Beata ignoranza

Pochi in Sardegna conoscono l’AILUN, la Libera Università Nuorese. Eppure è il più importante centro di alta formazione manageriale dell’Isola, finanziato dalla Regione Autonoma, ormai da decenni fucina di amministratori e professionisti in vari settori.

Al contrario di molti carrozzoni pubblici sardi, si tratta di un ente che, per la lungimiranza dei suoi fondatori e le capacità di chi ne gestisce i programmi scientifici, è riuscito a ritagliarsi un ruolo di eccellenza che oltrepassa senza problemi i confini non solo della cara vecchia (ex?) “Atene sarda”, ma anche della stessa Sardegna.

In questi giorni accaldati, i mass media sardi, nelle cronache locali, se ne sono improvvisamente occupati: cosa rara, data la cappa di silenzio che tradizionalmente ne oscura l’attività. Se ne sono occupati perché l’associazione degli ex allievi ha sollevato delle obiezioni via via crescenti sulla gestione recente dell’ente. Secondo le cronache, il consiglio regionale, su input dei consiglieri nuoresi, avrebbe eliminato il vincolo di destinazione dei 900mila euro riversati nel bilancio dell’AILUN, lasciando l’amministrazione della medesima (il consiglio direttivo presieduto dall’avvocato Lorenzo Palermo) sostanzialmente libera di dirottare i fondi su scelte formative diverse dai master internazionali che fin qui avevano costituito il fiore all’occhiello dell’istituto.

Parrebbe che il calcolo di chi da un paio d’anni gestisce l’AILUN sia di riformarne i principi fondanti e gli obiettivi, da un lato favorendo l’ingresso nel sodalizio associativo di ordini professionali e altre istituzioni esterne, dall’altro offrendo a tali nuovi soggetti una formazione mirata, a discapito dell’alto livello manageriale, finanziando dunque solo i corsi che sfornano crediti formativi per addetti ai settori dell’avvocatura e delle professioni ospedaliere.

In parole povere, il sospetto è che dietro questa operazione, altrimenti inspiegabile, si celino le solite, abusate pratiche clientelari e interessi non proprio cristallini di chi ha le mani in pasta in settori chiave come quelli della giustizia e della sanità. Stiamo parlando di una fetta consistente della classe dominante sarda, quella che piega tutto l’esistente, specie se si tratta di denaro pubblico, a scopi di parte, con la massima disinvoltura e un disinteresse a dir poco cinico per il bene collettivo.

Cosa significherebbe l’affossamento dei master dell’AILUN lo spiegano diffusamente sui giornali di questi giorni gli ex allievi e il direttore scientifico dell’istituzione, il prof. Giulio Bolacchi. Privare i laureati sardi, non solo nuoresi, della possibilità di accedere all’alta formazione offerta fin qui dall’AILUN, comporterebbe una perdita di competenze gravissima, per un territorio dove le istituzioni universitarie italiane sono in fase di evidente decadenza, la dispersione scolastica è sempre altissima, la diaspora di cervelli è a livelli patologici e le qualità amministrative sia pubbliche sia private sono generalmente a un livello penoso.

Purtroppo questa vicenda è una spia molto significativa di cosa sia la politica in Sardegna. I centri di potere rappresentati dai partiti maggiori e dai loro sodali hanno una visione delle risorse pubbliche di tipo eminentemente parassitario. La loro esistenza e la loro forza si basano esclusivamente sulla capacità di tenere in piedi e possibilmente espandere le proprie clientele, servendosi per questo scopo dei soldi pubblici. Persino in un periodo di vacche magre come questo. L’ignoranza generalizzata, la deprivazione di strumenti critici e la manipolazione delle coscienze ne costituiscono una condizione fondamentale. Per questo ridimensionare un’entità come l’AILUN, oltre che garantire vantaggi immediati in termini di consenso spicciolo e immediato, offre anche vantaggi strutturali, sistemici.

Sui profili legali della vicenda è auspicabile che si esprima quanto prima la giustizia ordinaria. Su quelli politici sarebbe bello che i nostri amministratori fossero chiamati a rispondere per una volta delle proprie scelte, in questa circostanza soprattutto i consiglieri regionali del nuorese e i loro complici nelle varie istituzioni coinvolte. Circa i risvolti culturali e sociali, non guasterebbe un minimo di mobilitazione degli intellettuali e delle forze sociali, non solo nuoresi. Rimane la sgradevole sensazione che si tratti solo della punta di un iceberg, la cui mole reale è di gran lunga più cospicua.

Quando pensiamo ai guai della Sardegna, oltre a vagare con la mente sui massimi sistemi, è altamente consigliabile di tanto in tanto gettare lo sguardo su vicende come questa. C’è molta della storia sarda degli ultimi duecento anni, in questo caso particolare. E c’è tutta la mediocrità e l’inadeguatezza di una classe dominante che da troppo tempo prospera sul proprio ruolo di internediaria tra un potere esterno e lontano da una parte e un territorio e un popolo dall’altra. Territorio e popolo concepiti esclusivamente come oggetti privi in sé di alcuna rilevanza, se non nella misura in cui li si può spolpare per il proprio tornaconto.

Sta ai sardi, a tutti noi, decidere se è questo il modello di convivenza con cui vogliamo affrontare la transizione storica in cui siamo già immersi, o se sia il caso di darci una mossa per cambiare drasticamente tanto il nostro orizzonte politico e culturale quanto i nostri paradigmi pragmatici.