Recensione: FRANCISCU SEDDA, I sardi sono capaci di amare. Coscienza e futuro di una nazione, Cagliari, Kita, 2010

Non sono tanti i manifesti politici nella storia della Sardegna contemporanea. Forse perché non è stata cospicua la meditazione e la condivisione teorica su temi che riguardano la nostra collettività storica in termini pragmatici, propositivi. Molta teoria, poca prassi insomma. Anzi, una fobia abbastanza evidente  e generalizzata per i possibili risvolti politici delle proprie elaborazioni (come nel caso di un grande classico quale La rivolta dell’oggetto, di Mialinu Pira).

In questo caso, l’ultima fatica di Franciscu Sedda è dichiaratamente un manifesto politico, senza troppi complessi. Al contempo, tuttavia, è anche un esempio di saggistica. L’evocatività della scrittura non penalizza la sua efficacia e la sua pregnanza, fondandosi – direi inevitabilmente – sulla preparazione teorica dell’autore. Un manifesto con molte argomentazioni e molti riferimenti, dunque. Tale per cui, di fatto, lo si può contestare solo destituendo di fondatezza quelle stesse argomentazioni, o presentandone di alternative della stessa forza e portata.

Ma di cosa tratta questa pubblicazione così inusuale? Già qualche critico ha usato la metafora della seduta psicoterapeuta. È abbastanza calzante, anche perché nel testo stesso si fa appello a concetti e costrutti tipicamente psicanalitici. Una terapia collettiva, che però investe ciascuno di noi nella sua propria identificazione personale.

Il nucleo centrale dell’opera si può condensare in un tentativo di smontare il mito tecnicizzato dell’identità sarda contemporanea, di de-costruirlo e di mostrarne le origini, la composizione, il dispositivo interno. Un lavoro di analisi pignolo e profondo, svolto con la premura ma anche quel tanto di sadismo (e in questo caso anche masochismo) indispensabile in qualsiasi pratica di cura.

Vediamo dunque da dove nasce la percezione così diffusa che i sardi hanno di se stessi, apprendiamo di un trauma rimosso, che è necessario riportare alla coscienza, sia pure a costo di un nuovo dolore. Osserviamo noi stessi nel nostro esistere storico, così condizionato da un’ideologia autocastrante (falsa coscienza che diventa autocoscienza) da bloccarci nel dispiegamento concreto del nostro stesso essere al mondo. Scopriamo cosa ci sia dietro questo sbandare continuamente tra un non-essere e un essere-qualcos’altro-ma-solo-un-po’, senza mai essere qualcosa al 100%.

Storia, letteratura, politica, psicanalisi, semiotica, antropologia si intrecciano in un discorso fluido, narrativo, quasi sciamanico: un’evocazione degli spiriti che ci perseguitano. Ma per esorcizzarli. Tutto ricondotto poi alla concretezza del nostro vivere quotidiano, alla nostra corporeità. La carne e il sangue sono molto presenti in questo testo, che non ci abbandona all’attrazione dell’iperuranio teorico, ma ci tiene ben ancorati alla nostra condizione animale, materiale, fisica.

Oltre alla pars destruens, non manca il tentativo di offrire una pars construens. Tentativo difficile, irto di tranelli. De-costruire e smontare un mito tecnicizzato espone a un vuoto di narrazione che in qualche modo è necessario riempire. Non è detto che a riempirlo sia qualcosa di meglio. Il tentativo qui, invece, è di sostituire una narrazione penalizzante, foriera di subalternità, con una maggiore consapevolezza storica di sé come parte di una collettività vera, viva, esistente. Non la sostituzione meccanica di sovrastrutture, ma l’appello a una creatività condivisa, a una forma di amore non privata ma pubblica, per sé e per gli altri. La ricetta proposta rinnega la ricerca di giustificazioni per una tutela o una protezione altrui, basata su una pretesa specialità, ma aspira a un’assunzione di responsabilità storica collettiva.

L’operazione è difficilissima. Il testo ha avuto una lunga gestazione e racchiude meditazioni e riflessioni che abbracciano molti anni della vita dell’autore, coinvolgendo inevitabilmente anche la sfera dell’azione politica diretta, in cui Franciscu Sedda si cimenta come dirigente di partito e come intellettuale organico.

Un libro inclassificabile, parziale e per questo onestissimo. Prima di tutto auto-critico, senza infingimenti ma con al fondo una grande dose di indulgenza e di propositività. Senza illusioni, ma anche senza l’autocompiacimento della sconfitta storica inevitabile in cui troppa parte dell’intellettualità sarda ha costruito il suo comodo nido e il senso della propria opera pubblica.

L’emancipazione storica della Sardegna, in una prospettiva indipendentista, diventa oltre che farmaco salvifico anche concreta proposta politica, dunque. Possibilità di salvezza per le nostre anime e per i nostri corpi, ma solo a patto di essere moralmente e politicamente all’altezza di questo compito.