La letteratura italiana esiste solo in Sardegna

Ogni tanto ci si sveglia e si crede di aver fatto una scoperta clamorosa. Poi viene fuori che se ne parla da cinquant’anni e solo noi non ce n’eravamo accorti. Sicuramente è successo anche a me. Mica si può sapere tutto, del resto. Ci si prova, ma i limiti oggettivi del software e dell’hardware (diciamo così) sono difficili da superare.

Perciò, nessuno stupore se riemerge la questione richiamata in un pezzo su Sardegna24 di un paio di giorni fa. Pare che qualcuno, timidamente, rispolveri un approccio un po’ più serio e meno ideologico del solito alla vexata quaestio della letteratura italiana in connessione con la questione linguistica. Niente di nuovo, in realtà. Perché la questione linguistica non c’è solo in Sardegna. In Italia è (sarebbe) ancor più problematica e in certo senso drammatica, se solo fosse nell’agenda dei temi importanti da affrontare, almeno a livello accademico e intellettuale. Magari – può obiettare qualcuno – non nell’anno degli sbrodolamenti patriottici sui pessimi 150 anni dell’unificazione italiana. E invece forse proprio l’eccesso pornografico di retorica patriottarda genera effetti di risposta in senso contrario.

La letteratura italiana in Italia non esiste, dunque. O quanto meno si tratta di un assemblaggio fortunoso e poco coeso, a costante rischio di disgregazione. Per fortuna, mi viene da riflettere, che come sempre ci pensa la Sardegna a salvare l’Italia. Assassinando se stessa, chiaramente.

Ci troviamo infatti di fronte a uno strano paradosso: mentre in Italia si mettono in discussione i fondamenti storici e critici della pretesa esistenza di una nazione italiana – e dunque della attribuzione forzosa a tale ambito fittizio di qualsiasi produzione culturale avvenuta entro i suoi confini politici convenzionali – in Sardegna si insiste da un lato nelle celebrazioni compulsive della nostra italianità, con tanto di sceneggiate antistoriche, e dall’altra si pretende che la letteratura sarda in italiano sia per forza e senza dubbi letteratura italiana a tutti gli effetti. I sostenitori delle due tesi sono ideologicamente in rapporti di apparente e insanabile opposizione. Da un lato i sardi-italiani o italiani di Sardegna; dall’altra i para-nazionalisti della limba, dell’identità, del purismo etnocentrico.

Insomma, siamo bravissimi a farci del male da soli, come sempre. Che sia a causa della diffusa sindrome dello zio Tom, o di certa testardaggine tutta sardignola, che porta a difendere la propria posizione anche quando si riveli totalmente indifendibile, fatto sta che chi voglia semplicemente applicare una sana e liberatoria critica ai dispositivi concettuali e ai materiali mitologici, su cui si fonda l’impostura della nostra identità “regionale” speciale e bisognosa di tutela, si trova preso in mezzo tra questi estremismi apparentemente opposti e invece perfettamente complementari. Complementari perché di per sé insussistenti: si possono reggere solo reciprocamente.

Una delle aggravanti è che spesso si esercitano in questo gioco perverso anche menti dotate, intelligenze non da poco. Non sarebbe preoccupante, il fenomeno, se ne fossero protagonisti solo i nostri politici più ignoranti e servili o la nostra inutile e conformista accademia. Ed è questo uno dei mali più grandi: molte risorse intellettuali sarde sono appaltate a centri di interesse o a ambiti ideologici che vedono nella Sardegna e nei Sardi dei meri oggetti di attenzione, se non di speculazione (e non solo in senso teorico).

Anche da questo male – meno accessorio e di poco conto di quanto sembri – dovremo liberarci, se abbiamo a cuore la sorte generale della nostra terra e di chi ci vive.