L’editto delle chiudende

Nel 1816 il console francese in Sardegna annotava in una relazione sullo stato dell’Isola quanto gli sembrasse sorprendente che una terra “al centro della civiltà europea” e chiaramente dotata di diverse risorse fosse in condizioni tanto penose. Ne individuava le ragioni principali in tre elementi patologici: il governo (i Savoia, insomma), la chiesa e il feudalesimo.

Evidentemente ai Savoia qualcosa dovette arrivare all’orecchio. Non possedendo la lungimiranza e la generosità per auto-eliminarsi e non potendo di certo toccare santa madre chiesa, optarono per fare il classico giochetto gattopardesco di cambiare tutto per non cambiare niente. Autoattribuendosi la patente di grandi riformatori illuminati, solo quattro anni dopo la relazione del console francese succitata, provvidero a una vasta campagna di privatizzazioni (come si direbbe adesso). Vittorio Emanuele I nell’ottobre del 1820 promulgò il famigerato editto “delle chiudende”, con cui permetteva a chiunque (leggi, a chiunque ne avesse le possibilità materiali, ossia i ricchi) di acquisire la proprietà piena di qualsiasi porzione di territorio fosse riuscito a recintare. Incidendo in una realtà fatta di possesso indiviso della terra, di rotazioni e attribuzioni a sorteggio dei campi, con una vasta gamma di diritti civici annessi, tale misura così moderna e al passo coi tempi sancì la condanna alla povertà e agli stenti per un numero impressionante di famiglie, letteralmente dall’oggi al domani.

Da ciò derivò poi direttamente l’abbandono dell’agricoltura da parte dei neo proprietari “perfetti” a favore della destinazione all’affitto per il pascolo: rendita garantita senza alcuno sforzo, non abbisognando di investimenti produttivi. Il che si traduceva in problemi anche per i pastori stessi, specie per i piccoli allevatori, oberati da canoni crescenti e perennemente sotto ricatto dei più ricchi e potenti, cui finivano per cedere “il capitale” in cambio del servaggio. Tutto molto moderno, insomma.

Come se non bastasse, dopo alcuni anni, sotto Carlo Alberto, si procedette finalmente alla abolizione di quel che restava del regime feudale. Un’ottima e assolutamente necessaria misura, si dirà. Invece dapprima si procedette con una valutazione monetaria dei benefici feudali palesemente favorevole ai titolari dei medesimi, dopo di che venne fatto pagare il relativo riscatto proprio alle popolazioni fino a quel momento assoggettate. Non ne venne niente di buono, in definitiva. Almeno per la stragrande maggioranza dei sardi.

Questa vicenda, foriera di tanti drammatici sviluppi in senso economico, sociale, culturale e persino politico, mi torna alla mente oggi riflettendo sull’ennesima trovata del governo italiano. Per fare cassa in tempi di vacche magre il prode ministro Tremonti si inventa un nuovo editto delle chiudende. Questa volta più moderno e innovativo di quello partorito dai giureconsulti savoiardi nell’Ottocento. Si potranno privatizzare addirittura gli arenili, le fasce costiere, il demanio.

Lasciamo pure stare le riserve generali sulla correttezza giuridica di una simile misura (sollevate sia in sede europea, sia dai costituzionalisti italiani), bisogna rilevare che oltre tutto essa è articolata in modo tale da favorire – al solito, si potrebbe dire – furbi e disonesti, costruttori abusivi e malintenzionati di ogni risma. La consolatoria giustificazione dovrebbe essere che così si salveranno gli imprenditori italiani che investono sul turismo balneare, a discapito dagli stranieri (nazionalismo e protezionismo d’accatto e fuori luogo, in chi professa una fede cieca nel capitale e nella libertà di impresa, ma va be’).

Quanto ce ne possa importare a noi, in Sardegna, degli interessi degli investitori italiani (tipo il Briatore di Capriccioli, ad esempio) non è facile stabilirlo. A occhio, considerando che appunto molti possibili cementificatori delle nostre coste arrivano da oltre Tirreno (a cominciare dal capo del governo), poco o nulla. Sarà l’ennesimo saccheggio di una nostra risorsa, per altro non sostituibile né rinnovabile. Non bastavano le servitù militari e i disastri già fatti o in procinto di essere fatti (vedi Capo Malfatano e il Gruppo Marcegaglia, tanto per dirne uno) a romperci gli zebedei?

E vedrete che il solerte e valoroso governo regionale saprà farsi valere anche in questa circostanza e cogliere la palla al balzo per eliminare piani paesaggistici e vincoli di ogni sorta. Beninteso, in nome del progresso, dello sviluppo e della prosperità. Di chi, non si sa. O si sa fin troppo bene.  Ma tant’è.

Quando si dice, niente di nuovo sotto il sole. Ma possibile che questo eterno ritorno dell’uguale riguardi sempre le schifezze?