L’autodeterminazione dei sardi e la rimozione dell’ineludibile

Le polemiche sulla composizione delle liste per le elezioni italiane del 24 e 25 febbraio prossimi hanno evidenziato un nodo strutturale della nostra condizione storica: il mai risolto rapporto di dipendenza e di subalternità con il contesto degli interessi e delle forze politiche italiane. Tale rapporto sembra sempre più inaccettabile non perché sia una novità di questi anni, ma perché in questi anni è cresciuta la consapevolezza del problema e sono emerse con sempre maggiore evidenza le conseguenze negative di tale situazione. Il tema è dunque di natura storica, ossia attiene alla sfera concreta delle nostre esistenze. Non si tratta di fare della teoria, né di promuovere una visione ideologica. L’autodeterminazione dei sardi è una questione di portata generale che va affrontata e a cui vanno date delle risposte.

Tuttavia, benché questo sia evidente a chiunque osservi il mondo con una dose accettabile di onestà intellettuale, a prescindere dai mezzi ciritici di cui dispone, il sistema di potere su cui si fonda la forza della classe dominante sarda tende ancora a marginalizzarla, o a ridimensionarla dentro cornici concettuali sminuenti. Ad esempio, come fa per scelta sistematica La Nuova, si dà meno spazio possibile alle proposte politiche indipendentiste, pure presenti e con non poco seguito sull’Isola, o le si riduce a fenomeno di costume, spesso oltre il limite del folkloristico. Ma non solo. Sono i nostri stessi problemi generali ad essere affrontati (da tutti i mass media principali) sempre entro i contorni di una lettura “regionale”, periferica e subordinata ad un ordine valoriale e narrativo in cui abbiamo una parte minima e tributaria.

Latitano, nel dibattito pubblico sulla questione, molti centri di interesse (economico, mediatico, sociale, culturale) pure abbastanza loquaci in altre circostanze. La dipendenza patologica di molti di essi dalle relazioni costruite nei decenni col sistema di potere vigente impongono l’omertà, o il basso profilo. Imprenditori, scuola, università, mondo del lavoro, chiesa, intellettuali, benché soggetti attivi della nostra collettività, difficilmente e spesso solo in sede privata o informale si azzardano a spendere qualche parola sulla questione della nostra condizione storica e della nostra autodeterminazione.

Tre retaggi culturali dominanti in Sardegna ostacolano il libero dispiegarsi del dibattito: quello cattolico, decisamente conformista e schiacciato sulle posizioni ufficiali dei vertici vaticani; quello comunista, sempre ostile al discorso (quando riguarda noi, molto meno quando si tratta dell’autodeterminazione di qualche popolo più o meno lontano), ossessionato dallo spauracchio del nazionalismo novecentesco e dal feticcio dell’internazionalismo proletario (non esistono i popoli e le nazioni, esistono solo le classi); quello sardista, nato come impianto teorico dell’autonomismo e ancorato a un’idea sclerotica di identità, a costrutti mitologici mal assemblati eppure largamente egemonici da quasi cento anni.

Parlo di retaggi e non di visioni ideologiche vive, perché si tratta di una sorta di deposito sedimentario, che appesantisce le coscienze di chi ad essi faccia riferimento (anche inconscio), di impianti ideali ridotti a stereotipi di comodo, senza più la forza vitale di costruire mondi, di proporre prospettive. È una ingombrante zavorra, che non lascia spiccare il volo a una presa di coscienza altrimenti necessaria e urgente.

Un assaggio del problema, su una delle sponde di questo conglomerato fossile, l’abbiamo avuto di recente sul sito di Michela Murgia, con la chiamata in causa della sinistra sarda, quella più consapevole e onesta (perciò tendenzialmente fuori dai giochi di partito). Anche in tale circostanza è emersa drammaticamente l’impreparazione diffusa ad affrontare il tema secondo i suoi elementi costitutivi, nel suo rapporto diretto col suo referente concreto, ossia la nostra condizione storica e i problemi che essa ci chiama a risolvere. È come se ci si affidasse fideisticamente ad astratti costrutti retorici e narrativi, ormai interiorizzati e riprodotti meccanicamente, non per affrontare ma per eludere la questione.

Eppure è evidente che anche una onesta lettura da sinistra della situazione e delle sue possibili soluzioni non può prescindere dal tema della nostra autodeterminazione. È tangibile il fallimento della prospettiva che vedeva nell’ambito italiano la sede della risoluzione dei nostri problemi strutturali, e che negava invece che proprio la dipendenza forzosa da quell’ambito ne era la genesi fondamentale. L’illusione che la dialettica sociale e lo stesso conflitto di classe specifici della nostra collettività si potessero risolvere adottando i modelli e le narrazioni maturati e attivi nel continuum italiano, annullando la coscienza di non farne parte, né fisicamente né come storia, provoca ora un pericoloso ritardo sul terreno delle sfide contemporanee.

La storia del pensiero emancipativo e indipendentista sardo in realtà è una storia di popolo, è la vicenda di un continuo tentativo di riscatto anche sociale, se non soprattutto sociale. Nasce dall’individuazione corretta della sede in cui i nostri rapporti di produzione e le nostre relazioni (tra individui, tra categorie, tra comunità) si dispiegano e dunque mettono in moto la loro dialettica interna. Chi ha da sempre teso a soffocare tali istanze lo ha fatto da una posizione di dominio, per la propria convenienza, per garantirsi la propria riproduzione sociale e culturale, trovando sponda e legittimazione precisamente dentro il rapporto di dipendenza e di subalternità dalle forze storiche che dominano l’ambito italiano.

Nel disconoscimento di questo nodo sta uno dei più drammatici equivoci culturali e uno dei più vistosi fallimenti politici della nostra storia contemporanea, ed è la radice della debolezza della sinistra sarda. È del tutto illusorio aspettarsi che tale nodo venga sciolto dalla patetica farsa messa in piedi dagli esponenti nostrani dei partiti italiani (PD, SEL, ecc.). Ed è una battaglia di retroguardia, destinata alla sconfitta, quella di chi spera che mandando a Roma personale politico di levatura migliore (selezionato da chi?) qualcosa possa cambiare. Non è evitando il discorso o lasciandolo alle grinfie interessate di altri soggetti politici che si rende un buon servigio alla causa della nostra emancipazione storica.