Stereotipi identitari, autodeterminazione e ruolo degli intellettuali: un avvio di dibattito

Domenica scorsa è uscito sulla Nuova un pezzo di Luciano Marrocu, storico e scrittore, che, prendendo spunto da Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso, propone delle considerazioni su alcuni dei temi trattati nel libro. Di seguito, l’articolo di Marrocu e la mia risposta, uscita oggi sullo stesso giornale.

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Luciano Marrocu (La Nuova, domenica 23 giugno 2013)

Titolo: Radici e recenti fortune dell’indipendentismo sardo

Sommario: Pare ritornare la convinzione che l’indipendenza sia l’aspirazione naturale del “popolo sardo” Ma non è e non è mai stato così

Non si loderanno mai abbastanza le procedure di decostruzione, con cui antropologi e storici spiegano, smontandole, idee, strutture comunitarie, narrazioni socialmente condivise. Un po’ come si fa con i congegni meccanici che, quando non se ne capisce il funzionamento e non si sa la loro origine, per prima cosa si guarda come sono fatti dentro. Un modo di procedere, il decostruzionismo, per certi versi simile al vecchio (e ora demodé ) storicismo, con l’aggiunta però di una buona dose di strutturalismo. Due giovani studiosi, Fabrizio Frongia con “Le Torri di Atlantide” e Omar Onnis con “Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso” si sono di recente applicati a un utile esercizio di decostruzione a proposito delle idee ricevute sullla Sardegna. Fabrizio Frongia trattando il tema in maniera più articolata (e con il pregio aggiuntivo di tener conto del lavoro che alcuni studiosi hanno pur sempre fatto al riguardo in questi anni, primo fra tutti Giulio Angioni). Omar Onnis, in forma più briosa e ironica, con un libro che già nel titolo dichiara per intero le sue intenzioni. Nel saggio di Onnis, una serie di luoghi comuni vengono egregiamente demistificati: fanno la fine che meritano accabadore, matriarcati, invidie sarde e diverse altre mitologie che pullulano nei discorsi di sardi e non sardi. Così come viene riportata alle sue ragioni storiche la mitologia della Brigata Sassari, costruita nel corso della prima guerra mondiale dai comandi militari italiani che avevano individuato nei sardi un “ottimo materiale di guerra”, come fu detto e scritto a più riprese. Rimane però un dubbio sull’impianto del libro di Onnis. Si ha infatti l’impressione che la stessa chirurgica precisione critica che l’autore applica alle idee e alle mitologie non gradite (o che comunque ritiene superate) non la usi al riguardo di altre. Si prenda la voce indipendenza. Del tutto condivisibile la tesi iniziale che l’indipendentismo sia, in Sardegna, questione recente. Priva di fondamenti e riscontri documentari, invece, l’affermazione che nel corso del Novecento la prospettiva indipendentista sia stata appannaggio “di vaste aree di opinione a livello popolare”. Qualsiasi posizione si abbia sul merito politico della questione, andrebbe invece riconosciuto che una posizione indipendentista nasce e si alimenta per una larga parte del Novecento all’interno di cerchie ristrettissime e che solo da poco l’indipendentismo è stato individuato come una risorsa, spendibile anche in termini elettorali, da forze politiche dotate di un seguito più consistente. Sotto sotto pare ritornare la convinzione che l’indipendenza sia l’aspirazione per così dire naturale del popolo sardo. E che, se questa aspirazione ha tardato a farsi progetto, è stato per l’insipienza degli intellettuali sardi, loro stessi inventori di innocue fole e mitologie. Gli intellettuali, appunto, la loro statura e il loro ruolo, questo sembra essere il centro della questione. Grandissima parte degli intellettuali sardi (e in massimo grado gli storici) sono visti da Onnis come incapaci di elaborare idee e miti in sintonia con il sentimento popolare. Al di là di un giudizio che sembra forse ingeneroso, riesce difficile pensare a una prospettiva indipendentista che faccia a meno di un ceto intellettuale all’altezza di una prospettiva così impegnativa. Insomma, un brillante esercizio d’intelligenza, quello di Onnis, per poi però tornare alla vecchia mitologia romantica: il popolo buono e naturalmente patriottico, gli intellettuali infingardi inventori di fole, con il sospetto per alcuni di loro che siano anche traditori e venduti.

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Risposta (La Nuova, sabato 29 giugno 2013)

Gli intellettuali, nemici dell’indipendenza della Sardegna (titolo non mio, ma tant’è)

Luciano Marrocu su queste pagine qualche giorno fa ha espresso una lusinghiera opinione sul modo in cui ho trattato il tema dei falsi miti identitari nel mio libro Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso; tuttavia ha anche sollevato due obiezioni che meritano l’apertura di un confronto. La prima riguarda la diffusione presso i sardi contemporanei dell’aspirazione all’indipendenza, a suo avviso eccessivamente enfatizzata rispetto alla vera diffusione del fenomeno. Si possono avere molte opinioni personali su questo, ma le testimonianze e gli studi a disposizione ci raccontano con chiarezza l’avversione larga e traversale dei sardi per la condizione di dipendenza politica, economica e culturale in cui si trovava l’isola, nonché l’aspirazione alla conquista di una propria soggettività storica. Che questo non avvenisse solo presso ristrette cerchie ce lo racconta Gramsci stesso quando ricorda la sua prima giovinezza indipendentista, che gli faceva gridare a squarciagola slogan semplificativi come “A mare sos continentales!”. Rozze modalità di giovani ancora senza strumenti, ma chiaramente prova di un sentimento di aspirazione all’autodeterminazione molto diffuso sull’isola ai primi del Novecento. Tale aspirazione è poi riemersa a più riprese nel primo e nel secondo dopoguerra e poi tra gli anni Settanta e Ottanta, ma è sempre stata tradita. In ogni caso – come ammette lo stesso Marrocu – negli ultimi dieci anni il tema dell’autodeterminazione ha ripreso forza, a vari livelli. Per gli increduli ci sono gli studi più che autorevoli condotti insieme dalle Università di Cagliari e di Edimburgo nel 2012, nei quali il 40% dei sardi si dichiara indipendentista: è la conferma di un dato storico innegabile, a dispetto della sua persistente rimozione. Qui si collega la seconda obiezione, ovvero che non si possa imputare all’intellettualità isolana (intesa in senso lato) la mancata conoscenza di sé dei sardi e delle conseguenze materiali e politiche che tale ignoranza produce. Tuttavia tale responsabilità, anche se capisco che a Marrocu possa dispiacere ammetterlo, è di una evidenza solare. Intellettuali e accademici in Sardegna, con poche eccezioni, hanno rappresentato un fattore di consolidamento dello status quo da cui essi stessi dipendevano e che era fondato su interessi strutturali esterni. L’emblema di questa classe sociale è Giuseppe Manno, primo storico sardo moderno, funzionario e poi senatore filosabaudo, capostipite di decine di emuli che nel corso degli anni hanno in vario modo sancito l’inevitabilità della nostra condizione di semplice oggetto storico, tanto da portare una mente libera come Michelangelo Pira a teorizzare appunto la “rivolta dell’oggetto”. La rivolta dell’oggetto in Sardegna è in atto anche oggi su diversi fronti (artistico, musicale, economico, sociale, politico), ma viene ancora contrastata dallo stesso blocco sociale che trae vantaggio e ragione d’essere dalla nostra condizione di dipendenza. A tale apparato i nostri intellettuali sono stati quasi sempre perfettamente organici. È doveroso interrogarsi su questo fenomeno e farlo emergere in tutta la sua portata. Negarlo, in quanto parte in causa, equivale a confermarlo. L’attuale fase storica chiama tutti a una assunzione di responsabilità precisa. Ce lo impone la tendenza economica e demografica in corso (spopolamento, impoverimento, sfruttamento del territorio e delle persone), cui è necessario rispondere collettivamente. La nostra intellettualità, da duecento anni a oggi, ha scelto il sistema di potere prima sabaudo e poi italiano, direttamente o indirettamente a discapito della Sardegna. Vedremo cosa sceglierà adesso.