Manipolazione ideologica

Tutto quello che pensiamo, crediamo, professiamo ha un’origine fuori di noi. Non esiste sentimento, opinione o scelta che discendano dalla nostra volontà e dalla nostra sfera individuale. Come animali sociali, e animali sociali che hanno sviluppato un linguaggio verbale, le nostre stesse percezioni sono il risultato di vari elementi per lo più esogeni, originati fuori di noi, e della loro interazione.

Questo giusto per riassumere e banalizzare qualcosa che qualche secolo di filosofia è arrivato a spiegare e sintetizzare in teorie scientifiche nell’ambito di varie discipline, specie nel corso del Novecento.

Perché ne accenno? Perché in questi giorni sto riflettendo su una ricerca dell’Università di Cagliari e dell’Università di Edimburgo finanziata dalla Regione Sardegna, volta a definire specialità e differenziazione nei processi di identificazione dei sardi (e degli scozzesi). Si riponde a un semplice questionario e si forniscono così i dati che poi saranno elaborati per trarne delle risposte scientifiche sul tema.

Per chi affronti le domande del questionario con un minimo di cognizione di causa, salta all’occhio che si tratta di un’operazione abbastanza sospetta, sia in termini metodologici, sia in termini politici. Si applicano qui dei frame concettuali, delle cornici interpretative, che vengono poste come assiomi, come basi non suscettibili di dimostrazione. In più tali premesse sono taciute, non esplicite. Si restringe la possibilità di scelta dentro un campo di significati e di connotazioni che rimanda a una ben precisa, anche se implicita, posizione ideologica.

Ciò comporta che il questionario è orientato in partenza e che i risultati ne saranno inevitabilmente condizionati.

Facciamo un esempio. Mettiamo a confronto due domande.

Quanto, da 1 a 10 (dove 1 = poco e 10 = molto), questi elementi identificativi la fanno sentire “sardo”?

  • Cultura/tradizioni sarde
  • Cucina sarda
  • Storia sarda
  • Lingua sarda
  • Territorio sardo
  • Personalità importanti (es. Grazia Deledda, Zola, etc.)
  • Elementi politici/istituzionali sardi

Già solo analizzando questa domanda senza un termine di paragone è evidente come si orienti l’opinione. Quest’elenco è esautivo? Sicuramente no. Sono state selezionate delle possibilità, tra altre. Questa scelta non è affatto neutra. Così come non è neutro il modo di porgere le varie opzioni. Se si usa la lingua sarda come marcatore identitario si esclude qualcos’altro. Per esempio che un gallurese o un carlofortino o un algherese possano sentirsi sardi in base alla loro lingua minoritaria e non a dispetto di essa. La voce “Elementi politici/istituzionali sardi” poi è difficilmente interpretabile. Si fa riferimento alle istituzioni regionali? Ai partiti politici? Probabilmente a tutto ciò insieme. Ma in che senso ci si può identificare come sardi, sulla base di questo elemento? Non c’è qui uno sbilanciamento in favore dell’idea di autonomia regionale? Secondo me, benché del tutto sotto traccia, questa connotazione c’è. E vediamo subito perché.

Il meglio viene dal raffronto di questa domanda con quella reciproca relativa all’Italia.

Quanto, da 1 a 10 (dove 1 = poco e 10 = molto), questi elementi identificativi la fanno sentire “italiano”?

  • Cultura/tradizioni italiane
  • Cucina italiana
  • Storia italiana
  • Lingua italiana
  • Territorio italiano
  • Personalità importanti (es. Dante, Leonardo Da Vinci, etc.)
  • Elementi politici/istituzionali italiani

Non so se risulti evidente a tutti, ma qui c’è un vero capolavoro di manipolazione. Il sardo medio, almeno quello sufficientemente alfabetizzato (anche in senso informatico) da riuscire a compilare il questionario, non può evitare di istituire un immediato confronto di valore tra i due quesiti e le loro opzioni. Così se da un lato è esaltata la valenza folkloristica e “regionale” dei marcatori identitari sardi, dall’altro è esaltato il livello superiore degli analoghi marcatori identitari italiani.

Questo si evince facilmente da tutte le opzioni ma è del tutto palese e scoperto nel caso della valutazione a proposito delle “personalità importanti”. Da un lato chi si identifica soprattutto o in via esclusiva come sardo può contare sul cliché della scrittrice che tutti abbiamo di malavoglia dovuto leggere a scuola “perché sarda” e su… un calciatore. Dall’altra ci sono due personaggi anch’essi ben conosciuti a chiunque abbia frequentato la scuola, ma proprio per questo caricati di un valore decisamente maggiore. Cosa può Gianfranco Zola contro Leonardo da Vinci? La scelta esemplificativa è chiaramente orientata.

Anche la voce relativa alle istituzioni e alla politica, alla luce di questo raffronto, si rivela scopertamente manipolatoria. Sappiamo bene che in Sardegna l’immaginario collettivo è in larga parte condizionato dalla televisione italiana. La televisione “nazionale”. Quella è la principale fonte di informazioni per i sardi, specie di informazione politica. Ciò che passa da quel medium è di livello superiore e sopraordinato. Istituzioni, decisioni e personagi della politica italiana sono interiorizzati dai sardi come “più importanti” già solo per il medium che li impone alla nostra attenzione e per il livello a cui agiscono. Un confronto “di valore” tra istituzioni e politica sarde (locali, regionali) e italiane (nazionali, internazionali) non può che portare a far prevalere le seconde in una implicita gerarchia di valore.

Quelli che precedono sono solo dei casi puntuali. Lo stesso discorso si potrebbe estendere ad altri quesiti e, nell’insieme, all’intero questionario.

Il problema è che esiste e incombe su di noi un dispositivo ideologico ben più ampio e complesso, pervasivo, di cui questo questinario è una esemplificazione molto efficace, banché marginale. Marginale ma dal peso specifico notevole, dato che la pretesa scientificità dell’operazione ne rafforza il potere egemonico.

Di questo stiamo parlando, infatti: della cara, vecchia egemonia culturale di gramsciana memoria. Anche laddove ci si chiede di definire la nostra identificazione profonda se ne condiziona l’espressione, finendo per conformarla a una sfera di significati, valori e idee apparentemente emersi dall’interiorità di ciascuno ma in realtà pesantemente condizionati da meccanismi di dominio i cui contorni e il cui funzionamento ci sfuggono.

Bisogna esserne consapevoli, quando ci si chiede come mai in Sardegna possano manifestarsi dinamiche tanto palesemente assurde e autolesioniste. Provate a spiegare la questione delle servitù militari, la vertenza entrate, le carenze infrastrutturali, il ricatto occupazionale, le speculazioni affaristiche, ecc. a un non sardo. La reazione è di incredulità. E anche voi stessi, mentre raccontate, vi rendete conto di quanto sia mortificante, patetico, persino ridicolo quello che invece in Sardegna accettiamo come inevitabile. Protestiamo, certo, mugugnamo, a volte scediamo in piazza: c’è qualcosa che non ci torna. Ma poi non si arriva mai alla radice delle questioni.

Una delle ragioni è che siamo prigionieri di una visione di noi stessi subalterna e orientata alla sottomissione remissiva. Persino la retorica dell’orgoglio è un elemento ideologico funzionale alla nostra subalternità.

Questa è la radice di molti mali ed è anche il meccanismo più difficile da smontare. A maggior ragione va affrontato, però. Non solo smascherandolo e rendendolo evidente, ma anche agendo per far sì che si inneschi un meccanismo diverso e alternativo. Non abbiamo molta scelta e purtroppo nemmeno molto tempo.