Sardi fuori, sardi dentro

Il convitato di pietra del dibattito pubblico nostrano è quella strana comunità umana che si può approssimativamente riassumere sotto l’etichetta dell’emigrazione sarda. La sua esistenza costituisce un tema imbarazzante sia dal punto di vista storico sia da quello politico. Per questo viene eluso volentieri.

Nondimeno si tratta di una realtà difficile da rimuovere. Le centinaia di migliaia di sardi (ossia, di nati in Sardegna) che nell’ultimo secolo (e specialmente nell’ultimo mezzo secolo) hanno lasciato l’Isola per stabilirsi altrove hanno nel loro insieme i connotati di una vera diaspora, non giustificata da ragioni di sovrapopolamento e di scarsità di risorse. Una diaspora accentuatasi nel momento in cui la Sardegna veniva investita dalla pretesa modernizzazione del Piano di Rinascita e che da un quindicennio circa vede una recrudescenza allarmante.

Sul fenomeno è stato scritto qualcosa, ma non esiste una sistematizzazione storica della materia. Per di più, spesso, l’inquadramento del fenoneno risente di uno sguardo alieno, che la rende meno intellegibile. Basti come esempio l’incipit di un recente articolo sul tema, di Giuseppe Sanna:

L’emigrazione sarda si colloca, e si è storicamente collocata, all’interno della più generica e mai risolta “questione meridionale”, nonostante le sue caratteristiche strutturali si discostino da quelle del fenomeno migratorio comune nelle altre regioni del Mezzogiorno.

In poche righe è riassunto tutto il paradosso delle narrazioni che ci riguardano. Le nostre vicende, i nostri processi storici, devono necessariamente essere incastrati nella narrazione dominante italiana, anche se è evidente che non ne fanno parte. Ma questo è un problema generale, lo sappiamo.

L’emigrazione sarda ha caratteristiche che risultano di difficile lettura se le si estrae dal loro contesto e le si catapulta dentro una cornice interpretativa estranea. Se osservato con uno sguardo nostro, dentro un orizzonte di senso al cui centro c’è la Sardegna, non è difficile istituire una correlazione tra il fenomeno migratorio e la situazione di dipendenza di cui la Sardegna ha sofferto in maniera crescente negli ultimi duecento anni.

La condizione di dipendenza è quella da cui discendono i fenomeni più deleteri della nostra vita associata, sia quelli di natura economica, sia quelli di natura sociale, culturale e persino psicologica. L’emigrazione è per lo più frutto di cause che non consentono il libero dispiegamento delle proprie forze e della propria natura. Non è solo questione di sopravvivenza materiale. La sopravvivenza materiale in Sardegna solo raramente è stata minacciata in modo radicale, molto meno ad esempio che in regioni d’Italia dove si è riversata una parte della nostra emigrazione. Ma la percezione della mancanza di prospettive, benché in alcuni casi legata alle condizioni materiali, le oltrepassa. È un fatto più complesso e profondo che attiene anche, se non soprattutto, ai processi di identificazione e alla percezione di sé.

È un serio problema, perché la Sardegna non ha mai sofferto di eccessiva antropizzazione, di sovapopolamento, anzi l’opposto: in passato ma forse oggi più che mai il pericolo è costituito da un impoverimento demografico che minaccia di renderci nel giro di pochi decenni meno numerosi, più vecchi, più poveri e più malati. La stessa perdita di popolazione di molti centri dell’Interno assume contorni patologici. A ciò si somma l’evidenza che spesso ormai ad andarsene sono persone giovani, motivate e preparate, ossia quella che dovrebbe essere la parte più dinamica della nostra collettività, la fascia sociale ed anagrafica di coloro che sono meglio dotati per affrontare le difficoltà e i cambiamenti.

Lasciare la Sardegna e fare esperienza all’estero di per sé non è affatto un problema. Anzi, nella nostra situazione geografica è senz’altro un fatto positivo, che andrebbe sostenuto a vari livelli. La complicazione e gli effetti deleteri del fenomeno riguardano invece la difficoltà a rientrare in Sardegna, per investirvi l’esperienza e le competenze accumulate. Non sempre chi emigra lo fa con l’intenzione di non ritornare. La storia ci insegna però che nella maggior parte dei casi il ritorno è pressoché impossibile. Quasi sempre per una assenza in Sardegna delle condizioni minime atte a mantenere lo stesso status acquisito fuori o a realizzare le proprie prospettive di vita.

La dipendenza (politica, economica, culturale) è assolutamente centrale in questo discorso. Le condizioni di vita in Sardegna sono determinate da scelte che discendono da interessi e priorità che quasi nulla hanno a che fare con le nostre necessità collettive e con i nostri diritti. È un dato storico che non credo sia necessario argomentare. Nel corso dell’età contemporanea, da duecento anni in qua, le potenzialità e le risorse della Sardegna non sono mai state curate e valorizzate in nome e per conto dei sardi, ma sempre in nome e per conto di qualcun altro. Con la complicità determinante delle nostre classi dominanti, a loro volta affezionate al loro comodo ruolo di intermediazione, sgravate di qualsiasi responsabilità, attente a curare le proprie clientele e il proprio tornaconto, rispondendo per tutto il resto ai centri di potere esterni da cui dipendeva e dipende la loro legittimazione.

Un sistema così strutturato è per sua natura ostile ai cambiamenti e all’azione di forze sane, creative, proattive. Forze che non sono mai mancate, tra i sardi, come si evince anche oggi dai talenti che pure in questa situazione storica la Sardegna riesce a produrre, in vari campi, e dalle realizzazioni di tanti nostri connazionali all’estero.

L’emigrazione è dunque la cartina di tornasole non di condizioni naturali e strutturali carenti, di mancanza di risorse, di povertà inevitabile, ma molto più pertinentemente di condizioni politiche, sociali e culturali negative alimentate dalla dipendenza e fatte valere da quelle forze sociali che dalla dipendenza taggono il proprio sostentamento e i propri privilegi.

Se il lato problematico dell’emigrazione risulta evidente, è più difficile da scorgere invece un suo aspetto potenzialmente vantaggioso, nella prospettiva della nostra emancipazione collettiva. Storicamente l’esistenza di una forte emigrazione è stato un elemento decisivo nella conquista del’indipendenza e della libertà per diversi popoli (penso all’Irlanda, ma è solo un esempio tra tanti). In questa fase storica l’emigrazione sarda, se debitamente coinvolta e non semplicemente rimossa dallo scenario politico, ha tutte le caratteristiche per offrire alla Sardegna forze, risorse e competenze aggiuntive, nel processo di acquisizione di consapevolezza diffusa e di autodeterminazione.

Molta emigrazione sarda non è stanziata in Italia e dunque non soffre di alcun italo-centrismo. Ma persino quella ubicata in Italia ha uno sguardo spesso più sereno e consapevole sulle nostre questioni. Le nuove ondate migratorie in particolare danno la sensazione di essersi in buona misura liberate da certe sindromi debilitanti di cui invece soffrono ancora molti delle generazioni precedenti. In ogni caso, nel suo insieme, l’emigrazione sarda, specie in quanto spontaneamente organizzata, è una risorsa enorme da chiamare in causa. Che non lo faccia l’attuale classe politica nostrana non è un fatto che possa destare meraviglia. Rimane la questione tutta intera di evitare che la Sardegna continui a subire un dissanguamento demografico come quello in corso e che la nostra diaspora sia presa in considerazione in modo più attento e non in termini assistenzialistici o utilitaristici come a volte è stato fatto.

Parallelamente alla necessità di abbandonare qualsiasi velleità etnocentrica, qualsiasi forma di chiusura identitaria stagnante, per aprirci al mondo e a tutti gli esseri umani che vorranno fare della Sardegna la loro terra, non dmentichiamoci dei nostri connazionali all’estero. La loro forza, le loro esperienze sono una risorsa preziosa da riconoscere e valorizzare, se non vogliamo soccombere alle spinte della storia.