Connettere, capire, cambiare

Metto insieme tre questioni apparentemente eterogenee, ma che connesse tra loro ci dicono molto della nostra condizione storica.

La prima è relativa alle servitù militari. Non tutti i sardi sanno ancora di che si tratta e anche quelli che ne sanno qualcosa non sempre hanno sotto mano dati e numeri facilmente leggibili o esempi concreti che corroborino le argomentazioni ostili alla presenza di aree militari sull’Isola. Niente di meglio che leggersi il pezzo che l’Unione dedica alla faccenda, uscendo una volta tanto dall’omertà.

Pare dunque che le aree oggi sottoposte a servitù militari ma in via di dismissione non siano in procinto di tornare alla Regione Sardegna (come previsto prima di tutto dallo statuto), bensì siano destinate a soddisfare i progetti industriali dell’ENEL (ed eventualmente di altri gruppi economici interessati). Il ministero della Difesa e la sua Difesa SpA gestiscono il tutto come se si trattasse di aree proprie o totalmente nella propria disponibilità, violando così scopertamente sia i limiti delle proprie prerogative sia tutto l’apparato di norme (alcune di rango costituzionale, come lo statuto appunto) che dovrebbe presiedere alla gestione e alla dismissione di dette aree. Una chiara beffa per tutti i sardi affezionati alla propria appartenenza italiana, sempre convinti che la Sardegna abbia solo da guadagnarci a rimanere una porzione periferica e marginale di uno stato più grande e popoloso e geograficamente lontano.

La seconda questione su cui vorrei attirare l’attenzione è quella scolastica. Si sa che il ministero dell’istruzione intende ampliare gli organici scolastici non attingendo alla grande massa di insegnanti precari esistente (di cui una buona fetta vincitrice di concorso e con esperienza sul campo pluriennale) ma indicendo un nuovo concorso. Al di là del merito di questa specifica faccenda, la notizia relativa alla Sardegna è alquanto deprimente, per chi magari sperava comunque in nuove possibilità di lavoro stabile: i posti riservati alla Sardegna sono pochissimi, di sicuro del tutto insufficienti a colmare le lacune di organico delle nostre scuole e relativi solo a certe classi di laurea, con esclusione di molti laureati in vari ambiti. Una sorta di amara beffa, anche qui.

Come se non bastasse, sempre a proposito di scuola, emerge nuovamente la condizione precaria e illegale della maggior parte dei plessi scolastici sardi. In questo caso si parla degli istituti superiori del Cagliaritano, quasi tutti non a norma; ma la situazione delle scuole di altre zone dell’Isola non è certo migliore. Una situazione di pesante degrado e di incuria ormai arrivata a un livello patologico.

Queste due notizie riguardanti l’ambito scolastico illustrano meglio di tante parole quale sia la rilevanza che lo stato italiano riconosce alla scuola sarda. La dipendenza dell’intero settore dell’istruzione dalle scelte dello stato centrale comporta per la Sardegna una condanna alla insignificanza e dunque all’abbandono. Come ho già avuto modo di scrivere, è evidente che per l’Italia la scuola sarda non ha alcun peso strategico, in nessun senso. Per noi, per la Sardegna, viceversa è un elemento vitale della nostra stessa esistenza come collettività storica. Questo è un problema di cui non sarà mai troppo presto occuparsi in termini concreti e sietematici.

La terza questione riguarda la nostra storia. Un pezzo della Nuova, di Bianca Pitzorno, richiama la figura di Eleonora d’Arborea, offrendone un ritratto meno stereotipato del solito. Donna volitiva, indipendente e ben inserita nel contesto politico mediterraneo, Eleonora viene sottratta alla sua immagine un po’ oleografica di regina-condottiera e restituita a una dimensione più complessa e credibile.

Tuttavia l’aspetto che mi preme sottolineare di questa rilettura di Eleonora riguarda ciò che non si dice esplicitamente. Intanto va rimarcata la falsificazione della tesi che vuole la Sardegna, anche la Sardegna giudicale, povera di fonti che la riguardino. Se è vero che sull’Isola è intervenuta una precoce e sistematica distruzione di documenti (ad opera soprattutto delle autorità aragonesi, dopo la vittoria, nel corso del XV secolo, ma non solo loro), è tempo di riconoscere che della Sardegna di quell’epoca (e di tutte le altre epoche) se ne parla e a volte anche diffusamente in molte fonti extrasarde, in Italia e non. Il problema fondamentale è la carenza della ricerca accademica in questo ambito e la trascuratezza nella pubblicazione delle fonti già note.

Questo è un aspetto metodologico. A proposito dei contenuti, va sottolineato come le notizie che la Pitzorno fornisce riguardo la biografia di Eleonora ci danno un quadro piuttosto diverso rispetto alla diffusa nozione di una Sardegna costantemente dominata, subalterna, marginale e insignificante. Il fatto che una principessa sarda potesse pretendere privilegi presso il governo della Repubblica di Genova e li ottenesse con tanta facilità, e in generale la disinvoltura con cui Eleonora faceva politica, ci danno l’idea non solo della sua indipendenza personale ma anche del ruolo che negli affari mediterranei aveva allora la Sardegna. Qualche appassionato di storia sarda particolarmente sciovinista da queste rivelazioni potrebbe essere indotto a teorizzare un dominio sardo su Genova, ribaltando la narrazione corrente, secondo cui il favore e i privilegi goduti da prestigiose famiglie europee in Sardegna equivalessero a forme di dominio politico esterno sull’Isola. In fondo, quando leggiamo di “dominazione pisana e genovese”, di questo si tratta, per lo più. Ma lascerei pedere le letture più politicizzate di stampo nazionalista e mi limiterei a queste osservazioni volanti, lasciate qui a mo’ di suggestione e di spunto di riflessione.

Quel che emerge connettendo le tre questioni sopra presentate è che la base storica di molte nostre debolezze materiali e politiche è chiaramente la dipendenza. La mancanza di una soggettività storica pienamente dispiegata e la subordinazione a interessi e poteri esterni fa sì che ne risultino compromesse le nostre stesse possibilità di aspirare a una condizione materiale migliore. L’essere un mero oggetto di scelte e di strategie altrui ci condanna alla deprivazione fisica delle nostre risorse ed è fattore egemonico determinante per la nostra deprivazione culturale. La mancanza di una consapevolezza di noi stessi nel tempo e nello spazio, come detto altre volte, ha pesantissime conseguenze pratiche, che nella condizione attuale rischiano di innescare un circolo vizioso distruttivo da cui è sempre più difficile uscire.

Rigenerare la nostra memoria collettiva, mettere la scuola al centro del nostro orizzonte politico e riprendere il controllo del nostro territorio e delle nostre risorse sono tre aspetti della stessa necessità storica che non si possono tenere separati e da cui non si può (più) prescindere.