La dipendenza è tossica

Sembra che sia in corso un test. Costringere un soggetto a crescenti stati di deprivazione per verificarne la soglia di resistenza e le eventuali reazioni. A quale scopo? Non è dato saperlo. Si possono fare solo supposizioni.

Il soggetto è collettivo ed anche geografico: sono i sardi e la Sardegna. Non è la stessa cosa dire i sardi e la Sardegna, ma in questo caso l’esperimento che si conduce riguarda entrambi, favorito dalla condizione insulare, dunque molto comoda come situazione/area campione.

A entrambi i soggetti (quello collettivo e quello geografico) sono state inoculate dosi massicce di sostanze tossiche. Tanto in termini traslati (ciò che i sardi sanno di sé, il loro immaginario, i loro processi identificativi, il valore che danno a se stessi e alle loro cose) quanto in termini materiali (servitù di vario genere, inquinamento, deprivazione socio-economica, isolamento).

L’esperimento va avanti da decenni, da generazioni. Gli esiti sono abbastanza incoraggianti, per chi lo ha svolto e deve trarne responsi e chiaramente vantaggi pratici. Siamo giunti al punto che l’intossicazione è diventata di per sé una dipendenza. Il soggetto coinvolto è arrivato ormai a ringraziare il puscher che gli passa la dose e a santificare il boss per cui lavora: li considera alla stregua di divinità salvifiche anziché suoi carnefici per il proprio tornaconto. Siamo in presenza di una classica situazione di tossicodipendenza, dunque.

Cosa succede in questi casi? Il tossicodipendente ha bisogno del veleno che lo uccide per stare meglio. Dunque è disposto a pagare sempre di più pur di avere qualche istante di (apparente) benessere, anche se questo lo avvicina sempre di più all’autodistruzione. Perché qui sta uno degli aspetti più interessanti: il soggetto coinvolto finisce per distruggersi da sé.

Se guardiamo anche solo all’ultimo anno solare, non possiamo non renderci conto di quante nefandezze siano state compiute ai danni dei sardi e della Sardegna dalla sua classe dominante, in nome e per conto dei poteri esterni cui risponde, o da quei medesimi poteri esterni tramite appunto la nostra classe dominante, spesso col consenso di larghe fette della popolazione.

Speculazioni di ogni genere (con conseguenze ulteriori a nostro carico), sottrazione di risorse, eliminazione di infrastrutture e di servizi essenziali, mancato riconoscimento di diritti certificati e giuridicamente riconosciuti in più sedi, privazione di ulteriori diritti (come quello alla mobilità), danni economici diretti e indiretti, deprivazione culturale e sociale. Solo negli ultimi mesi, tra misure del governo italiano e pocherie pubbliche e private relative ai trasporti, la dose di tossicità inoculata è stata ulteriormente aumentata.

Ebbene, la reazione è stata non di rifiuto ma di richiesta di una dose ulteriore. Bisogna prenderne atto. La situazione del Sulcis (su cui le cronache sardo-italiche e italiane hanno in questi giorni sperimentato tutto il loro repertorio di cliché) rende bene l’idea di quale sia la nostra attuale condizione materiale e il nostro stato di coscienza. L’annunciata (e sbandierata!) visita di Ugo Cappellacci alle autorità del Qatar ci fa intuire in che direzione si vada.

Ora la domanda non è più solo e tanto cosa diavolo si può fare per le troppe famiglie in crescente difficoltà (che rimane la prima emergenza), ma più che altro come fare a uscire dalla dipendenza che ci sta uccidendo. Ci vorrebbe una terapia d’urto, una di quelle pratiche di guarigione che vengono applicate ai tossicodipendenti e agli alcoolisti arrivati all’ultimo stadio della dipendenza, quello a cui non ha più alcun valore nemmeno la dignità personale, nemmeno la sua parvenza. E fondamentalmente va posto come obiettivo di guarigione l’uscita dalla dipendenza, in ogni sua forma e risvolto. O così, o c’è l’agonia, una dolorosa agonia, e poi la morte. Una morte demografica, culturale, sociale e civile che evidentemente fa comodo a qualcuno. Ma non a noi.

Lo dico col pensiero rivolto ai fratelli minatori di Nuraxi Figus e ai lavoratori dell’Alcoa, che hanno mille volte ragione a voler salvare la propria sopravvivenza materiale e la propria dignità. Ma non potranno mai riuscirci se non escono dalla logica della dipendenza. E noi con loro.