La sindrome del tamburino

Come si poteva facilmente prevedere, l’apparato culturale sardo si appresta ad essere in prima fila per salvare la faccia all’Italia. Fioccano contestazioni (pretestuose e poco comprensibili, a dire il vero) circa la festa dell’unificazione italiana prevista per il 17 marzo, ma ecco la notizia che dovrebbe riempirci di soddisfazione: la scuola sarda intende mobilitarsi per celebrare la ricorrenza nel migliore dei modi e sollecita un riconoscimento adeguato alla festività.

A leggere l’articolo della Nuova, non si direbbe che sia stata effettuata un’indagine seria, con i crismi della correttezza metodologica, eppure la sentenza pare scevra di dubbi. Si citano con una punta di ironia persino i temibilissimi “autonomisti”, tra i più convinti della necessità di celebrare l’unità italiana. Come se l’autonomismo sardo avesse mai messo in dubbio la sovranità italiana e la subalternità sarda. Questo rapporto diseguale ne è l’essenziale radice culturale e politica, come sappiamo: perché meravigliarsi, dunque? Orgoglio e integrazione sono i principi fondanti di autonomismo e sardismo. E vogliamo per caso mettere in discussione il sangue versato dai sardi per la Patria italica? Non sia mai!

Resta l’amaro in bocca per l’atteggiamento come sempre oppressivo e deprivante dell’apparato egemonico sardo. Sempre servile verso il centro da cui dipende la propria legittimazione, non riesce ad assumere altro punto di vista che quello del padrone. La cosa va al di là degli slogan, è una questione profonda, con conseguenze pratiche pesanti. Anche sulla nostra condizione materiale.

Saremo dunque i più fieri difensori di una unità italiana che non ci vede affatto tra i suoi protagonisti né tra i più coinvolti nei processi che l’hanno generata? Il rischio c’è.

Tuttavia, non so quanto sia profondo questo impulso e quanto a lungo potrà reggere al confronto con l’altra pulsione spontanea, la maturazione di una nostra identificazione collettiva come soggetto storico a sé stante.

Non sarà dal sistema mediatico-istituzionale che potremo attenderci aperture in tal senso, certo. Ma una buona fetta della società civile è già avviata verso un’altra direzione.

Il che, comunque, non significa che gli italiani che intendono celebrare la propria unificazione politica non abbiano tutte le ragioni per farlo. In questo senso fa abbastanza specie che siano proprio i leghisti, rappresentanti (parziali, certo) delle popolazioni che dall’unità italiana hanno tratto i maggiori vantaggi, a contestarne legittimità e portata storica. Ma sappiamo che l’Italia non brilla certo per la coesione nazionale né per la consapevolezza diffusa. Per fortuna che ci siamo noi, sempre pronti a sacrificarci per lei!