Ricorrenze rimosse

Oggi cadono due ricorrenze storiche, una sarda e una italiana, che non trovano alcun riscontro sui mass media. Il 30 ottobre 1812, quindi precisamente duecento anni fa, veniva repressa a Cagliari la cosiddetta “congiura di Palabanda”, ultimo tentativo rivoluzionario della lunga stagione cominciata sull’Isola nel 1794. Il 30 ottobre del 1922, invece, a Roma, il re Vittorio Emanuele III di Savoia cedette alla Marcia su Roma e conferì l’incarico di Presidente del Consiglio a Benito Mussolini.

Le due ricorrenze non sono collegate solo dalla rimozione attuata ai loro danni dai mass media e dalle istituzioni, ma anche da altri elementi.

Intanto c’entrano i Savoia. Nel caso della repressione della congiura di Palabanda i Savoia erano a Cagliari, transfughi dalle guerre napoleoniche. La loro corte aveva contribuito a depauperare le risorse del regno, già sottoposto ai rigori delle guerra generalizzata contro la Francia imperiale e alle inclemenze del clima.

Proprio quel 1812 è rimasto proverbiale come uno degli anni “della fame”, in Sardegna (“su famini de su doxi”, si dice ancora). Il re in quel caso era Vittorio Emanuele I. Un’omonimia che rafforza il parallelo tra i due eventi. La repressione della congiura, che mirava a sollevare la Sardegna contro i Savoia stessi per imporre la repubblica e abolire il feudalesimo e le altre zavorre dell’Antico Regime, fu durissima, com’era usuale allora.

Nel caso della Marcia su Roma la Sardegna non era coinvolta direttamente (il fattore geografico conta), eppure c’era anche lì qualcosa che ci chiamava in causa (non solo per il successivo coinvolgimento dell’Isola nel regime fascista). A Roma era presente, tra gli altri, un avvocato sardo, eletto al parlamento tra le file dei reduci dal fronte: Emilio Lussu. Lussu fu testimone di quegli accadimenti (e di altri, ovviamente) e ne trasse un libro prezioso, la cui lettura è comunque sempre decisamente consigliabile: Marcia su Roma e dintorni.

Nel libro di Lussu non si parla solamente dell’evento che gli dà il titolo, ma se ne fa un momento centrale di una vicenda che al tempo della stesura era ben lungi dall’essere conclusa (parliamo del 1931) e anzi minacciava seriamente l’esistenza stessa di Lussu e di tutti gli altri fuoriusciti antifascisti, in una fase in cui il regime mussoliniano era ancora in ascesa.

Naturalmente, nel caso di entrambi gli eventi che oggi ricorrono, è comunque notevole proprio la loro rimozione, sia dalle cronache sia dalla memoria collettiva.

Nel caso della congiura di Palabanda non possiamo stupircene, data la totale ignoranza, come sardi, della nostra storia. Eppure quel fatto specifico ha una rilevanza non solo fattuale ma anche simbolica non da poco. Il coraggio mostrato dagli organizzatori del moto rivoluzionario è evidente, se solo si pensi quale apparato di sicurezza comportasse la presenza fisica della corte sabauda in Sardegna.

Un coraggio dettato dal senso della necessità storica, più forte della valutazione delle forze in campo e accresciuto sembrerebbe, anziché soffocato, dalla consapevolezza che una buona parte della classe dominante sarda (cui alcuni congiurati pure appartenevano per posizione sociale) si era ormai definitivamente votata alla dipendenza deresponsabilizzante verso un potere esterno e rapace, da cui si attendeva privilegi e mano libera sull’Isola.

Tanto più ammirevole, dunque, il tentativo, pure quasi disperato, di sbarazzarsi della corte sabauda e dei suoi seguaci, per creare una repubblica sarda indipendente e sovrana, fondata sui valori rivoluzionari dell’eguaglianza, della libertà e della fratellanza.

Lo stesso Lussu non ne sapeva nulla di questi eventi, è evidente. Come tutti i suoi contemporanei istruiti, si era formato in una scuola e in una università in cui il clima culturale era fortemente nazionalista e risorgimentale. In fondo Lussu era nato nel 1890, solo quattro anni dopo l’uscita del libro Cuore di De Amicis. Inevitabile che anch’egli assimilasse uno sguardo e un apparato di narrazioni e di nozioni condizionato dal clima culturale e politico italiano del tempo, da cui non era possibile estraniarsi facilmente.

Così, sicuramente, mentre il 30 ottobre 1922 assisteva alle scorribande degli squadristi e apprendeva della nomina regia a presidente del consiglio di Mussolini, Lussu a tutto pensava tranne che alla congiura di Palabanda. Non è casuale che né lui né gli altri leader del PSdAz riuscissero a concepire un ideale di libertà e di sovranità per quei sardi che pure, nelle trincee del Carso e dell’Altopiano di Asiago, avevano maturato una così forte consapevolezza della propria dignità di popolo e tante aspettative circa la propria condizione materiale post-bellica. La Sardegna per loro, per i leader sardisti, era una terra coloniale, barbarica e priva della luce della civiltà, da riscattare dunque, non da liberare.

Un altro elemento che mi pare importante sottolineare è la continuità della storia, evocata dalle ricorrenze odierne, il suo riproporre situazioni, conflitti, dinamiche anche a distanza di tempo e in contesti generali apparentemente molto diversi.

Non è lecito indulgere nel luogo comune dei “corsi e ricorsi” storici, luogo comune metodologicamente inservibile e molto fuorviante se preso come cornice interpretativa da applicare schematicamente. Bisogna però riconoscere che la storia, se non ripete mai le stesse cose nello stesso modo, comunque non si sviluppa lungo la linea del tempo per segmenti, a compartimenti stagni. La storia funziona un po’ come la geologia. Si accumula, si stratifica, crea sacche di energia compressa, che ad un certo punto esplodono, genera giacimenti di materiale che poi le forze tettoniche fanno riemergere a distanza di tempo.

Così, niente riesce a soffocare la sensazione che la Sardegna di quel 1812 “della fame”, della crisi internazionale e della repressione sabauda, o l’Italia di quel 1922 dei disordini, della debolezza politica e della strada libera a qualsiasi avventuriero con buoni appoggi nei centri di interesse e di potere, non siano molto diverse dalla Sardegna e dall’Italia di oggi.

I nodi che la storia aggroviglia si ripresentano, non si possono eludere. Il nodo rappresentato dal fallimento della stagione rivoluzionaria sarda è lo stesso nodo che continua a soffocarci, a distanza di duecento anni. Così come il nodo della miopia (forse interessata), delle debolezze (etiche prima ancora che politiche) e dell’amore per il vincitore del momento che l’Italia e gli italiani mostrarono in quell’autunno di novant’anni fa non sembrano troppo diversi dai fili che annodano la matassa ingarbugliata di questi stessi giorni.

Non possiamo certo dire che la storia insegni qualcosa: da questo punto di vista è sempre stata sopravvalutata. Però possiamo convenire che essa sia indispensabile per comprendere il presente. Che l’apparato egemonico sia così unanime – in Sardegna come in Italia – nel rimuovere ricorrenze significative e potenzialmente rivelatrici è un indice del rischio di rivedere – sia pure in forme diverse – le stesse brutture del passato.

Ricordare, capire, sapersi ubicare sono antidoti fortissimi, benché poco pubblicizzati, alle derive deleterie che la nostra specie violenta è sempre in grado di infondere alla propria condizione storica. Per questo è più che mai indispensabile, anche per la nostra vita concreta, riappropriarci di una memoria collettiva non egemonizzata dal potere costituito e di una narrazione storica onesta, obiettiva e completa.