Sardi e/o italiani

I sardi in genere non si pongono il problema della propria identificazione nazionale. Benché il tema sia sentito e dibattuto, in realtà ho idea che per la maggior parte di noi ci siano questioni più pressanti di cui occuparsi, così lo si relega nell’ambito dei problemi meno urgenti. Nonostante questo, il dato relativo alla percezione di sé dei sardi è comunque significativo, come risulta dall’indagine condotta la scorsa primavera dalle università di Cagliari e Edimburgo: 2/3 di noi sentono di essere o solo sardi o comunque più sardi che italiani; 1/3 circa invece si sentirebbe sia sardo sia italiano.

Da questi stessi risultati emerge la problematicità della faccenda. È evidente che esiste un legame fortissimo tra i sardi e la propria provenienza, dato suffragato da altre possibili pezze d’appoggio (pensiamo all’esistenza di una cosa come la FASI, la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia), ma è altrettanto evidente che questo senso di appartenenza è in larga parte irriflesso, non elaborato. Così è difficoltoso per molti di noi conciliare la propria identificazione indubitabilmente sarda con quella italiana, fino a spingersi al compromesso di ammetterle entrambe, senza curarsi della loro possibile inconciliabilità o addirittura rifiutando anche solo di prenderla in considerazione.

A un’indagine anche sommaria risulta evidente come una serie di fraintendimenti inquini il dibattito sulla nostra appartenenza all’Italia, alla sua storia, alla sua cultura e persino alla sua geografia. Una delle ragioni principali (se non la principale) è la nostra scolarizzazione di massa e l’utilizzo dei mass media, due agenzie formative fortissime, che nel nostro caso sono di matrice italiana e che ricalcano narrazioni e paradigmi italiani. Da lì traiamo sia gli strumenti critici, sia la cornice culturale generale attraverso cui guardare al mondo e a noi stessi, sia le stesse nozioni storiche e culturali di base. Difficilissimo estraniarsi per guardarci con uno sguardo diverso, non filtrato, più nostro. Ecco spiegati i fraintendimenti. Non solo la deprivazione pressoché sistematica della nostra storia, della nostra lingua e di un orizzonte di senso centrato su di noi, ma la stessa origine degli strumenti interpretativi di cui disponiamo congiurano a renderci ostico e spesso doloroso questo tema.

Vediamoli dunque, questi fraintendimenti. Vorrei elencarli e provare a risolverli sinteticamente.

I sardi sono italiani perché la Sardegna fa parte dell’Italia. In questo caso gioca un ruolo la confusione tra dato giuridico e realtà storico-geografica. Come già evidenziato, la Sardegna è una parte dello stato italiano in quanto il suo territorio coincide con quello di un ente amministrativo dell’ordinamento giuridico italiano. Ma ciò non significa che la Sardegna sia una “regione italiana” in termini geografici (bisogna sempre sottolinearlo) e storici. Non basta dunque che la Sardegna sia (anche e adesso) una regione italiana in senso giuridico a fare dei sardi degli italiani tout court (o anche speciali).

La Sardegna ha comunque partecipato della storia italiana ed è stata sempre o spesso legata storicamente alla penisola. Anche di questo si è già detto qualcosa. Le cose non stanno così e duole ricordare che invece ancora oggi su questo aspetto ci sia molta reticenza da parte delle istituzioni accademiche e dell’intellettualità sarda. La Sardegna come parte dell’Italia  e i sardi come “italiani” sono un’idea completamente contemporanea, che sarebbe sembrata addirittura ridicola ancora ai nostri antenati dell’Ottocento, persino a quelli filo-sabaudi (e ancor di più ai non sardi, che in fondo ancora oggi colgono molto meglio di noi le distanze e le differenze).

La Sardegna è diversa dalle altre regioni italiane così come lo sono tutte le regioni italiane tra loro. Questa argomentazione (variamente declinata) mescola una serie di elementi che invece bisognerebbe distinguere in partenza. Anche in questo caso si prende per buona in senso assoluto la qualificazione giuridica attuale dei territori che oggi fanno parte dello stato italiano. E questo è un primo errore, dato che la comune qualificazione regionale (in senso giuridico) non ci dice nulla della storia e della cultura dei vari territori. Le regioni italiane attuali sono un’invenzione giuridica recentissima, databile dall’approvazione della Costituzione repubblicana, con una base nei distretti elettorali del Regno d’Italia (quindi post 1861). Niente a che fare con i territori storici, con la distribuzione linguistica o con altri elementi storico-culturali.

La diversità dei territori italiani tra loro è dovuta a una stratificazione storica e una distribuzione geografica nel senso della latitudine che hanno differenziato gli usi, le culture e le parlate locali, fenomeno cui anche la lunga separazione politica ha contribuito. Eppure è evidente un legame storico non fittizio tra le varie parti della penisola e la stessa Sicilia, a cominciare dal sistema linguistico, molteplice e variegato, ma afferente ad un continuum ben riconoscibile, che poi l’italiano moderno ha unificato e formalizzato (in modo artificioso e terribilmente anti-popolare, se vogliamo, ma l’ha fatto). A tale continuum non appartiene la Sardegna. Il problema delle differenze interne mai metabolizzate dall’ordinamento italiano unitario e dal suo apparato culturale egemonico è un nodo irrisolto della storia italiana contemporanea ed anche uno degli elementi di debolezza dell’architettura statuale così come emersa dalle vicende storiche di questi centocinquant’anni. In ogni caso non si può inserire a forza la Sardegna in questo contesto, nemmeno ammettendone la molteplicità interna.

I sardi sono italiani perché comunque parlano in italiano e l’italiano ormai è una lingua dei sardi. È vero che in Sardegna l’italiano è ormai la lingua prevalente, ma questo è un evidente risultato di decenni di acculturazione e di esposizione a un sistema di media, di narrazioni e di consumi (culturali e materiali) veicolati in modo pressoché esclusivo e persino ossessivo dalla lingua italiana. Ma sappiamo bene che l’italiano non è una lingua storicamente sarda (storicamente significa nella sua origine, nella sua classificazione linguistica e anche nella sua diffusione sulla lunga durata). Questo caso mai è un problema politico per l’oggi e per il futuro, ma non dice nulla circa l’appartenenza storica e culturale dei sardi all’Italia. Senza considerare che la lingua, da sola, pur essendo un elemento discriminante, non è certo sufficiente a decretare una appartenenza (e infatti per i sardi, pure tutti ormai italoglotti, non lo è). I sardi in genere parlano un italiano regionale, infarcito di code-switching, ma per lo più lo parlano abbastanza correttamente, a differenza delle popolazioni italiche, che spesso non riescono a distinguere bene tra italiano standard, italiano regionale e lingua locale (e per lo più non si pongono nemmeno il problema). L’uso (relativamente) corretto dell’italiano da parte dei sardi (cosa di cui si meravigliavano e si meravigliano ancora spesso gli italiani stessi) non è una conferma della nostra italianità ma al contrario è una dimostrazione lampante di estraneità: l’italiano in Sardegna si è a lungo imparato (e in parte succede ancora, anche se in modo meno esplicito) come un codice straniero e come una lingua grammaticale, scolastica, letteraria.

I sardi hanno dato un grande apporto di sangue e di contenuti culturali all’Italia, dunque dobbiamo essere italiani. Insisto sul “dobbiamo”. Di solito siamo noi sardi a lanciare appelli affinché siamo riconosciuti come italiani. Che si tratti di operai che manifestano il proprio disagio o di operatori intellettuali preoccupati del proprio status, richiamare la nostra appartenenza italiana sembra un buon espediente per essere presi maggiormente in considerazione. È del tutto evidente che non serve a nulla, eppure continuiamo ad indulgere in questa pia illusione. Il preteso apporto dato dai sardi all’Italia non conta nulla. Non conta nulla in termini assoluti, né conta nella percezione che se ne ha in Italia. Ostentare le nostre servitù pluridecennali (quelle militari e quelle industriali, ma anche quelle turistiche) come nostri meriti serve solo a confermare a chi ha interesse che può disporre di noi a suo piacimento, sicuro della nostra gratitudine. Rivendicare il sangue versato da tanti sardi nelle guerre dell’Italia è l’avallo crudele di una pratica di sottomissione che dovrebbe farci gridare di dolore e di scandalo, altro che vantarcene. Aspirare a collocarci nel mondo come creatori di arte, di musica, di letteratura, o anche di prodotti agroalimentari, in quanto espressione provinciale e dialettale italiana è un controsenso abbastanza evidente, che non rende merito ai nostri talenti e alle nostre capacità, né al contesto in cui nascono e si formano.

I sardi sono italiani perché la cultura e la storia italiana sono belle e grandi e non possiamo rinunciarvi a cuor leggero. Anche la cultura e la storia della Cina sono grandi e importanti (molto più di quanto comunemente ci raccontino), eppure a nessun sardo verrebbe da proclamarsi cinese solo per questo. È vero che la Cina è più lontana (ma sempre le acque internazionali di mezzo ci sono) e che nella nostra percezione (codificata dalla scuola e dai mass media italiani, ricordiamolo) l’arte e la cultura dell’Italia hanno un valore assoluto insostituibile. Ma non c’è bisogno di sentircene partecipi, per poterne godere. A tanti sardi piace Beethoven o piacciono i grandi romanzieri russi (per esempio a me), ma questo non significa che dobbiamo sentirci tedeschi o russi per poter avere accesso a tali risorse artistiche e creative. Allo stesso modo, non è affatto necessario essere italiani per poter godere dell’arte rinascimentale o dell’opera lirica italiana. La pretesa di potercene dire partecipi in modo da accrescere la nostra importanza è patetica: è come volersi imbucare a una festa, in una casa dove non siamo stati invitati e di cui ci vantiamo con gli amici al bar di essere i comproprietari, anche se tutti sanno che non è vero. Il che poi fa da contraltare alla incuria e alla ignoranza con cui trattiamo il nostro patrimonio culturale e il nostro territorio, questi sì possibile fonte non solo di riconoscimento internazionale ma anche di benessere economico.

In definitiva, di buoni argomenti per sentirci italiani non ce ne sono. Oppure ce ne sono tantissimi, se ammettiamo la libertà di inventarceli di sana pianta. A quel punto, potremmo provare ad essere un po’ meno prevedibili e un po’ più creativi, visto che ci siamo. Oppure bisognerebbe prendere atto dei dati di fatto storici e trarne le dovute conseguenze. Il che significa che la nostra appartenenza all’Italia potrebbe anche continuare a sussistere, ma per una espressa volontà politica collettiva. Solo che ai sardi nessuno l’ha mai chiesto se volessero essere italiani o no, né pare che la sola ipotesi di chiedercelo (o di chiedercelo tra di noi) sia gradita.

Nondimeno, dovremo riparlarne. Non si scappa.