Recensione: BACHIS BANDINU, Pro s’indipendentzia, Nuoro, Il Maestrale, 2010

È un fatto assodato che la questione sarda – eterna incompiuta storica – abbia subito nel corso degli ultimi anni e degli ultimi mesi in particolare un mutamento di fase. L’esito delle elezioni amministrative del maggio scorso, il dibattito autunnale in consiglio regionale e quello sui media – anche quelli a grande diffusione, non solo sardi – hanno sancito l’uscita dal ghetto politico e teorico dell’indipendentismo, al di là di certe resistenze e di certi stereotipi che in qualche misura appesantiscono ancora l’approccio al tema.

Un contributo notevole alla chiarezza viene da questo breve saggio di Bachis Bandinu, la cui figura intellettuale non ha bisogno di molte presentazioni. Articolando il percorso testuale come una sorta di dizionario, Bandinu affronta problematicamente i termini (anche in senso lessicale, dunque) della questione, dal ruolo dei partiti, alla politica al femminile, dai concetti di identità e insularità a quello di “glocale” (globale + locale), facendo confliggere significati e interpretazioni in una reazione alchemica dagli esiti liberatori.

Liberatori perché sgombrano il campo da equivoci e malintesi, tanto più evidenti nella loro inconsistenza argomentativa in quanto affrontati con una lucidità e una essenzialità del linguaggio tipiche dell’autore e mai come in questo caso necessarie.

Si sfronda così il cespuglio spinoso delle esitazioni semantiche, delle trappole concettuali e anche delle pelose prudenze politiche, mettendo il lettore davanti a scelte precise, senza troppi compromessi intellettuali, politici e/o etici.

Un lavoro prezioso, dunque, tanto più in quanto limato e portato all’essenzialità, senza mai cadere nella semplificazione, ma anzi mantenendo tutta la complessità e la problematicità dei temi affrontati.

Ma i pregi dell’opera non sono certo solo stilistici e nemmeno strettamente teorici e politici. Tutto sommato, come si evince dal testo e dalla bibliografia richiamata, i debiti dell’elaborazione proposta sono chiari e tutti saldati (in particolare quello con Franciscu Sedda). I pregi sono anche, se non soprattutto, altri.

In questo lavoro è come se Bandinu si facesse portavoce di un’intera generazione di intellettuali sardi, per non dire di un’intera generazione di sardi tout court. La generazione che ha vissuto il trapasso nella modernità, la transizione demografica e culturale nell’oggi dell’Occidente. Transizione avvenuta in Sardegna non senza traumi profondi, con conflitti interiori (collettivi e individuali) non risolti, con rimozioni, rifiuti, manicheismi e debolezze teoriche di cui tanta parte della nostra storiografia e della nostra produzione culturale sono testimoni.

Invece Bandinu riesce nel sorprendente intento di ricreare una dinamicità interna a questa sfera di idee e significati apparentemente inerte, ferma sulla soglia di uno scioglimento dell’equivoco mai avvenuto. È come se si compisse il percorso di Mialinu Pira, con la sua Rivolta dell’Oggetto, mai veramente portata  a termine, e si riesumasse all’aria aperta una questione troppo a lungo sepolta sotto la retorica autonomista, identitaria, folclorica cui il tema dell’autodeterminazione politica dei sardi era condannato fino a pochi anni fa.

Una dimostrazione sorprendente di vitalità, nonché di onestà e propositività intellettuale. Una professione di umiltà che fa onore a chi la compie e che smaschera come il grido di un innocente l’ipocrisia di tanta parte dell’intellettualità e della classe politica sarde.

È facile prevedere che questo lavoro (scritto meritoriamente in due lingue, e bene in entrambi i casi!) susciterà mal di pancia, distinguo, prese di distanza, ma anche nuove curiosità e una ulteriore crescita della legittimazione pubblica del discorso indipendentista democratico, non violento e non nazionalista. Il tutto a vantaggio dei sardi, senza concessioni a interessi di parte, di categoria, o a luoghi comuni ideologici o culturali.

Un’opera preziosa, dunque, forse in qualche misura anche decisiva, con cui in ogni caso si dovranno fare i conti.