagate dallo stato sardo e non da quello italiano. Senza considerare che l’eventuale indipendenza della Sardegna sarà un processo articolato, che richiederà vari passaggi giuridici, oltre che un’adeguata preparazione economica, sociale e culturale, non certo un unico evento improvviso e subitaneo.

La Sardegna non è marginale nello stato italiano perché ha una superficie rilevante e tutto sommato quanto a PIL è classificabile come la prima delle “regioni meridionali”. Qui si omette colpevolmente il dato più significativo, ossia che la Sardegna non solo ha una popolazione pari a meno del 3% di quella complessiva dello stato italiano (il che ne farebbe già di suo una porzione marginale del medesimo, quanto a peso demografico e dunque politico), ma questo dato è da sommare a quello geografico, alla nostra decisiva alterità nello spazio, che ci pone fuori dal continuum geografico (oltre che storico) italiano, compresa l’Italia meridionale, escludendo inevitabilmente la Sardegna da qualsiasi scelta strategica (comprendendo in questa voce tanto le infrastrutture civili e i trasporti quanto la valorizzazione del nostro patrimonio storico-culturale e il comparto turistico). Paradossalmente, a questo proposito, si rimprovera ai sardi di rifiutare le infrastrutture, quando ci vengono proposte. L’esempio è quello del GALSI. Si dice che la Sardegna paghi la propria esclusione della rete di distribuzione del metano. Il che è vero. Ma quell’esclusione è stata fatta molti anni fa ed è stata fatta dall’Italia. Il GALSI con questo non ha (aveva) nulla a che fare, trattandosi di un gasdotto che doveva rifornire l’Italia e che aveva in Sardegna solo una indispensabile servitù di passaggio. Insomma, il danno e la beffa. Circa il PIL, poi, se si toglie dal suo computo la spesa pubblica e l’esportazione di prodotti petroliferi della SARAS, rimane ben poco da attribuire a un sistema economico propriamente detto. Niente di cui poterci vantare.

Il mondo ci ignora ed è cattivo, solo l’Italia ci prende in considerazione e si preoccupa per noi, non dobbiamo nutrire sentimenti di insofferenza o di astio nei suoi confronti. Argomentazione oltre il limite del ridicolo, questa. Come se perseguire l’autodeterminazione della Sardegna non significasse anche e forse prima di tutto aprirsi al mondo, anziché rimanere rinchiusi nell’asfittica gabbia della dipendenza. Il mondo non è cattivo, non c’è sardo che lo pensi. Basterebbe a dimostrarlo la nostra diaspora, così abile a trasformare un problema di fondo in una possibilità di crescita sociale e culturale. La nostra marginalità è dovuta precisamente alla nostra condizione di regione periferica dello stato italiano, a dispetto della nostra centralità geografica. Significativamente, inoltre, ai presunti meriti dell’Italia verso la Sardegna non si affiancano alcuni evidenti danni, come la nostra minorizzazione culturale e linguistica (la questione linguistica a quanto pare non esiste), o la nostra soggezione a servitù militari pesantissime e distruttive. Né si tiene conto della privazione sistematica della nostra soggettività storica e politica, sia quanto a negazione della nostra storia stessa, sia quanto a esclusione da qualsiasi consesso internazionale (vedi appunto la questione del collegio per le elezioni europee).

Le affermazioni circa la sardità sono poi a dir poco avventate e sconfinano questa volta nell’offensivo. Sostenere che l’autonomia concessa dallo stato italiano e le sue risultanze storiche ci abbiano consentito di essere “più sardi” è un’affermazione senza alcun senso, da ogni possibile punto di vista. Così come è del tutto scorretto affermare cose come queste: “Anche in Sardegna le emozioni, spesso artatamente suscitate, generano improbabili seduzioni, tutte condizionate da un solipsismo isolazionistico fondato sul mito reazionario della perduta età dell’ oro”. O ancora: “Straparlando di indipendentismo, di nazionalismo, di sovranità, di irrimettibili conflittualità con il mondo e la Repubblica, si semina la tempesta della diffidenza e dell’isolamento, se non dell’odio etnico.” E, per rincarare la dose: “Continuare cinicamente ad insistere sulle emozioni, alimentando false rappresentazioni di sé, crea danni soprattutto ai giovani. Non possiamo spiegare ai giovani che il mondo è un nemico da rifiutare e che il futuro è nella frammentazione e nell’isolamento. Non è così. Non possiamo diffondere una pedagogia politica irrealistica intrisa di una mitologia reazionaria”.

Non so da dove il professor Ciarlo abbia tratto queste cose, ma è urgente segnalargli che è mal informato. Davvero imperdonabile per un accademico, che dovrebbe tenere nella massima considerazione il rigore metodologico che la sua professione richiede. Così come dovrebbero stargli a cuore l’onestà intellettuale e la responsabilità pubblica che il suo ruolo pretende. È inaccettabile un discorso così falsificante e così privo di qualsiasi ancoraggio con la realtà. Il pressapochismo, in questo caso, diventa prepotenza, denuncia l’ansia di ribadire una situazione di dominio a cui il soggetto dominato sta sfuggendo. Un atteggiamento che mette i brividi, specie se accostato a ciò che sta succedendo nella politica italiana e in quella sarda in questi stessi giorni. E forse da mettere in relazione ad altre operazioni propagandistiche conservatrici come quella messa in campo dal gruppo editoriale L’Espresso e dalla Nuova Sardegna, con la pubblicazione della collana “Le guerre dei sardi”.

Si può avere qualsiasi posizione sulla questione dell’indipendenza della Sardegna. Se ne può contestare la necessità e se ne possono sostenere limiti e pericoli, naturalmente argomentando tali tesi in termini storici e politici. Ma non si può legittimamente contestare il diritto dei sardi alla propria autodeterminazione né assumere assiomaticamente la nostra condizione di dipendenza come non solo inevitabile ma anche utile e virtuosa. È evidente a chiunque abbia un minimo di lucidità che siamo in una situazione di crisi socio-economica ma prima di tutto culturale e demografica di tipo strutturale, non contingente, e dunque estremamente pericolosa. Le tendenze attuali – come il professor Ciarlo è tenuto a sapere – ci stanno conducendo a un futuro prossimo di ulteriore impoverimento, spopolamento e depressione socio-culturale. Reagire a questa tendenza è non solo doveroso ma anche impellente. Renderci consapevoli dei guasti profondi che la dipendenza e, a suo supporto, il nostro mito identitario tossico hanno compiuto è indispensabile. Il percorso da promuovere non ha nulla a che fare con le chiusure isolazioniste e/o xenofobe che ammorbano il contesto politico e culturale europeo e questo dovrebbe essere chiaro a qualsiasi onesto osservatore dello scenario politico sardo. Le chiusure, gli isolazionismi e le posizioni socialmente e culturalmente conservatrici in realtà sono quelle che dominano attualmente in Sardegna e sono evidentemente promosse dai partiti italiani, dai loro soci locali e dall’apparato di potere e di interessi che li sostiene. C’è da chiedersi dove stia l’università sarda, in tutto ciò, che posizione intenda assumere e che responsabilità voglia prendersi, dato che fin’ora ha avuto un ruolo a dir poco pilatesco, se non esplicitamente complice del sistema di dominio e dipendenza che ci sta distruggendo (e il sostegno smaccato a Francesco Pigliaru e al suo gruppo di lavoro ne è una dimostrazione a dir poco imbarazzante).

Chiunque intenda partecipare in modo propositivo alla necessaria inversione di tendenza deve porsi con serietà e rigore anche etico la questione della nostra autodeterminazione, del nostro posto nel contesto internazionale, del recupero e della valorizzazione del nostro enorme patrimonio culturale e storico (compreso quello linguistico), della creazione di un tessuto produttivo e commerciale inserito nella rete economica europea e mediterranea e basato sulle nostre peculiarità, sulle nostre risorse e sulla nostra creatività, in un’ottica di apertura e scambi paritari, non certo di autarchia e di isolamento. L’isolamento è quello a cui siamo condannati adesso, così come la mancanza di dignità, la devastazione culturale e la perdita costate di energie sane e di intelligenze. E il tutto si può serenamente connettere a un fattore determinante: la dipendenza. Bisogna disintossicarci, uscire dal tunnel, liberarci. E per farlo non serve una retorica rivendicazionista fuori tempo massimo. Allo stato italiano dobbiamo chiedere quanto ci spetta, non pregare, non sperare, non aprire tavoli: chiedere, pretendere. Ma non basta. Questo è il livello minimo accettabile a cui la politica sarda dovrebbe agire, senza illudersi di poter cambiare le cose facendosi eleggere a Roma (come abbiamo visto, non serve a nulla, se non a procurarci nuove umiliazioni). I diritti e le necessità strutturali della Sardegna devono essere perseguiti coscientemente a tutti i livelli, dentro un orizzonte al cui centro ci siamo noi ma i cui confini sono grandi quanto il mondo, senza dimenticare mai che “nessuno può essere considerato inferiore senza il suo consenso”.