L’eredità di un grande sardo. In memoria di Giovanni Lilliu

Giovanni Lilliu con Mialinu Pira

Giovanni Lilliu muore appena in tempo per risparmiarsi la disgustosa vagonata di retorica servile destinata ad ammorbare l’aria nei due giorni della visita in Sardegna di re Giorgio. Se doveva scegliere un momento, la vecchia volpe della Marmilla ha scelto quello giusto.

Giovanni Lilliu era un antiretorico e una mente acuta. Molto “democristiano”, per certi aspetti, ma senza alcun fariseismo. Tutt’altro. La sua parabola umana, accademica e politica ha il crisma della grandezza, quella speciale condizione per la quale anche gli errori diventano segno di nobiltà.

E di errori Giovanni Lilliu ne ha fatto e ne ha generato, non c’è che dire. Ma il peggio di lui in realtà è ciò che la sua ingombrante figura non ha detto, non fatto o non ha lasciato fare.

Sia dal punto di vista scientifico sia da quello politico Giovanni Lilliu è una figura dialettica, molto moderna. A scoperte e visioni rivoluzionarie ha alternato, in un modo sorprendentemente fluido, narrazioni conservative e chiusure di orizzonte. Nei suoi scritti si può trovare più di una ragione per perseguire una prospettiva politica radicale, di indipendenza e autodeterminazione della Sardegna così come, con altrettanto peso, buone ragioni per considerarlo un percorso folle e pericoloso. Tipico di tanti grandi uomini della sua generazione, questo.

In fondo Giovanni Lilliu è l’emblema del Novecento sardo e dell’egemonia sardista che lo ha denotato. Orgoglio, esaltazione del nostro passato (quello più remoto, preferibilmente), rivendicazione di sé e del proprio posto nel mondo, ma in un’ottica chiusa, da minoranza che chiede tutela e integrazione, non da collettività storica portatrice di una propria soggettività da dispiegare compiutamente. Una sorta di nazionalismo di secondo livello, consolatorio e autoassolutorio, che non deve mai mettere in discussione gli assetti di potere, i rapporti di produzione e riproduzione tanto materiali quanto immateriali.

Dunque Lilliu ha rappresentato sia una fonte di innovazione sia una fonte di conservazione. Quest’ultimo aspetto, di fatto, è quello che ha prevalso. Forse anche a dispetto delle sue reali intenzioni. In campo archeologico intorno alle sue teorie e ai suoi scritti si è formata una scuola molto somigliante a una setta religiosa. Si è generata una dogmatica difficile da mettere in discussione se non al prezzo di essere etichettati come eretici, dunque privi di credibilità. Ciò anche quando l’apparato teorico messo in piedi da lui e dai suoi discepoli più “osservanti” mostrava già molte e insuperabili incongruenze.

Se una grande teoria o una scoperta o qualsiasi produzione di tipo scientifico viene sottratta al processo di validazione/falsificazione, perde la propria scientificità. La rinuncia a percorrere strade diverse da quelle tracciate dal maestro ha privato l’archeologia sarda di preziosi contributi e l’ha relegata in un cantuccio provinciale e autoreferenziale proprio nel momento in cui doveva aprirsi al mondo, con una forza potenzialmente dirompente.

Lo stesso dicasi per le posizioni politiche di Lilliu. Nei suoi scritti, nelle sue dichiarazioni si intravvedono le premesse per una nuova visione di noi nel mondo ma allo stesso tempo si riscontra la costante volontà di incanalarle in un ambito asfittico e sterile: quello autonomista. Le conclusioni non sono mai all’altezza delle premesse e spesso non ne sono nemmeno la conseguenza letterale e coerente. Alla pulsione per l’esistenza libera e storicamente compiuta dei sardi Lilliu preferì l’esaltazione della nostra presunta “costante resistenziale”, vero monstrum teorico dal peso devastante, sul nostro immaginario collettivo, fonte di magalomanie così come di autorazzismo, fondamento di identificazione etnocentrico e al contempo debilitante.

Così, è facile per l’apparato conservativo sardo – ossia l’intreccio di rendite di posizione, interessi, centri di potere, che lucra sulla nostra subalternità – piangere il grande accademico come un padre, anche laddove egli stesso non si sarebbe forse sentito di riconoscere tale progenie come propria.

Renderebbe maggior merito all’esistenza di questo grande sardo salvaguardarne l’enorme patrimonio intellettuale estraendone e tramandando le sue parti più libere e liberanti, la sua forza propulsiva, la sua finezza di intelletto e di parola, la voglia di confrontarsi alla pari col mondo, da soggetto della propria storia collettiva, e non come mero oggetto in mani altrui.

È un lutto, quello che ha colpito la Sardegna. La perdita di un padre. Ma non è un’occasione di tristezza. Giovanni Lilliu ci mancherà, è inevitabile. E tuttavia sappiamo che la sua è stata una vita lunga, ricca e ben degna di essere vissuta. La migliore riconoscenza nei suoi confronti sarà quella di renderne feconde le scoperte e le idee. Per un futuro non troppo lontano in cui i sardi possano essere liberi e responsabili di se stessi, senza complessi di inferiorità, senza dover per forza resistere, ma semplicemente per esistere come tali, nel tempo e nello spazio, insieme agli altri popoli del mondo.

Adiosu, babbu mannu. Cun sas animas de sos mannos nostros, chi sias!