Amare ricorrenze

Cento anni fa accadevano cose che dovrebbero suonarci familiari. L’Italia si avventurava nella guerra in Libia, operazione smaccatamente coloniale, con relative atrocità annesse (e documentate). Tripoli bel suol d’amore e baggianate varie coprirono la realtà di una guerra crudele, razzista, condotta senza alcuna pietà per le popolazioni civili. Poco di questo risulta nella retorica patriottarda che sta ammorbando l’opinione pubblica italica, di questi tempi. In Sardegna più che altrove, purtroppo.

Che cento anni dopo la Libia si trovi di nuovo in guerra e con l’Italia di mezzo, non è esattamente un ricorso storico di cui gloriarsi, per gli italiani. Già la volta precedente, in effetti, non mancarono le voci critiche, al di sopra del chiacchiericcio giornalistico e delle meschinità politiche.

Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata.

Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature straniere, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il Paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità? La risposta a queste domande non potrà essere molto lusinghiera per la nostra generazione.

«Ma i nazionalisti e i gazzettieri tripolini sanno tutto. Per essi una notizia, vera o fallace che sia, purché risponda ai loro preconcetti, è sempre buona, e va subito messa in circolazione senza ritardo».

(Gaetano Salvemini e altri, Come siamo andati in Libia, “La Voce”, Firenze 1914)

In quella circostanza si cominciò anche a sperimentare un’altra novità, che ci riguarda direttamente. In Sardegna non erano affatto sopite le polemiche circa la pubblicazione del romanzo Caccia Grossa, di Giulio Bechi, sulla spedizione militare contro il banditismo dell’estate 1899, così come non erano affatto sopiti i malumori dovuti alla dura repressione delle manifestazioni popolari contro il caro-vita e contro le pessime condizioni di lavoro (Buggerru 1904, Cagliari e dintorni 1906). Circolavano voci insistenti che esortavano a una sorta di lotta di liberazione nazionale, gli umori popolari cominciavano ad essere irregimentati in una visione politica più meditata, benché ancora embrionale, da parte degli intellettuali dell’epoca, specie giovani e “precari”.

Proprio in quel fatidico anno 1911 si celebravano i cinquantanni del giovane Regno d’Italia (come oggi si festeggiano i 150 dell’unificazione) e per esaltare le glorie nazionali non si era escogitato niente di meno che una grande esposizione internazionale (era la Belle Epoque, si faceva così!). Le tre capitali storiche, Torino, Firenze e Roma (Cagliari non c’era, prof. Casula!) ospitarono mostre, padiglioni ed eventi rievocativi.

Tra gli altri, la grande esposizione dei costumi tipici sardi. Una collezione di grande spessore quantitativo e qualitativo che non aveva mancato di attrarre i visitatori. La retorica che la accompagnava era quella dell’”esotismo domestico”, del buon selvaggio a portata di traghetto. Un po’ la stessa di cui si serviva in quegli stessi giorni Giulio Bechi per giustificare il proprio lavoro letterario sulla lotta al banditismo, presentandola come una avventura degna dei migliori spiriti italici, da svolgersi comodamente non in lontane terre coloniali, ma nella “nostra Patagonia”. Insomma, la Sardegna meglio dell’Abissinia.

Il tentativo di integrare l’esotica (e delinquenziale) razza sarda nel contesto “nazionale” italiano si serviva della nostra riduzione a fenomeno folcloristico “regionale”, anche per smussare la cattiva nomea di noi isolani “semitici”. La guerra in Libia offrì un’ulteriore occasione di riscatto etnico, consentendo ai tanti sardi senza risorse o inguaiati con la Giustizia di riscattare se stessi e la propria genia con l’arruolamento “volontario”. Da lì prende le mosse quell’altro mito tecnicizzato del sardo grande soldato, che avrà i suoi trionfi retorici con la Grande Guerra. Ancora non lo sapevano, gli ergastolani sardi che accettavano di andare ad ammazzare quella gente del deserto cui erano più affini che a molti commilitoni italiani, ma erano dei veri pionieri, degli apripista. I veterani della Libia saranno i primi eroi sardi sul fronte del Carso e dell’altipiano di Asiago.

Oggi assistiamo sconcertati (almeno io) alle dimostrazioni mediatiche e politiche di esultanza per l’utilizzo bellico delle basi militari in Sardegna. Neanche fosse un contributo diretto dei sardi alle operazioni! Posto che ci sia qualcosa di cui felicitarsi, nella partecipazione a una guerra… In tutto ciò l’unica cosa certa rimane il nostro ruolo subalterno e strumentale nei giochi politici e diplomatici mediterranei. Giochi altrui, beninteso. Eppure, questo ci fa sentire felicemente integrati, ben dentro la grande Storia, quella da cui saremmo esclusi, per nostra stessa natura, come sardi, senza la luce della superiore civiltà che ci viene dall’esterno. La solita tristissima retorica dell’orgoglio sardo accompagnato dalla voglia (destinata a rimanere insoddisfatta) di integrazione italiana. Uno spettacolo penoso.

Sarà il caso di rifletterci in questi giorni di delirio identitario e di festeggiamenti compulsivi e patetici da parte di tanti sardi-italiani?