L’ombelico del mondo

Non ho ancora visto Bellas mariposas, il film di Salvatore Mereu tratto dell’omonima novella di Sergio Atzeni: uscirà oggi nelle sale sarde. Non parlerò del film, dunque (di cui ho sbirciato solo un paio di trailer).

Non ne parlerò riguardo alla sua realizzazione e ai suoi contenuti, ma qualcosa vorrei dirla. Bellas mariposas ha rischiato a lungo di non avere una distribuzione e non è detto riesca a varcare il mare, per essere proiettato fuori dalla Sardegna. Questo, nonostate abbia ricevuto una accoglienza più che calorosa al festival del cinema di Venezia, solo un paio di mesi fa. D’altra parte esiste una forma di turbamento presso gli addetti ai lavori, i ciritici e penso anche presso il pubblico, relativamente al cinema sardo. Lo dimostra una delle domande fatte in un’intervista a Mereu, proprio in occasione della presentazione a Venezia: “Nel film lei fa parlare tutti i suoi personaggi in dialetto.” Una domanda abbastanza rivelatrice.

Intanto non è vero che i protagonisti parlino solo in “dialetto”. Parlano – come nel romanzo – la lingua quotidiana del posto, quella parlata meticcia, infarcita di code-switching, di passaggi dal sardo locale all’italiano regionale, che costituisce il modo consueto di esprimersi di molti sardi. Una adesione realistica (e estremamente efficace, nel romanzo di Atzeni) alla realtà narrata, che – con un apparente paradosso – contribuisce alla sua sublimazione poetica.

L’impressione è che la domanda derivasse da quel turbamento di cui accennavo sopra, turbamento dovuto alla scoperta di una realtà complessa, diversa dalla narrazione dominante che riguarda la Sardegna. La scoperta di un sistema di segni, suoni, simboli, di un intero ambito culturale insomma, che si presenta come peculiare, molto caratterizzato da una appartenenza specifica, misconosciuta all’esterno, ma al contempo ha un respiro universale. Non è affatto una novità assoluta, in campo artistico, letterario e anche cinematografico. Lo è ancora riguardo alla Sardegna.

Del resto, qui sta una grossa parte del fascino della novella di Atzeni: il fatto di essere un capolavoro letterario assoluto a dispetto della marginalità della storia raccontata, del suo essere “dialettale”. Come a dire che la storia di due adolescenti di Sant’Elia coincide con la storia dell’umanità intera.

Si tratta di una rivoluzione copernicana, nei nostri processi di identificazione, che non è ancora stata metabolizzata se non in minima parte e che anzi le nomenklature massmediatiche e accademiche sarde tendono a rifiutare: l’idea che si possa essere al contempo sardi e aperti al mondo, senza filtri, senza la mediazione di un sistema di valori, di memorie e di narrazioni altrui, cui sia necessario aderire per poter avere un senso non solo individuale e domestico, ma riconoscibile all’esterno.

Invece domina ancora in Sardegna la paradossale pretesa di essere riconosciuti come sardi in quanto regione italiana. La nostra letteratura sarebbe significativa perché è una letteratura regionale italiana, specifica e caratteristica certo (o speciale, magari), ma appartenente al contesto culturale italiano, che si presume di per sé più alto e significativo e in grado di confrontarsi col mondo. Arriviamo al punto di adontarci per il mancato riconoscimento del nostro apporto a tale ambito culturale, senza riflettere sul problema di quanto sia difficile per la cultura italiana metabolizzare una diversità tanto evidente, anche quando si mimetizza con l’uso della lingua italiana stessa.

Questo approccio a noi stessi e alle nostre cose è generalizzato. Lo applichiamo anche al nostro patrimonio storico-archeologico, per esempio, o a quello paesaggistico-naturalistico, o alla produzione agro-alimentare. E nell’insieme a tutte le nostre risorse materiali e immateriali. Tanto da non riuscire nemmeno a comprenderne il valore e di conseguenza a farne degli strumenti di emancipazione economica, sociale e culturale.

La lezione di Sergio Atzeni ancora non è stata assimilata. Non in una misura così generalizzata da formare una massa critica decisiva. Ma è un’ottima cosa che anche il cinema provi a ripercorrere la medesima strada. Si sa che l’arte è sempre più avanti della politica. Così, constatare che la nostra creatività si sta liberando dei complessi di inferiorità e del mortifero provincialismo che ancora soffoca la sfera pubblica più propriamente politica è da prendere come un buon auspicio.

Auguro al film di Salvatore Mereu di avere una distribuzione quanto meno degna, in modo che possa essere visto da tanti. E spero che la visione e lo sperabile successo del film possano far scoprire Sergio Atzeni a chi ancora non ha avuto la fortuna di imbattersi nelle sue storie.