La Sardegna e l’unificazione italiana: un problema storico

Articolo uscito sul n. 30 di Sardegna Mediterranea

Premessa

Le celebrazioni dei centocinquant’anni di unità italiana sollecitano una doverosa riflessione storica e politica sul significato che tale processo ha avuto e ha ancora per i sardi. Per tutti i sardi, come collettività umana portatrice di una propria vicenda storica, in tutte le sua componenti: politiche, certo, ma anche culturali, economiche, sociali, artistiche, ecc. Andrebbero dunque rivisitati criticamente i fondamenti del processo di unificazione statale italiana, nonché le sue conseguenze concrete relativamente alla nostra partecipazione a quei fondamenti e agli effetti che su di noi hanno storicamente avuto quei processi e quegli eventi. Infatti si da troppo per scontata una visuale dominante che invece rappresenta solo una delle narrazioni possibili. Non necessariamente la più corretta, o esaustiva. Una visuale che privilegia la prospettiva nazionale e nazionalista italiana, ideologicamente assunta come l’unica legittima e l’unica storicamente valida, dentro la quale sia indispensabile inserire, a qualsiasi costo si direbbe, la storia della Sardegna. Tuttavia, come appare evidente, questa è una pretesa egemonica, frutto di un apparato concettuale finalizzato più al consenso che alla verità storica, che di per sé non ha dunque nulla di scientifico. Eppure è quella che va per la maggiore, senza che si riesca, se non in termini altrettanto ideologici ma di segno opposto, a contrapporle un discorso banalmente corretto, sia nel metodo, sia nei contenuti, sia nelle conclusioni.

Proviamo dunque a tratteggiare alcuni elementi di questa critica alla retorica e alla dogmatica dell’unificazione italiana da un nostro possibile punto di vista.

I fondamenti del processo unitario italiano e la Sardegna

Il discorso dominante circa l’unificazione italiana pone come principi e come momenti fondativi alcuni passaggi storici ritenuti decisivi nella formazione della comune identità italiana. Quest’ultima viene solitamente assunta come assioma, perciò non suscettibile di dimostrazione, né passibile di critica. Tali processi e passaggi storici sono: a) la comunanza di lingua; b) il Rinascimento; c) la diffusione del sentimento nazionale e il Risorgimento; d) la Prima guerra mondiale; e) la Resistenza. Esaminiamoli uno per uno.

a) La lingua italiana. Innanzi tutto la comunanza di lingua. Si pone grande enfasi a proposito del processo culturale che portò a identificare nella lingua di Petrarca e Boccaccio la matrice dell’italiano come lingua nazionale. Dico Petrarca e Boccaccio, e non Dante, perché la definizione dell’italiano come lingua, data a un momento preciso, il 1525, e a un evento specifico, la pubblicazione a Venezia delle Prose nella volgar lingua di Pietro Bembo. Da lì, quello che fino a quel momento era un volgare, contrapposto al latino e alle altre parlate locali, assurge al rango di lingua a tutti gli effetti. Lingua di cultura, letteraria in particolare, ma poi anche scientifica. Lingua di èlite. I modelli scelti sono appunto in prevalenza toscani e nello specifico soprattutto Petrarca e Boccaccio. Solo successivamente, con la codificazione dell’Accademia della Crusca (XVII secolo), l’ambito di riferimento e le fonti linguistiche si allargheranno, sia pure a rilento e a fatica, ricomprendendo altri autori. Tale processo di codifica e normalizzazione arriverà fin dentro la nostra epoca contemporanea, tanto che tra Otto e Novecento il dibattito sulla lingua nazionale degli italiani sarà ancora ben vivo (Durante, 1981).

Il problema per noi è il seguente: possiamo legittimamente sostenere che i sardi condividano con altri questo processo di costruzione identitaria? Lasciamo perdere quanto esso fu condiviso dagli italiani stessi. Sul punto sarebbero lecite delle obiezioni (De Mauro, 1963; Salvi, 1975). Rimaniamo su di noi. Ebbene, sembra del tutto impossibile sostenere onestamente che il processo di riconoscimento collettivo nella lingua italiana sia stato sentito e vissuto dai sardi come proprio. Ricordiamo ad esempio con quanta ostilità, nel corso del Settecento, venne accolta in Sardegna, da parte dell’èlite intellettuale, la decisione del governo sabaudo di adottare l’italiano (contro lo spagnolo) come lingua degli atti ufficiali (Sotgiu, 1984; Brigaglia et al., 2002). Per venire ai giorni nostri, è comunemente accettato che l’italiano sia diventata in modo diffuso una lingua “dei sardi” praticamente solo tra anni Sessanta e anni Settanta del secolo scorso (Pira, 1968, 1978). Il che è avvenuto grazie alla scolarizzazione di massa e all’accesso ai mass media, specialmente la televisione. Al di là delle valutazioni culturali e politiche su tale processo, la sua cronologia non sembra suscettibile di dubbi. Questo primo tassello dell’italianità, questo primo mattone della costruzione politica italiana, non sembra dunque appartenerci più di tanto.

b) Il Rinascimento. Un altro elemento decisivo posto a base dell’unificazione italiana è il grande fenomeno culturale del Rinascimento. Rinascimento inteso come processo generalizzato, riguardante l’intero mondo culturale, l’immaginario collettivo, l’armamentario mentale diffuso, nonché le realizzazioni concrete (artistiche, intellettuali, scientifiche, ecc.). Una visione del mondo condivisa. La sua peculiarità “italiana”, del resto, è unanimemente riconosciuta, a livello storico, così come la sua influenza diretta o indiretta sull’intero sistema culturale europeo (Panowski, 1967).

La Sardegna, nel corso del XVI secolo, era ormai entrata a pieno titolo nell’orbita politica e culturale iberica. I lunghi decenni di sospetto “etnico” e di subalternità anche giuridica dei sardi, seguiti alla conquista catalano-aragonese prima e alla rivolta di Leonardo di Alagon poi, si concludevano con un pieno riconoscimento della popolazione isolana nell’ordinamento del Regno di Sardegna, entro la corona iberica, ormai imperiale1. Uno dei risvolti di questo processo fu una pervasiva iberizzazione della cultura e dell’arte in Sardegna (Manconi, in Brigaglia-Mastino-Ortu, 2002). L’idea prevalente in storiografia circa una presunta assenza dalla Storia della Sardegna spagnola nasconde in realtà la più banale circostanza che la storia della Sardegna e dei sardi in quel periodo non era strettamente legata alle dinamiche in corso sulla penisola italiana. E tuttavia le testimonianze artistiche sarde tra Cinque e Seicento hanno una loro dignità, a volte non disprezzabile, pur afferendo a un ambito simbolico e iconografico e a una sensibilità diversi da quelli propriamente rinascimentali (Manconi et al., 1993).

c) Il Risorgimento. Il processo politico, bellico e anche culturale che portò la penisola italiana a diventare uno stato unitario è naturalmente il momento topico di questo discorso. Tra il crescente appello degli intellettuali illuministi e poi romantici a una comunanza “nazionale”2, le guerre di indipendenza e l’annessione degli altri stati italici da parte del Regno di Sardegna sabaudo corre un legame forte, benché non ci sia una ferrea causalità diretta. Altrettanto innegabile è lo sforzo successivo al 1861 per “fare gli italiani”, come diceva Massimo D’Azeglio, dopo aver “fatto l’Italia”.

Nel corso del XIX secolo, tuttavia, la Sardegna era presa da tutt’altre faccende. A parte le necessità di integrazione della classe dominante sarda negli apparati di potere del regno sabaudo (che porterà alla richiesta di Unione Perfetta tra la Sardegna e gli altri territori del regno nel 1847), la popolazione, ben lungi dal sentirsi in qualsiasi misura italiana, era presa da altre questioni. Le reazioni all’editto delle chiudende (1820) e alla imposizione del pagamento del riscatto dei feudi soppressi (1838), così come le reiterate rivolte contro l’abolizione dei diritti comunitari e degli usi civici; la crescente subalternità economica a un regime di tipo coloniale; la repressione militare (fino alla “Caccia Grossa” del 1899; Brigaglia, 2002); le prime istanze autonomiste, da metà Ottocento, e poi indipendentiste, dal primo Novecento (Birocchi, Cardia, in AAVV, 1998); questi sono i fenomeni e i processi che si svilupparono in Sardegna durante il periodo Risorgimentale e la fase di assestamento del nuovo stato unitario. Non risulta affatto che al percorso risorgimentale i sardi abbiano partecipato attivamente e in massa. L’hanno semplicemente subito. Non come oggetto passivo di una annessione (o conquista, come sostengono alcuni storici neo-borbonici, riguardo l’unificazione degli stati della penisola italiana), ma come sudditi periferici dello stato che guidò tale processo politico (Sotgiu, 1984, 1986; Ortu, 2002). In questa fase si canonizzò l’identità sarda secondo stereotipi “orientaleggianti”, “semitici” (Bresciani, 1850), cui offrì supporto “scientifico” la nota teoria antropologica positivista circa un’indole speciale, in certe zone chiaramente delinquenziale (Niceforo, 1897), della genia sarda. La codificazione folklorica di usi e costumi, la normalizzazione “regionale” delle tradizioni popolari e il ridimensionamento a dialetto della lingua (contro cui si esprimeva con enfasi lo stesso Gramsci; Fiori, 1966) accompagnarono l’inserimento forzoso dei sardi nell’alveo dell’italianità, senza che tuttavia fosse mai presa seriamente in considerazione la loro appartenenza alla stirpe italiana.

d) La Prima guerra mondiale. Questo apparato ideologico e politico entrò in crisi con la Grande Guerra. Mentre in una certa misura il conflitto fece sì che tanti italiani si riconoscessero come tali, al di là delle rispettive provenienze, in virtù della forzosa comunanza di vita e del sacrificio condiviso, i sardi ne trassero invece l’impulso a ri-identificarsi prima di tutto come sardi, come un’entità collettiva diversa. Che la Prima guerra mondiale sia enumerata tra gli eventi che sancirono l’identificazione nazionale italiana è dunque altamente e paradossalmente significativo, per noi. Quello che per gli altri fu un momento di crescita del senso di appartenenza condiviso, per i sardi significò un fortissimo momento di allontanamento identitario dall’Italia, di coscienza del proprio essere altro.

Una identità altra, dunque, e tuttavia perdente, priva di una propria forza civile e morale da esprimere, bisognosa della tutela e dell’aiuto di una civiltà superiore, come andava teorizzando uno dei leader dei reduci dal conflitto, Camillo Bellieni. Il sacrificio dei sardi al fronte era considerato un lasciapassare per accedere, pur immeritevoli, a questa superiore civiltà e pretenderne riconoscimento e sostegno (Sedda 2007, 2010). Quanto poco si possa considerare la Grande Guerra come un momento di crescita del sentimento di italianità tra i sardi, in ogni caso, è del tutto evidente.

e) La Resistenza. Il riscatto storico, civile e morale rappresentato dalla Resistenza al nazifascismo e la costituzione repubblicana che ne scaturì come frutto politico sono certamente elementi fondanti decisivi per la coscienza comune degli italiani. O almeno, dovrebbero esserlo. Sappiamo che invece per una larga fascia di popolazione, se mai lo sono stati, ora non lo sono più. Nondimeno, storicamente, quella fase è stata molto significativa e ha rappresentato uno dei momenti più alti, se non il più alto in assoluto, della storia italiana unitaria.

In tale fase, l’apporto e la partecipazione dei sardi sono stati sporadici e individuali, non hanno dunque avuto la portata di un processo collettivo. Molti militari sardi dopo l’8 settembre 1943 furono internati dai tedeschi nei campi di prigionia. Altri si associarono in vario modo e a vario titolo alle formazioni partigiane, in Italia e su altri fronti. La Sardegna, dopo aver subito ingenti danni dal conflitto, specie per via dei bombardamenti alleati, uscì presto dalle operazioni belliche, senza pagare il pegno di una transizione violenta. Le truppe tedesche lasciarono l’Isola senza combattere, per raggiungere la Corsica (dove invece avrebbero incontrato una forte opposizione armata). I tentativi fatti da Emilio Lussu di aprire un fronte isolano contro i nazifascisti vennero frustrati a più riprese dai comandi alleati (Fiori, 1985). La Sardegna non fu coinvolta nella Resistenza, dunque. Anche questo momento decisivo della storia e dell’identità italiana, insomma, non ci vide come protagonisti attivi e collettivamente partecipi. Non sedimentò dunque nel nostro immaginario comune come elemento costitutivo della nostra identificazione.

Conclusioni

L’appartenenza dei sardi all’Italia, intesa come nazione (in senso moderno), come orizzonte culturale, linguistico, simbolico, è un costrutto molto recente e molto superficiale. È dovuto in grandissima parte all’azione pervasiva e (si potrebbe dire) monopolistica della scolarizzazione di massa e dei mass media, in primis della televisione. Data insomma dal secondo dopoguerra e in particolare dagli anni Sessanta del Novecento in poi. Ma già la prima generazione di sardi che dopo la guerra ebbe accesso ai gradi superiori di istruzione e formò la classe intellettuale di quegli anni si pose dei problemi di natura identitaria. In svariati ambiti: dal diritto (A. Pigliaru), all’antropologia contemporanea (M. Pira), all’archeologia (G. Lilliu). Prese corpo e si sviluppò la “questione linguistica” (ancor oggi irrisolta). Ebbe compimento la crisi del primo sardismo e dalle sue ceneri emersero le nuove istanze identitarie, neo-sardiste e indipendentiste, i cui esiti (per diretta discendenza o per opposizione) in qualche modo caratterizzano ancora il nostro panorama politico.

In tutti questi fenomeni culturali, intellettuali e politici l’italianità dei sardi (posto che in generale esista qualcosa che si possa definire “italianità”) è costantemente e più o meno profondamente revocata in dubbio, quando non apertamente messa in discussione. Si tratta dunque di prendere atto serenamente di questa nostra condizione storica ambigua e di discernere le sue ragioni, le sue problematicità. Ci sono nodi da sciogliere, nodi che sarebbe facile districare attraverso il libero esercizio delle facoltà critiche, se troppo spesso non si avesse timore delle conseguenze politiche che potrebbero discenderne. Da qui la reticenza o l’adesione passiva a modelli ideologici dominanti di tanta parte del nostro mondo accademico, intellettuale, mediatico e politico.

E tuttavia i problemi che non si affrontano non si risolvono da sé. Questa rimozione ha un peso evidente nella condizione precaria del nostro vivere quotidiano, nella crisi in cui versa – sembrerebbe da sempre – la nostra collettività. Ma non si tratta di una condizione inevitabile, come non è inevitabile essere un perenne oggetto storico e mai un soggetto collettivo a tutto tondo, aperto verso il mondo.

Sarebbe un ottimo, anche se forse paradossale, risultato se le celebrazioni dell’unificazione italiana fossero l’occasione per riappropriarci di una nostra narrazione, generata dal nostro sguardo e pronunciata con la nostra voce. Senza sudditanze e complessi di inferiorità.

Note

1Fanno ancora una certa impressione le lapidi ben visibili in Castello, a Cagliari, relative all’accoglienza riservata a Carlo V nel 1535 e le altre intitolate o dedicate a questo o quel re di Spagna, imperatore dell’orbe terracqueo e re di Sardegna.

2Per esempio A. Manzoni, che nell’inno Marzo 1821 inserisce i celebri versi: Una gente che libera tutta, O fia serva tra l’Alpe ed il mare; Una d’arme, di lingua, d’altare, Di memorie, di sangue e di cor.

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