Sardegna e unificazione italiana: la nazione rimossa

Il pezzo che segue è tratto dal sito di ProgReS

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di Maltinu Dibéltulu e Omar Onnis

In questi giorni in cui si sbandiera tanto la necessaria partecipazione dei sardi alle celebrazioni dell’unificazione italiana quel che non manca è la retorica. Una retorica che si avvale di tutti i meccanismi del peggior dispositivo propagandistico nazionalista. Una messinscena in grande stile, che non manca di riproporre i paradigmi di quella che Kerényi e Jesi chiamavano la “tecnicizzazione del mito”. In Sardegna, patria di ogni nonsenso storico e culturale oltre che politico, subiamo gli effetti di una doppia tecnicizzazione: quella che serve a giustificare e legittimare il processo storico dell’unificazione italiana e, insieme, dentro, quello che a tale ricostruzione strumentale e artificiosa aggiunge la partecipazione dei sardi a tale processo.

Da giorni, con un andamento crescente, assistiamo alla penosa recita di un rosario di luoghi comuni posticci, ragionamenti privi di qualsiasi logica, mere falsificazioni storiche. Tra chi proclama che i sardi debbano sentirsi partecipi all’epopea risorgimentale italiana perché a Caprera c’è la casa di Garibaldi, a chi convoca a testimonio della propria italianità, sia pure speciale, i nostri morti per il tricolore, è un affastellarsi di maldestri tentativi per accreditarsi a Palazzo per il gran ballo di gala, sapendo di non avervi titolo.

Ma in gran parte si tratta di processi si identificazione del tutto patologici, di patetici tentativi di rimozione, di negazione, come tali segnali di un grosso problema. Il filo conduttore nascosto dell’informazione che i media e le istituzioni sarde ci sottopongono in questi giorni è infatti il tema di un trauma, di un lutto, di un dolore tale che non ha lasciato a noi sardi altra scelta se non di dimenticarlo, di rimuoverlo. Analizziamo brevemente questo fenomeno da un punto di vista psicanalitico.

Questo trauma, noi sardi, lo abbiamo rimosso, e dal momento in cui lo abbiamo rimosso, quando abbiamo cercato le soluzioni per i problemi della nostra terra e del nostro popolo, a volte abbiamo pensato, e pensiamo ancora, di essere capaci di trovarle, nonostante queste soluzioni temporanee eliminino solo il sintomo del trauma. In realtà il problema alla radice non riusciamo ad eliminarlo, e quando gli stessi o nuovi problemi emergono, vengono ancora una volta condizionati e imprigionati dall’energia, dalla catarsi del nostro trauma iniziale. E nonostante questo trauma sia rimosso e finisca in qualche anfratto nascosto del nostro inconscio, e che quindi fatichi a tornare a galla alla coscienza, ogni volta che il meccanismo di censura della nostra coscienza stessa abbassa le difese, ecco che il rimosso ha la possibilità di risalire a galla.

Ma nel nostro caso il problema è che tornando a galla, l’oggetto rimosso dalla memoria è trasfigurato. E non solo è irriconoscibile alla nostra coscienza. La nostra coscienza stessa lo riconosce come se fosse la realtà delle cose. Perciò il problema che normalmente incontriamo è che ci illudiamo che quello che ricordiamo sia veramente la nostra esperienza passata, e che questo ricordo che riemerge sia la registrazione fedele della nostra memoria.

E sebbene continuiamo a rimuovere il trauma iniziale con precisione e costanza, con quella stessa azione del ricordare non facciamo altro che mettere in pratica ciò che in psicanalisi viene detto “coazione a ripetere”. Questo vuol dire che più cerchiamo di dimenticare, e più ci affidiamo alla nostra memoria come se fosse uno strumento infallibile, più l’energia prodotta da questa azione ci induce a ripetere la stessa esperienza traumatica, a commettere gli stessi errori nel nome di una memoria che è parziale e corrotta, sebbene essa si manifesti illusoriamente come registrazione fedele del nostro passato.

Ma lasciando per un momento la psicanalisi e tornando a noi, in parole spicciole, cos’è stato questo trauma nella coscienza dei sardi? E prima ancora, cos’è che è stato rimosso, che siamo ancora costretti a rimuovere, dalla nostra coscienza? In che modo, nel nostro tentativo di affermare la nostra identità nazionale, ripetiamo l’errore iniziale? Quale meccanismo s’innesca per cui la memoria ci tradisce, tirandoci brutti scherzi?

Il rimosso appena menzionato è proprio la “nazione”. Ma quale nazione? Si tratta della nazione sarda. Visto che questa nazione l’abbiamo dimenticata, o meglio, nella nostra memoria emerge trasfigurata, trasformata in qualcosa d’altro (la “nazione italiana”), adesso la domanda che potremmo porci è un’altra. Quanti di noi qui presenti, per esempio, ricordano la nazione sarda, o anche solo di aver letto o sentito la parola “sarda” assieme alla parola “nazione”? La nazione sarda, una nazione in cui in passato ci siamo riconosciuti come popolo, che abbiamo amato, che abbiamo criticato, che abbiamo governato, e per la quale abbiamo combattuto uniti in diversi momenti cruciali della nostra storia? Quanti di noi la ricordano?

Se pensiamo ai meccanismi di censura di cui abbiamo parlato poco fa, forse il fatto che non la ricordiamo significa che non sia mai esistita? Siamo veramente sicuri che non sia invece la nostra memoria storica recente, e il modo in cui ci siamo raccontati negli ultimi cento anni, o meglio, il modo in cui gli storici sardi hanno scelto di raccontare le storie del proprio popolo, che ci sta tirando qualche brutto scherzo?

E se invece la nazione sarda non la ricordassimo proprio perché è stata minuziosamente rimossa dalla nostra memoria storica? Potrebbe essere. Ma se non possiamo affermare che abbiamo rimosso la nazione sarda direttamente per via di un trauma, di un lutto, di un dolore che non riusciamo più ad affrontare, possiamo invece dire con sicurezza che questo trauma ha messo le condizioni primarie affinché il nostro inganno mnemonico si manifestasse. L’inganno lo troviamo nel trionfalismo del famoso motto diffuso dagli ideologi del sardismo: SA VIDA PRO SA PATRIA.

L’ambiguità di questa frase contiene la chiave di lettura del nostro trauma. Ovviamente, a meno che qualcuno in Sardegna non nutra ancora dei dubbi a riguardo, quella parola “patria” nel motto indica la nazione Italiana. Ma qual è il trauma? Se ci pensiamo un attimo, troveremo subito la risposta nelle parole che precedono la parola “patria”, nella frase “Sa vida pro sa patria”. Questo valore, un valore vissuto da moltissimi sardi che parteciparono alla Grande Guerra, un valore da loro pensato, creato, travagliato, ma che certamente non era un dato di fatto per tutto il popolo sardo, è il valore del “Sacrificio”.

E qui con la parola sacrificio richiamiamo il “sangue” sparso nell’orrore e nell’insensatezza della guerra, una guerra che ha accomunato migliaia e migliaia di giovani di tutta la Sardegna in una esperienza che nemmeno loro potevano capire fino in fondo, e che, con loro, ha gettato nel panico, nel dolore, e nel lutto tutte le famiglie della Sardegna di inizio Novecento. Quello che ha accomunato tutte le donne e gli uomini sardi senza eccezione in questo macello è il sangue versato, il sangue versato in un sacrificio che ha determinato l’incisione, sui nostri corpi stessi, delle tracce del sacrificio di sé e della propria nazione. Una nazione che è stata integrata in un’entità altra, in cui è rinata prigioniera, e noi assieme ad essa, di questo inganno mnemonico.

Che sia chiaro però, questa incisione non è avvenuta direttamente, ma tramite le narrative storiche che sono emerse in Sardegna e sulla Sardegna tra le due guerre mondiali che si sono cristallizzate nella coscienza che il popolo sardo ha di se stesso dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e fino ai nostri giorni. Queste sono le storie, le narrazioni che ci insegnano a scuola e che troviamo per la maggior parte sugli scaffali delle librerie. O meglio, per essere più precisi, è l’assenza delle storie che ci riguardano, delle nostre storie, quelle che danno senso alla nostra esistenza come popolo su quest’isola e nel mondo.

Abbiamo infine due elementi su cui riflettere: la nazione rimossa e la causa fondante della sua rimozione, ovvero il “sacrificio” dei sardi nella prima Guerra Mondiale. In questi giorni in cui si parla tanto di nazione, noi sardi dovremmo onestamente riflettere, cercando di sbarazzarci delle tecnologie degli storicismi nazionalisti, sulle domande: “Che cosa significa, oggi, quel sacrificio, per noi sardi?” E ancora: “Chi è stato sacrificato? Per chi?” “Questo sacrificio è forse servito a qualcosa?” “Come si riflette questo sacrificio sulla nostra vita odierna e sulle politiche culturali, sociali, ed economiche della nostra nazione, la nazione sarda?”

I nostri caduti, che la politica unionista sarda continua a strumentalizzare come il cordone ombelicale tra il popolo sardo e quello italiano, forse ci sono altri modi di ricordarli. Un modo diverso da quello ammantato dell’orgoglio del barbaro anelante la civiltà, così tipico del sardismo. Un modo di restituire dignità a speranze tradite da quelli stessi che le avevano generate, parlando di riscatto, parlando di conquista di una vita migliore.

Noi preferiamo ricordarli rievocando e ri-convocando al presente quella nazione in divenire che loro hanno conosciuto, quella nazione potenziale il cui futuro è stato interrotto e la cui memoria è stata rimossa da un secolo a questa parte. Perché il nostro futuro è aperto, e la decisione su come debba essere sta solo a noi. Sta a noi decidere se trasformare il ricordo, la rimembranza, in una pratica di guarigione e di amore per la nostra terra, verso i noi stessi del passato e del presente, e verso i sardi che vivranno dopo di noi. Sta a noi scegliere se perseverare nella rimozione patogena di noi stessi, avallando e promuovendo la nostra subalternità come se fosse il nostro destino ineludibile, oppure liberarci, liberare la nostra forza, i nostri talenti, le nostre risorse imbrigliate, per consegnare loro un nuovo orizzonte verso cui guardare, aperto e limpido come il nostro cielo, finalmente cittadini di una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente equa e moralmente degna.

Maltinu Dibèltulu & Omar Onnis