L’ammonimento di Kant

Nella sua Critica della ragion pratica Immanuel Kant diceva: “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale”. In altre parole, quel che va bene per te deve andare bene anche per gli altri, altrimenti forse stai sbagliando qualcosa. Giusta o no che fosse questa prescrizione etica del filosofo tedesco, la sua massima mi è tornata in mente a proposito della vicenda della Nuova Sardegna. La società che controlla il gruppo editoriale L’Espresso nei giorni scorsi ha fatto sapere di voler incorporare l’Editoriale La Nuova Sardegna, che del gruppo fa parte, nella società madre, sottraendole autonomia economica e spostandone la sede legale da Sassari a Roma. Tale scelta ha suscitato la forte reazione della redazione e pubbliche prese di posizione da parte di vari esponenti della categoria, a diversi livelli. La solidarietà ai giornalisti della testata sassarese è stata unanime. Persino la politica sarda, così inerte e passiva di fronte alle più serie questioni che ci riguardano, ha detto la sua.

Quel che mi ha fatto pensare alla massima di Kant è la singolare pretesa della redazione della Nuova di rivendicare una forte indipendenza sia amministrativa sia… geografica, con toni particolarmente espliciti. Si assumono come valori non negoziabili la possibilità di gestire in prima persona le entrate della testata e la linea editoriale, così come si annette grande rilevanza alla circostanza che il giornale resti a tutti gli effetti sardo. Tale rivendicazione è singolare perché contrasta nettamente con le posizioni da tempo assunte dal giornale in merito alle questioni politiche sarde. La Nuova, nel corso degli anni, è diventata una sorta di house organ delle gerarchie accademiche (specie sassaresi) e dell’intellighentsia (sedicente) progressista sarda, legato mani e piedi alla casa madre (La Repubblica), con posizioni molto vicine al PD, o alle sue correnti. Da molti anni non ha più avuto un direttore sardo. In particolare, nei confronti della questione “autodeterminazione dei sardi”, con tutti i suoi annessi e connessi, La Nuova è stata fin qui a dir poco fredda, se non apertamente ostile. Se la cosa si fosse limitata alla linea politica seguita dalla testata, sarebbe stata semplicemente una scelta legittima. In realtà spesso questa scelta di campo ha superato i confini che delimitano la deontologia professionale e la correttezza dell’informazione, operando rimozioni e dimenticanze non casuali, proponendo preferibilmente una lettura dell’ambito politico indipendentista sardo a dir poco folkloristica, o denigratoria. Insomma, l’indipendenza è un valore e una conquista da difendere, ma solo per La Nuova. Per la Sardegna no, evidentemente. Inevitabile dunque considerare la vicenda, da questo punto di vista, come una sorta di contrappasso.

Naturalmente ciò va al di là delle capacità professionali dei singoli giornalisti, tra i quali ci sono esempi di alta competenza e di capacità di analisi straordinarie. Ma si sa che il giornale non lo fa la bravura dei singoli cronisti, bensì chi decide come confezionarlo, a cosa dare la priorità (o a cosa non darla) e come.

L’auspicio è dunque non solo che La Nuova rimanga in Sardegna, ma che recuperi anche un ruolo più consono alla sua storia e più al passo con i tempi difficili ma interessanti che stiamo vivendo, non solo e non tanto per le sorti della sua redazione, ma soprattutto per il bene del panorama informativo sardo, la cui salute e la cui pulizia sono un bene comune di enorme rilevanza culturale e politica.