Prendiamoci la scuola

Partiamo dalla solita farsa, allestita per noi da mass media e politica sarda. Nella prossima manovra di bilancio il governo avrebbe inserito (il condizionale è d’obbligo) una rata del maltolto tributario sottratto alla Sardegna dallo stato italiano nel corso degli anni. Di conseguenza oggi il panorama informativo si divide tra chi grida al clamoroso successo e chi cerca di ridimensionare il tutto, in entrambi i casi attribuendosene i meriti.

Appare invero fuori misura e anche parecchio grottesco il vanto menato in proposito dal deputato sardo Giulio Calvisi (uno di quelli che recentemente si sono dimenticati di far inserire il sardo e le altre lingue di Sardegna tra quelle giuridicamente coperte dalla Carta europea delle minoranze linguistiche). Il PD e il centrosinistra sardo hanno sempre guardato con molto fastidio alla vertenza entrate, facendo di tutto per ignorarla, anche quando se ne fece carico Renato Soru (da cui il pasticciato accordo Soru-Prodi, rimasto fino ad oggi senza alcuna conseguenza positiva). Una delle migliori argomentazioni al loro arco è l’inutilità di farci restituire dallo stato le entrate che pure ci spetterebbero a norma di statuto (e come ribadito da pareri legali autorevoli e sentenze sia della Corte Costituzionale, sia dalla Corte dei Conti): anche con quei soldi non si risolverebbero i problemi finanziari della Regione, sostengono. Quel che non si capisce, ammesso e non concesso che ciò sia vero, è perché comunque dovremmo rinunciarci. Risulta poi deprimente l’accorata chiamata in causa del presidente Napolitano, senza le pressioni del quale, sembrerebbe, il governo Monti non si sarebbe deciso a farsi carico del proprio obbligo. Pura etica pubblica all’italiana: il rispetto di un diritto diventa gentile concessione, per altro ottenuta tramite un’intercessione altolocata. Eravamo messi meglio nel medioevo.

Lo schieramento opposto (si fa per dire), ossia il centrodestra, sostiene invece che si tratti banalmente di un atto dovuto (ed è vero) e che se si è arrivati ad ottenerlo è per merito dell’indefessa azione della giunta Cappellacci. Anche qui, se si tratta di atto dovuto e la giunta Cappellacci lo ha semplicemente sollecitato ha fatto soltanto il suo dovere. Cosa c’è da vantarsi? E sorvoliamo sulla reale volontà di Cappellacci&friends di risolvere questa faccenda (come qualsiasi altra, del resto).

La verità storica è che della Vertenza entrate non ne avrebbe mai voluto sapere nessuno, tra i mediocri podatari che si spacciano da un paio di secoli per rappresentanti dei sardi nelle varie sedi in cui questo mascheramento è richiesto. Non fosse stato per gli indipendentisti, nessuno ne avrebbe mai parlato, non la classe politica né i mass media. Ancora oggi si edulcora la questione, evitando accuratamente di ricordare l’ammontare complessivo certificato del debito statale verso la RAS (non inferiore ai 10 miliardi di euri).

La notizia è da ricollegare alla riapertura delle scuole sarde. Oggi, primo giorno tra i banchi, in Sardegna, ed ennesima giornata di passione per genitori, ragazzi, insegnanti. Col consueto corollario di manifestazioni di protesta. Entrate fiscali e scuola sono collegate da vari punti di vista. Primo tra tutti quello che considera le risorse necessarie per far funzionare questa istituzione vitale. La scuola sarda è totalmente in balia delle scelte del governo centrale, come sappiamo. Il che comporta dei problemi oggettivi, cui la politica sarda (quella che esercita il proprio mandato in Sardegna, come quella che lo esercita a Roma) non ha mai saputo non dico rispondere ma nemmeno mettere mano.

Eppure è evidente che la scuola sarda non ha alcun peso strategico per l’Italia. Dipendere totalmente, per le scelte politiche e per i finanziamenti, dallo stato italiano e dai suoi governi è una assurdità. Lo è in generale e lo è ancora di più in tempi di crisi. La condizione della nostra scuola testimonia dell’incuria e del palese disinteresse del governo italiano. Il che tuttavia è del tutto comprensibile e giusificabile, alla luce del nostro scarso peso demografico, della nostra separatezza geografica e della nostra estraneità storica e culturale.

Uno dei migliori motivi che dovrebbe spingere la politica sarda a risolvere la vertenza entrate e ad appropriarsi dell’accertamento e della riscossione dei tributi risiede proprio nella necessità di avere una scuola efficente e legata al territorio. Con l’ovvio riflesso sulla questione linguistica. Una esigenza che nessun governo italiano potrà mai garantire, a prescindere dalla qualità dei governi medesimi. Certo, accollarsi l’intero settore scolastico e universitario costa. Ma nel nostro caso è indispensabile. I fondi relativi bisognerebbe trovarli appunto nelle somme dovute dallo stato alla Regione e anche nel dirottamento su tali settori di molte voci di spesa inutili (pensiamo alle consulenze esterne dell’amministrazione pubblica, o all’assurda spesa per software proprietario in luogo di software libero, ecc. ecc.). In definitiva si tratta più che altro di volontà e di coscienza politica.

Anche nel caso della scuola, come nella questione delle entrate, è indispensabile uno sguardo non dipendente e una politica che sia fattivamente (e non retoricamente) autodeterminata, anche agendo dentro le condizioni date. Non è questione di camuffarsi con parrucche sovraniste o lifting nazionalitari. Il rovesciamento della prospettiva deve essere generale, profondo e pragmatico. O si esce dalla trappola che ci vuole una porzione periferica della penisola italiana, o siamo destinati a un peggioramento vistoso e rapido delle nostre condizioni di vita. Se al centro del nostro orizzonte non ci siamo noi, non saremo mai al centro dell’orizzonte di nessun altro. La scuola sarda (insieme all’università) sarà una delle prime vittime sacrificali dei processi in corso. Ridimensionamenti, tagli, decadimento della qualità sono già in opera. Ma lì c’è una parte consistente del nostro presente e tutto il nostro futuro. Non ce lo possiamo permettere.